Animi inquieti in discesa negli Inferi. L’IRA DEI KUBLAI KHAN. NOMAD.

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L’IRA DEI KUBLAI KHAN. NOMAD.

 

 

 

 

É nella natura dell’essere umano la lacerante ricerca di ciò che ci fa sentire completi. Dedichiamo la nostra vita a cacciare le cose di cui sentiamo la mancanza e che ci spronano a mostrare la parte migliore di noi stessi. Nella musica è come nella vita. La  musica che amiamo è l’arte che parla di noi e racconta della ricerca personale di quel tassello mancante dell’esistenza umana. E la ricerca che i KUBLAI KHAN in NOMAD mettono in atto si estende su un cammino dannato. Con la loro furia devastante ce lo raccontano urlandoci contro.

 

 

 

 

KUBLAI KHAN.

Bio e discografia

 

 

 

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I KUBLAI KHAN sono una band metalcore texana, formatasi nel 2010. Il lineup corrente include: Matt Honeycutt alla voce,  Nolan Ashley alla chitarra e voce Eric English al basso e il batterista Isaac Lamb. Alla formazione si unisce Jayson Bobafett  alla chitarra nelle sessioni live. La discografia include tre studio album: Balancing Survival and Happiness  del 2014, New Strength del 2015 e l’ultimo disco NOMAD in uscita per Rise Records il 29 Settembre 2017. I Kublai Khan hanno debuttato con il loro primo EP Youth War del 2010 in release indipendente.

 

 

 

 

 

KUBLAI KHAN. NOMAD.

Panoramica sulle sonorità

 

 

 

 

Consigli per l’uso all’ascolto di NOMAD: Prendere un intenso respiro fino a riempire lo stomaco. Trattenere il fiato in apnea. Premere play. Immergersi in profondità e godersi a pieno la discesa negli inferi del metalcore act texano Kublai Khan.

 

 

 

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NOMAD è un disco dal sound profondo e disperato, impacchettato da una produzione densa e impeccabile. È un disco che non reinventa niente di nuovo e non si addentra nell’ignoto della sperimentazione, ma che resta compatto e blindato nella linea da sfondamento che ha scelto dalla sua traccia opener alla closer.  Basta aprirne l’involucro per trovare tosti guitar riff, distorsioni vocali allo stato più grezzo e colleroso, un groove massiccio e arrangiamenti violenti che capitalizzano tutti i punti di forza dei Kublai Khan.

 

 

 

 

La voce si riconferma essere da sempre un punto focale per questa formazione. Il growl e lo screaming di Matt Honeycutt sono torturati, indignati, cuciti a vivo in un cantato minaccioso che sfonda nel mosh pit senza compromessi rispetto al resto dello strumentale. I lavori di corde, chitarra e basso, non  si uniscono in sterile congiunzione, ma insieme fluiscono sanguinando allo stesso modo.   La produzione è ciò che ha reso l’ensemble un incastro perfetto di tutti gli strumenti e componenti, mettendone in risalto ciascuno, senza peccare. La testualità è brillante ed esplora una miriade di tematiche familiari al metalcore. I messaggi veicolati dai Kublai Khan, non si smentiscono nei loro affronti sociali e politici, e sono urlati al massimo del volume, senza risparmio di voce.

 

Non importa cosa stavi cercando. Trovare quello che cerchi, vale molto di più del sangue, il sudore e le lacrime versate nel rincorrerlo.

 

 

 

 

 

KUBLAI KHAN. NOMAD.

A fondo nell’album traccia per traccia

 

 

 

 

La presenza imponente di questo lead singer si fa sentire da subito col suo “S*it. Son of a bit*h” nel primo brano, breve apparizione senza aggiungere altro cantato la sua, ma incisiva.

 

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La successiva True Fear è esempio dell’hardcore spacca ossa di cui i Kublai Khan sono capaci sulle laceranti distorsioni di Matt, che in questa traccia con mid range growl fa a pezzi divincolandosi su devastanti break downs. Una traccia rapida e aggressiva nella velocità dell’esecuzione. Da qui questo frontman fa un ingresso prepotente e agguanta l’ascoltatore per la gola fino all’ultimo brano.

 

 

 

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Spiana la strada al prossimo brano in coda,
uno dei più violenti che il metalcore abbia mai ascoltato, The Hammer, il cui opening riff è da cardiopalmo. Una traccia bestiale nella brutalità che apre con growl cattivissimo e drums pattern da pugni in faccia intrecciato a riff sferraglianti e stoppati, compenetrati da spietato basso. La sezione centrale accoglie un break down spettrale che per poco ci fa riprendere fiato mentre le distorsioni sputate contro l’ascoltatore restano in eco e lasciano sanguinanti nella cattiveria che emanano. Sembra di dormire in un incubo. Sono numerose le sezioni la traccia si fa reboante e si tinge di deathcore e influenza djent. Un pezzo che arde di fuoco vivo. Stiamo bruciamo all’inferno.

 

 

Guarda il video ufficiale di Kublai Khan – The Hammer:

 

 

I primi tre brani sono showcase della devastazione incomparabile dei Kublai Khan con particolare merito al chitarrista Nolan Ashley. Andiamo avanti dimenandoci tra le fiamme.

 

8 Years è un brano che trasuda songwriting personale  e intimo sulla morte di un fratello. I Kublai Khan riescono a tradurre la disperazione e la tragedia nell’arrangiamento, e scuotono brutalmente nel farlo. L’opening è in drums pattern da veri headbangers. Una tecnica ad orologeria nel riffing stoppato di una precisione incredibile si distende nella traccia, quando è accompagnato in vocals staccate e scandite come pure percussioni che picchiano sincopate e martellanti. Ancora distorsioni vocali irate, che non ci permettono mai di ascoltare del cantato pulito; sono assurdamente impeccabili assieme ai guitar licks e le percussioni. Non c’è un ritornello cantabile, come finora non ne abbiamo mai trovato e non c’è spazio per il melodico, qui come altrove. Ma il pezzo è catastrofico e tuona molto cupo nello strumentale che praticamente chiude all’improvviso.

 

 

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La transizione a Belligerent è in scivolamento nel brano dal precedente. La traccia ha una manciata di secondi in sound ambience spaziale ed esplode dinamitica sul death growl mannaro e pungente di Matt Honeycutt in growl medio mentre lo strumentale si dimena violento in un arrangiamento accelerato con drums pattern da tamburo da guerra e in variazione costante. Giri di chitarra decisi accompagnano l’arrangiamento e danno il meglio di sè proprio in chiusura. Un brano minaccioso e rancoroso, che martella il cranio finchè non lo sfracella in mille pezzetti che cadono e si spargono a terra disordinati. Molto belligerante, come lo preannunciava il titolo.

 

 

Guarda il video ufficiale di Kublai Khan – Belligerent:

 

 

Proseguiamo la nostra discesa negli Inferi dei Kublai Khan dagli occhi di bragia, attraverso la seconda metà di un album che non ci fa riprendere fiato dalle grida di questo frontman di umore nero.

 

La successiva No Kin, è una delle tracce meno recensite ma che mi ha colpito di più nell’intro molto tonante e in grado di aggrappare l’attenzione. In apertura c’è una fusione liquida di drums pattern e crunch guitar contorte su giri incastrati meccanicamente all’arrangiamento, che proseguono per tutto l’unfolding del brano. I guitar riff sono regolari, aprono e chiudono le fauci sul resto dello strumentale in modo molto sincopato e ritmico. Una traccia che ha dell’hardcore plumbeo e che nonostante sia di soli due minuti, mi ha molto colpito.

 

 

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B.C. Un brano che mastica feroce la tematica religiosa senza pietà. Catchy opening anche qui e ritmica molto accattivante su strumentale crunch guitar pungente e fragoroso. I Kublai Khan hanno incastrato qui dei massicci guitar riffs e una sezione ritmica di batteria da bombardamento fino al break down che polverizza la conclusione.  La traccia accoglie un lavoro di corde di basso che stende l’ascoltatore e complessivamente un sound tronitruante avvolto nel dark mood della tematica trattata. Il songrwriting è brillante e molto duro nell’affronto alla religione cattolica, contro la quale si scaglia aspramente.

 

 

Guarda il video ufficiale di Kublai Khan – B.C.:

 

 

Salt Water a seguire, ha un’apertura bass-and-drums eccezionale, double-bass  e un groove che accoglie le tinte più metalliche e ferrose dello strumentale di cui sono maestri i Kublai Khan. Una traccia con blast beats rapidissimi su sezioni intricate e poco dopo il secondo minuti la ritmica alle percussioni è decisamente djent, e nel resto dell’esecuzione non risparmia l’impiego di numerosi drum fills.

 

 

 

 

Salt Water viene rincorsa da Split. Questa è una traccia  molto breve e che accoglie il consueto cantato distorto, ma altrettanto parsimonioso. È il lavoro di chitarra qui ad essere in notevole prevalenza e risalto. Sono feroci questi guitar riff e licks in continua evoluzione nel brano. La sezione unicamente strumentale è ricca e tecnica sulle sezioni di basso e batteria, pur non essendo un brano che resta particolarmente nella memoria.

 

Siamo al termine e al rock bottom dell’Inferno dei Kublai Khan con la traccia closer River Walker. Si tratta di un brano che apre in totale distorsione di chitarra prima che sia acchiappata dal lavoro di pelli rivolto a una ritmica molto più lenta. River Walker tira le fila di un discorso conduttore dell’intero Nomad, e si tinge di un sound maggiormente sludge. Agguanta un sinistro lavoro di basso su sussurrato nel cantato, che offre un rarissimo momento di calma alle vocals incendiarie di Matt Honeycutt come non ne abbiamo trovato mai finora. Una timbrica bellissima nel pulito tra l’altro, che ascoltiamo per la prima volta nell’album. I Kublai Khan ci lanciano una perla nera in conclusione su scenario apocalittico.

 

 

 

 

Nomad è una collezione di brani da juggernaut sonoro che avanza con le sue ruote dentellate a schiacciare ossa con un passo inarrestabile e rarissimi istanti di calma, che conducono nella falsa illusione di sicurezza prima di spaccare il cranio con artiglieria pesante.


Brani preferiti: Antpile, The Hammer, 8 Years, Belligerent, No Kin.

 

 

 

Kublai Khan – Nomad tracklist:

 

1. Antpile

2. True Fear

3. The Hammer

4. 8 Years

5. Belligerent

6. No Kin

7. B.C.

8. Salt Water

9. Split

10. River Walker

 

 

 

 

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