ARCHITECTS: alta dinamica e musicianship indiscussa nel nono album FOR THOSE THAT WISH TO EXIST.

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ARCHITECTS al nono album FOR THOSE THAT WISH TO EXIST.

 

 

 
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Gli screamers per eccellenza del metalcore inglese, gli ARCHITECTS (Sam Carter, Alex Dean, Adam Christianson, Dan Searle, Josh Middleton) tornano con il nono album in studio FOR THOSE THAT WISH TO EXIST il 26 febbraio 2021 tramite Epitaph Records. Arriva dopo il leggendario HOLY HELL, l’album che ha scalato la classifica dei metalcore Album Of the Year del 2018, incredibile tributo alla perdita di Tom Searle di due anni prima. Un album praticamente perfetto che su una discografia infallibile, ha tirato una linea di demarcazione sul talento indiscusso di una formazione all’apice del metalcore europeo e difficile da superare.

 

 

 

 

ARCHITECTS. FOR THOSE THAT WISH TO EXIST.

Panoramica

 

 

Il nuovo lavoro lascia il ruolo di compositore e produttore al batterista Dan Searle, accanto al coproduttore Josh Middleton, militante nella formazione progressive metal Sylosis e ora chitarrista solista ufficiale degli Architects, la cui influenza sull’output finale è innegabile. L’album accoglie 15 tracce totali e una serie di collaborazioni che contribuiscono ad alleggerire il suono in variazione arena rock dovutamente al featuring con Mike Kerr dai Royal Blood e Simon Neil dai Biffy Clyro. C’è una terza collaborazione con Winston McCall, dalle leggende del metalcore australiano Parkway Drive.

 

Ho avuto l’opportunità di ascoltare questo album in anticipo, il che mi ha concesso il tempo di riavvolgere l’album numerose volte prima di recensirlo. Un ascolto multiplo consente di avere una visione comprensiva su un album diversificato e dinamico, che si discosta dal marchio a fuoco delle ultime release targate Architects. A seconda del palato di metalcore posseduto, può spiazzare o crescere a ogni ascolto e in definitiva, ha bisogno di tempo e attenzione per essere valutato. Del resto si sa, l’essere umano è riluttante al cambiamento e questo è un disco destinato a dividere la fan base irriducibile degli Architects. Nonostante le virate sonore, io #stocongliArchitects.

 

 

 

 

ARCHITECTS. FOR THOSE THAT WISH TO EXIST.

Recensione traccia per traccia

 

 

Dopo diversi ascolti, For Those That Wish To Exist lascia emergere, se non brillare, le tracce più forti della selezione lasciando skippare quasi sempre gli stessi brani. Gli episodi più meritevoli sono inevitabilmente quelli che restano più aderenti al trademark della formazione da Brighton e che mettono in vetrina quell’infallibile formula incendiaria di massicci chitarroni, screaming lacerante, breakdown e anthemic chorus, per cui alcuni brani degli Architects sono entrati nella storia del metalcore moderno. In questi album, questa categoria macroscopica include i brani heavy orientati alla melodic catchiness e quelli orientati alla pure heaviness.

 

La prima sottodivisione include brani stellari che chiedono un riavvolgimento automatico per il gusto che lasciano e che cresce nell’ascoltatore di volta in volta. Tra questi il primo ad arrivare è Black Lungs, che viene introdotto dalla opener Do You Dream Of Armageddon?, un episodio breve ed esclusivamente melodico, elisir sonoro di orchestrazioni, piano, archi e cantato pulito che difatti è una di quelle aperture di grandeur che pochi album hanno il privilegio di avere. Scivolare direttamente dall’orecchio alla memoria è una semplice conseguenza per Black Lungs, che arriva col primo anthemic chorus, incastonato in una struttura che collega l’heaviness alla catchiness mediante un ponte melodico. Orecchiabile sin dall’inizio, il brano fa presa sull’ascoltatore a partire dal tappeto ritmico accattivante e la chitarra sincopata con cui attacca. Grande ritornello infuso di orchestrazioni, come poi sarà per il resto dell’album, e cantato in pulito tra i versi nelle inconfondibili harsh vocals di Sam Carter. Il brano molla un breakdown mastodontico al minuto 2,44 dopo un trepidante crescendo.

 

 

 

 

Con un accompagnamento accattivante arriva il successivo Giving Blood. Il pezzo integra un ampio ritornello e una serie di bridges minimalisti di cantato pulito, genialmente collocati tra sezioni più ricche con un velo di tensione sulle chitarre. Come vedremo più avanti, ci sono apparizioni di brani che sono destinati alla resa dal vivo e alla grande arena, come questo.

 

Nella categoria dei brani memorabili per la melodia indimenticabile che viene disciolta sul ritornello, Dead Butterflies, un pezzo avvolto di atmosferico e orientato all’orecchiabilità di un ritornello di archi e sinfonie. La proporzione di melodic catchiness è visibilmente dosata su una parte minore di heaviness, ma su entrambi i versanti, il risultato intenso e potente lascia con l’ascoltatore la meraviglia di un brano bellissimo.

 

L’altro versante, quello dei brani di pure heaviness, espone qualche gemma preziosa. Tra questi Discourse Is Dead, che si regge su un’architettura tra la tensione sintetizzata e il riffing incendiario con un anthemic chorus memorabile. Intenso episodio di rabbia di corde e pelli, si scioglie mellifluo su tutte quelle atmosfere sognanti nebulizzate sul brano. Tanto grandiosa nell’esecuzione, la traccia se ne va con una chiusura da pugni in faccia e una fantastica volata finale di riffing stoppato e rombante down tuned. A questo si accoda un pezzo che ho adorato a ogni singolo ascolto, Impermanence, con cortesia vocale di Winston McCall dai Parkway Drive. Il pezzo mena e martella nella ritmica punitiva ed e tutto permeato di synth dalle tonalità oscure. Soffia benzina sul fuoco con apice proprio sulla collaborazione vocale, dove all’inconfondibile high screaming di Sam Carter si accosta al mid-low growl di Winston McCall. Difatti il growl è proprio quell’elemento che conferisce il plus valore al brano, elemento che manca del tutto negli Architects, che d’altro canto però sono gli inequivocabili screamers dal registro alto. Il brano è iconico ed è talmente ben scritto con tutte le miriadi di componenti che lo completano, da spaccarsi su un ritornello magniloquente, che niente toglie all’heaviness madre, sennonché va aggiungere potenza a un brano stellare di suo.

 

 

 

 

Bussa altrettanto forte nella sezione ritmica Animals, che si affaccia su un versante di chitarre rampanti e metalcore ignorante con minori intersezioni melodiche e un ritornello tra i grandi catchy chorus indimenticabili del disco. Il drumming in doppietta con la chitarrona in palm muting stabilisce il sussulto tellurico del brano in tutti quei momenti in cui aspira a far sbattere la testa non poco. A questa sottocategoria si aggiunge Libertine, a tutto screaming e riffing squarciante. Così come per brani come il precedente o come Black Lungs, la sezione melodica viene colata direttamente dentro le intercapedini dell’heaviness che assedia il brano a ferro e fuoco, e riserva a questo riempimento l’armonia di archi e di tutte le orchestrazioni che assecondano il coinvolgimento del ritornello.

 

Amanti del riffing rapidissimo e sferragliante, c’è un brano per voi: Goliath, con la collaborazione di Simon Neil dai Biffy Clyro, un gruppo alternative scozzese. Il pezzo è ultra potente e propone una formula di metalcore orientato al grande rock con ritornello esplosivo. Ci sono ammirabili istanti di blast beats spietati, appaiati a un accattivante lavoro di corde fine che tengono sul filo del rasoio. Il brano ospita inoltre una chiusura creativa in soli archi.

 

 

 

 

In coda alla recensione dei brani più iconici di questo nuovo Architects, ecco la categoria della sperimentazione: elettronica, rock e melodica.

 

Nell’insieme sperimentazione = elettronica si trova il brano elettronico per eccellenza, che nasce con l’aspirazione di sfondare nel panorama metalcore con un boato di chitarroni eccezionale, ma si perde un poco per strada per la contaminazione di cui è sovraccarico e che lo fa entrare nella tracklist a spallate: An Ordinary Extinction. Peccato, sarebbe stato un brano metalcore fenomenale senza quelle sezioni che strizzano l’occhio alla trance. C’è poi Little Wonder con Mike Kerr dai Royal Blood, che è costruito a partire dall’elettronico con flair vintage, come si ascolta in ingresso e in successiva evoluzione rockeggiante. Meteor è uno di quei pezzi da pestare i piedi e la testa per il vibe da arena rock con cui si mette in bella mostra. Fuori dall’esclusivo perimetro metalcore, è un pezzo scritto per la resa dal vivo.

 

Tra i brani più particolarmente orientati al melodico orecchiabile, includo un episodio del tutto particolare, Demi God, che del sintetizzato fa il suo scheletro, ma ne fa un uso affascinante specialmente quando rinforza l’inclinazione più heavy del brano, ossia sul ritornello. Rispetto agli altri brani sintetizzati o elettronicamente manipolati, spicca particolarmente per il ritornello orchestrale e maestoso e per una lunga sezione falsettata nella seconda parte con pianoforte e archi, che si protrae fino alla fine. Sperimentazione e virata sonora significano anche melodico nel caso di Flight Without Feathers. Melodico e armonico fino al midollo, si snoda su un accompagnamento elettronico e viene guidato esclusivamente dalle clean vocals.

 

Dying Is Absolutely Safe chiude il disco in semi acustica. Un ultimo episodio che raggiunge in chiusura proprio il climax sperimentale, e reitera una scelta stilistica variegata per questa release da parte degli Architects.

 

 

 

 

I brani meritevoli di essere riavvolti sono numerosi all’interno di una lunga tracklist da 15 tracce e spingono la valutazione dell’album per essere pressoché infallibili. For Those Who Wish To Exist è sicuramente un album a lenta cottura e digestione, di cui alcuni brani saranno skippati a metà e altri trattenuti per sempre. L’alta sperimentazione e orecchiabilità che si ritrovano qui, sono immancabilmente destinate ad appagare alcuni e deludere altri, ma con una discografia da 9 album, presumibilmente alla fine sarebbero arrivate, forse stavolta con qualche brano di troppo. Dimenticatevi dei brani che non vi hanno colpito e tenete con voi quelli forti. Gli Architects continuano a cavalcare l’onda del successo del metalcore europeo e non solo, e stavolta vengono a scrivere a lettere cubitali che sono capaci di varcare i confini del genere che hanno dominato per anni e che non ci sono limiti di una musicianship indiscussa che nasce dall’unione di talento e passione. La passione senza talento è capace di spingere ben oltre rispetto al talento senza passione. Quando si hanno entrambi, le porte del successo sono spalancate.

 

Rating: 9/10

Brani suggeriti: Black Lungs, Giving Blood, Discourse Is Dead, Impermanence feat. Winston McCall, Animals, Libertine, Goliath feat. Simon Neil

 

 

ARCHITECTS – FOR THOSE THAT WISH TO EXIST tracklist:

 

1. Do You Dream of Armageddon?

2. Black Lungs

3. Giving Blood

4. Discourse Is Dead

5. Dead Butterflies

6. An Ordinary Extinction

7. Impermanence feat. Winston McCall (Parkway Drive)

8. Flight Without Feathers

9. Little Wonder feat. Mike Kerr (Royal Blood)

10. Animals

11. Libertine

12. Goliath feat. Simon Neil (Biffy Clyro)

13. Demi God

14. Meteor

15. Dying Is Absolutely Safe

 

 

 

 

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