ARCHITECTS. Gli screamers della disillusione umana.

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ARCHITECTS. BIO.

 

 

 
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Gli ARCHITECTS appartengono allo scenario del metalcore britannico, e sono in attività dal 2004 quando si sono formati a Brighton. Il lineup corrente include: Sam Carter alle vocals, Alex Dean al basso, Adam Christianson alla chitarra e Dan Searle alla batteria. La band ha accolto sin dall’unione anche il chitarrista e compositore Tom Searle, che è deceduto per cancro lo scorso agosto 2016. La band ha continuato la sua produzione e promozione dell’album uscito pochi mesi prima in commemorazione di Tom.

 

 

 

 

La discografia della band conta 7 album in studio: Nightmares del 2006, Ruin del 2007, Hollow Crown del 2009, The Here and Now del 2011, Daybreaker del 2012, Lost Forever/Lost Together del 2014 e l’ultimo disco ALL OUR GODS HAVE ABANDONED US in release lo scorso maggio 2016 per Epitaph Records.

 

 

L’inconfondibile screaming estremo degli Architects.

Sonorità.

 

 

Con gli Architects ci addentriamo nella coltre scura di atmosfere tormentate e sonorità metalcore laceranti su songwriting che scava nel tumulto dell’animo umano. Le testualità si divincolano fra sentimenti di rabbia, risentimento, disperazione, tristezza e tematiche quanto mai politiche, di impegno sociale e culturale, su uno scorrere di brutalità inarrestabile brano dopo brano. Espressione dell’animo della band è l’inequivocabile timbro della voce di Sam Carter, unico nelle sue distorsioni estreme quasi del tutto esclusive nel cantato, in fry screaming su tonalità altissima e mid range growl.

 

 

 

 

Un’aggressività che si cuce a vivo su feroce crunch guitar e fuzz bass, e furiosa ritmica con necessità di ingresso in camera iperbarica per mancanza di ossigeno.  Percussioni che si corroborano di djent e deatchcore. Una violenza da incursione, quella degli Architects, che si smorza nello scivolare talvolta su melodie malinconiche, dove la voce del loro frontman si fa emotiva e commovente per il forte sentito di ciascuna parola delle lyrics che canta. All’interno di un genere sovraffollato come il metalcore, questa formazione riesce a martellare, piantando i propri chiodi nel muro delle sonorità che ha scelto, plasmando un sound che è istantaneamente riconosciuto come tipicamente alla Architects.

 

 

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ARCHITECTS. All Our Gods Have Abandoned Us.

 

 

 

L’opener Nihilist è una canzone in tensione da cardiopalmo che non concede un istante di respiro sin dall’apertura in rovente high screaming, sul pitch vocale più alto di Sam quasi unicamente usato in tutti i brani, con minima percentuale di voce piena. Un brano feroce che arriva a sfiorare i tre minuti senza ossigeno su blast beats rapidissimi, nevrotici riff che si fanno affilatissimi come rasoi e testualità apocalittiche di un Dio disincantato e deluso dall’umanità. Una traccia senza perdono.

 

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Gli Architects aprono il fuoco con riff in distorsione sparati a raffica nella successiva Phantom Fear con accattivante drums pattern in rallentamento sul cantato, rigorosamente in screaming allo streguo delle corde vocali. Seguono mitragliate di riff e scariche di ritmi in variazione durante l’unfolding del brano. Traccia ancora intensa e a pugni chiusi, ma non particolarmente incisiva e capace di insediarsi nella memoria.

 

 

 

 

Il successivo Downfall è uno dei miei brani preferiti, straziante e disperato. Accoglie una brillante complessità ritmica. Con refrain del tutto orecchiabile, sferragliamento di riff senza pietà e taglientissime vocals che con il loro screaming e growl medio inconfondibile, strappano la carne e tentano un leggero scivolamento su linee vocali più ripulite dalla distorsione estrema mentre la canzone scorre, ma senza mai abbassarsi sotto al graffiato.

 

Guarda il video ufficiale di Architects – Downfall:

 

 

 

Un traccia molto evocativa e diversificata è Gone With The Wind. Drums che aprono il pezzo picchiando forte anche qui e sparando con cartuccia di riff perforanti i timpani, basslines vigorose, e brutali screaming. Distorsioni su sezione più melodica e break down improvviso dopo la tempesta, abbiamo poi finalmente il piacere di ascoltare la voce piena in clean and clear di Sam Carter, bellissima e in passaggio ultra smooth verso la successiva distorsione alla Linkin Park. Decisamente uno dei brani più stupendi dell’intero album con lyrics confessionali. Un altro brano preferito.

 

 

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Intro elettronica in The Empty Hourglass e un predominante lavoro di chitarra su giri abbastanza travolgenti per tutto il brano assieme ad un buon incastro con l’accompagnamento di batteria. Non particolarmente capace di allungarsi verso l’attenzione dell’udito però.

 

A Match Made in Heaven è il lead single e primo estratto dell’album. Apre con intro suggestiva e da vera suspance. La traccia accoglie giri di chitarra geniali in flanger soprattutto nella sezione iniziale con enfasi sulla voce prima dell’ingresso della batteria in blast beats che rincorrono ad agguantare i riff, più deathcore in alcuni punti in ritmica rapida e sincopato alla djent in altri.

 

 

 

 

Gravity è un brano che si dimena fra guitar riff e drums che colpiscono dannatamente forte e veloce attaccando con l’imperativo “This is a wake up call” in screaming catastrofico a renderlo un pezzo da veri headbangers. Il brano subisce una certa contaminazione elettronica e una transizione a sezioni più melodiche e orecchiabili che accolgono un anthemic chorus. Brano potente e sicuramente di un impatto sconvolgente in live.

 

All Love is Lost attacca in guitar crunch e flanger e tempo scandito dalle percussioni per tutto l’unfolding del brano. Evidenti basslines in questo passo del disco specialmente nella scansione della ritmica iniziale nell’intensa apertura del brano. Bello quanto diverso dalle altre tracce, aggrappa l’attenzione con una marcia tetra e cupa, che si veste di funebre nei passaggi più melodici quanto disperati in refrain e strumentale melodico.

 

 

 

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Siamo quasi giunti al termine quando siamo spiazzati dall’apertura di From The Wilderness, brano che in principio crea un’aspettativa in melodia rassicurante e sognante. La pausa per riprendere fiato non dura molto però, dacchè si schianta di nuovo in cantato urlato in mid e high screaming in sapiente combinazione a riff bellicosi con un tocco di nu metal nelle sonorità. La transizione che gli Architects sono capaci di applicare tra l’aggressivo e il melodico è sorprendente.

 
La traccia closer dell’album, Memento Mori è un brano interessantissimo dedicato alla scomparsa di Tom con citazione del filosofo Alan Watts. Apre con chitarra acustica soffice e clean and clear vocals malinconiche e ricche di dolcezza. Un brano di 8 minuti, che viaggia attraverso un soundscape melodic metalcore impressionante, a lenta combustione, si snoda sull’elettronico in synth e spazi risonanti di eco. Un crescendo verso un culmine di nuovo devastante di ferocia. La traccia si arricchisce poi di un arrangiamento orchestrale sublime con l’ingresso di una sezione di strumenti ad arco che abbraccia violini, viola, violoncelli. Che dire, una traccia sconvolgente.

 

 

 

 

Più gli Architects avanzano nella loro carriera, più mantengono alto lo stendardo di una tecnica davvero notevole e un impatto devastante sul pubblico di testualità e urla che convogliano tutta la loro disperazione. Procedono e si rivestono maggiormente di sonorità heavy ed oscure su scenario apocalittico come quello appena profilato.

 

Gli Architects hanno toccato il fulcro della propria rabbia alla stregua di ogni catena e della propria disillusione con l’ultimo disco, ma restano ancora saldi nella convinzione che l’umanità abbia un potenziale in grado di offrire uno spiraglio di luce e speranza. L’umanità è ancora capace di abbagliare nell’oscurità anche quando i suoi Dei sembrano averla abbandonata. 

 

 

 

 

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