ANNISOKAY: nuovo screamer, stessa formula nel quinto album AURORA.

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ANNISOKAY

 

 

 
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Una delle prime uscite del 2021 a entrare nella nostra posta in arrivo è il quinto album della formazione tedesca post-hardcore/melodic metalcore ANNISOKAY, che torna dopo il precedente album ARMS del 2018 con AURORA il 29 gennaio 2021 tramite Arising Empire. Per questo album gli Annisokay accolgono il nuovo screamer Rudi Schwarzer, che sostituisce lo storico cantante per harsh vocals Dave Grunewald. Continua dunque ad alimentare la chimica tra le due linee vocali – pulita e distorta – insita nel DNA della formazione, affiancando il cantante per clean vocals e produttore della formazione Christoph Wieczorek.

 

 

 

 

ANNISOKAY. AURORA.

Recensione traccia per traccia

 

 

 

A quattordici anni dalla fondazione, gli Annisokay si sono distinti per la propria formula di heaviness e alta catchiness, dove il frangente più duro del suono sconfina nel territorio melodico, elettronico, atmosferico, sintetizzato e dei grandi cori. Ero rimasta molto colpita dal mix esplosivo di tutte queste componenti genialmente incastrate nel precedente album Arms, elementi ritrovabili pienamente nel nuovo, senza grandi variazioni ma con una componente ostile più marcata. La formula non vira in modo evidente dalla via maestra, attingendo ai due opposti del suono integrati nel marchio di fabbrica, ma è stata sicuramente raffinata.

 

Il disco attacca dalla manipolazione elettronica di Like A Parasite, dove non tarda a presentarsi il nuovo screamer del quartetto. Il tappeto sintetizzato fa da backdrop melodico – suggestivo alle componenti più incendiarie del brano che sono delegate al riffing e al cantato distorto, in botta e risposta al cantato pulito e al ritornello. Questo arriva nel bel mezzo dello scenario -core con extravaganza elettronica. Se avete ascoltato il precedente disco, non troverete differenze massicce. Questo è tanto esplicito nella traccia a seguire STFU. La stessa chimica si espande anche qui e si riflette attraverso l’intera tracklist.

 

 

 

 

The Tragedy è un brano più sperimentale che apre in arpa elettronica e qualcosa come una base hip-hop. Include cantato rappato, archi e orchestrazioni che conducono al climax di un ritornello tipicamente in stile Annisokay, ricantabile e capace di accendere la scintilla del sing along e del coinvolgimento. Si discosta da un output tipicamente metalcore per esplorare in territori più reconditi come il rapcore, l’electronicore e una sconfinata serie di altre contaminazioni. Una traccia che attinge a una sfumatura più vintage dell’elettronico è Overload, che si colloca sul versante della contaminazione electro-pop.

 

Qualcosa che piace a questa formazione è quell’ammiccante rap metal, rapcore o come lo vogliate chiamare, che torna in eco in diversi episodi. Si riscopre anche in The Cocaines Got Your Tongue che trova nel rappato e in quell’aspetto commerciale della musica la propria distinzione per essere ricordato. Qui il pre-chorus funziona da crescendo verso l’esplosione dei chitarroni sul ritornello vero e proprio. L’architettura sostiene una forma di breakdown innescato proprio all’apice del crescendo. Un episodio sperimentale a esclusivo traino melodico è Standing Still, un brano che ha energia da vendere sulle chitarre rampanti, ma sceglie per lo più lunghi versi minimalisti, suggestivi ed emozionali, che soffiano pienamente acqua sul fuoco.

 

 

 

 

Tra i big choruses dell’album va menzionato quello di Face The Facts. È un ritornello immenso che sa come farsi notare tra gli altri capitoli della selezione.  Per brevi istanti, la traccia spolvera il metalcore con un vibe da arena rock, specialmente in attacco. I ritornelli orecchiabili e ampi degli Annisokay sono qualcosa che consente di ricordare un brano incastrato nella memoria anche quando il disco non si trattiene per intero. Bonfire Of The Millennials è un altro brano che fa del suo catchy chorus a effetto il motivo trainante della propria potenza, che invece va diminuendo sulle altre sezioni meno interessanti.

 

Quando ho concesso un ascolto preliminare al disco, ho fissato i brani più incendiari, vizio di mestiere e di orecchio metalcore e deathcore, tipico di chi lavora sull’uguaglianza heavy=good. Tra quelli che possono essere considerati i brani più potenti, sovraccarichi di riffing breve e chitarre rombanti, un mestiere di pelli serrato e mid growl a spreco è Under Your Tattoos. Il ritornello è in clean vocals, ma spinge comunque sulla leva dell’alto voltaggio, per via del cantato appassionato con cui arriva. Il brano accoglie uno dei lavori di chitarra più ignoranti del disco e un breakdown mastodontico al minuto 2,33. Così mi piace, signori.

 

 

 

 

Il riffing start and stop segue con la sua fulminante intermittenza in The Blame Game, con una dose di rancore vocale e strumentale piacevole all’intero della macro struttura elettronico – melodica. Ma per gli amanti del vero riffing fulminante, l’espressione suprema è quella manifestata in I Saw What You Did. Un episodio a tutti bassi e chitarroni con retroscena di sottili linee sintetizzate con quella componente di tensione e disagio che ben ci sta tra i versi. Il ritornello melodico non resta impresso tanto quanto gli altri, ma poco male, perché il vero tratto distintivo di questo brano è lheaviness che regna suprema, lasciando piccolo spazio al melodico. Non si discosta dai cardini del suono perpetrato in versione replicata Friend or Enemy, caricato sulle corde metalliche, su quelle vocali e sul versante più belluino, con riempimento elettronico perpetuo. C’è una nota di merito su un enorme breakdown che arriva al 2,40 al massimo della distorsione e che vale la pena di menzionare. Per il resto il brano scivola via.

 

Tra capitoli più impressionanti e più dimenticabili (che forse in una tracklist da 13 brani potevano essere esclusi, magari con un’uscita in b-side successiva se proprio erano destinati a vedere la luce di una pubblicazione) si arriva alla closer Terminal Velocity. Ultimo rituale demolitore che sperimenta con soluzioni melodiche di un ritornello cantato a squarciagola, tra versi sussultori di chitarre furiose e screaming squarciante. Un brano bello con cui chiudere.

 

 

 

 

Pur non essendo un album dinamico nella formula sonora che contraddistingue ormai la band da anni, Aurora trova apprezzamento nei momenti ostili e memorabili in cui riesce a stringere con le mani la gola e in quelli coinvolgenti in cui riesce a suggestionare sul big chorus scritto per restare in testa per tutta la giornata. Pecca di similarità e fa affidamento sulla precedente uscita discografica, ma va detto che la formula è sicuramente raffinata, prodotta a puntino, estesa su un elettronico ancora più predominante che in passato e con una colata di rancore in più, che non guasta. Dimenticatevi di quegli episodi più plastici che avete skippato a metà e rivisitate quelli forti che vi hanno colpito, ce ne sono alcuni meritevoli di essere riavvolti.

 

Poi aspettate le release stellari del metalcore statunitense e britannico dell’anno, sono in arrivo.

 

Rating: 8.8/10

Brani suggeriti:  Like A Parasite, STFU, Face The Facts, Under Your Tattoos, I Saw What You Did, Terminal Velocity

 

 

Annisokay – Aurora tracklist:

 

1. Like A Parasite

2. STFU

3. The Tragedy

4. Face The Facts

5. Overload

6. Bonfire Of The Millenials

7. The Cocaines Got Your Tongue

8. Under Your Tattoos

9. The Blame Game

10. I Saw What You Did

11. Standing Still

12. Friend Or Enemy

13. Terminal Velocity

 

 

 

 

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