BAD WOLVES: il supergruppo si evolve oltre la propria identità nel secondo album N.A.T.I.O.N.

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BAD WOLVES

 

 

 

 

Il supergruppo metal sotto al management di Zoltan Bathory dei Five Finger Death Punch, torna dopo una serie di serrate release del 2018. Sono i BAD WOLVES da Los Angeles, che si sono affermati per aver lanciato la cover dell’iconico brano dei Cranberries, Zombie, che ha scalato ogni classifica in un solo mese dalla pubblicazione, insieme a una serie di EP e il primo album di debutto DISOBEY nel 2018. La formazione di Tommy Vext, Doc Coyle, Chris Cain, Kyle Konkiel e John Boecklin torna soltanto un anno dopo, il 25 ottobre 2019 con il secondo full-length N.A.T.I.O.N. in pubblicazione tramite Better Noise Music.

 

 

 

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BAD WOLVES. N.A.T.I.O.N.

Overview

 

 

 

 

Conosciuti per il formato metalcore centrato nel panorama mainstream, dalla forte vena radio edit e commerciale, nei precedenti lavori i BAD WOLVES avevano visitato una serie di influenze dall’hard rock all’alternative. L’aggressività era stata diluita con una dose di melodico e catchiness dovuta all’ausilio delle double vocals e al formato dei ritornelli da stadio proposti. Per il nuovo full-length lo sguardo melodico è ulteriormente allargato oltre modo e si estende fino a orizzonti puramente destinati all’hard rock arena, radio edit o esclusivamente melodici senza trovare una coesione forte. N.A.T.I.O.N. è una decisiva dipartita dall’heaviness di DISOBEY, che lascia alle spalle il metalcore in senso stretto, segno di una band che sta ancora rodando il proprio suono per trovare la formula più adatta a esprimerne la propria identità. Non mancano episodi di pura aggressione, ma sono ridotti e smorzati da brani collocati dall’altro lato del muro del suono, dove il territorio esplorato è pulito e armonioso.

 

 

 

 

 

BAD WOLVES. N.A.T.I.O.N.

Track by track review

 

 

 

 

Il disco parte da uno dei capitoli heavy che attingono maggiormente al metalcore del disco, I’ll Be There, un brano trainato con forza dalle corde, con una doppietta blindata di chitarre-basso. Come ascoltato con alcuni colleghi del genere, Atreyu, All That Remains e non solo, il sound evolutosi a partire da una base metalcore è chiaramente evoluto sull’hard rock. Per i Bad Wolves l’evoluzione si affaccia brevemente col capitolo d’apertura sul rap metal dovutamente al cantato sincopato. Il brano è carico di energia e potenza, cortesia di chitarroni rombanti down tuned con fulcro sul catchy chorus e la straordinaria timbrica di Tommy Vext in transizione liquida dal distorto al pulito. Sin da qui è lampante quanto il formato sia destinato alla grande folla, ma in grado di magnetizzare un alto gradimento per l’alta catchiness diluita sul ritornello che risulta praticamente impossibile da non ricantare.

 

Guarda Bad Wolves – I’ll Be There (Official Video):

 

 

No Messiah incede con un giro circolare da true headbangers accompagnato da fuzz bass battente e mantiene lo schema per il resto del brano. La doppietta è quella che difatti ne crea la struttura, con una dose brutale in chiusura, ma all’interno dell’arrangiamento è diluita con ampie sezioni melodiche rock in apice sul ritornello. Il brano include un passaggio di pianoforte e chitarra pulita a rinforzarne le tonalità meno incendiarie. Questo concede una transizione alla traccia a venire, Learn to Walk Again, quasi del tutto naturale. Della linea vocale di Tommy Vext c’è da dire che la proiezione e la potenza sono parte di quelle timbriche inconfondibili, e in piena espressione dove il pulito carico di emozione e passione trova libero sfogo. Il brano è battente e potente, con tematica incentrata sul rifiuto di essere vittime nella vita e imparare a rialzarsi e camminare più decisi dopo essere caduti. Qui, come in altri punti del disco, l’influenza Five Finger Death Punch specialmente dell’ultimo album, si sente forte e chiara.

 

 

 

 

Scritto interamente sul versante radio friendly rock, Killing Me Slowly con un innesto elettronico, substrato di una caratteristica fondamentale del brano: l’orecchiabilità. Il ritornello è strutturato sulla formula più attraente del ricantato, con un velo di romanticismo e cantato appassionato. Contiene una serie di elementi che favoriscono il coinvolgimento dell’ascoltatore supportando la bellezza del suono, a partire da un assolo e un passaggio finale di chitarra acustica e archi sintetizzati evidenti in chiusura. Questo episodio mette a segno un altro ritornello impossibile da agganciare in sing along.

 

Il brano ammicca a un pezzo dotato dello stesso allure vicino alla conclusione dell’album, Heaven So Heartless, dove il flair elettronico è ripreso a sfondo di un cantato emozionale e sulla stessa scia sonora. Rispetto all’altro brano, questo include anche una stilistica vocale falsettata e una serie di scenari sintetizzati sospesi ad appoggiare il solo cantato.

 

Parte dalla sola voce e chitarra acustica Better Off This Way con una graduale introduzione di percussione attutita. Il brano trae bellezza esclusivamente dalle clean vocals, che qui hanno la sua occasione di splendere sulla scia di un testo all’insegna della fine di una relazione romantica e il viaggio attraverso tutto lo spettro delle emozioni coinvolte. Con questo pezzo i Bad Wolves passano interamente al lato melodico, armonico e al fascino bittersweet.

 

 

 

 

A questo punto gli adepti delle frange più heavy sarebbero tentati a concludere l’ascolto, ma anche per loro ci sono capitoli appaganti. É il caso della successiva Foe or Friend dove la delivery aggressiva è messa in atto con un fulminante riffing e un notevole palm muting, tanto quanto il mordi e fuggi di basso che aderisce alla sorellastra di corde fine. La scelta vocale è naturalmente quella distorta e c’è un prepotente tappeto ritmico a far sbuffare il groviglio di corde sovrastante, contribuendo all’assalto sonoro di dissonanze e giri di chitarra tediosi. Attraversata da una linea drammatica e inquietante del sound, questa traccia visita il mainstream metalcore, e meno male!

 

Sulla scia di sonorità come quelle di Nickeback e simili, la settima Sober di collocazione assurda dopo un brano tanto heavy, ma dotata di un’altissima dose di orecchiabilità e di una bellezza singolare. Questa è dovuta al groove ritmico, cortesia di chitarra acustica e un battito di mani sul fondo, quanto a una regolarità che va a collocarsi nella memoria senza rimedio. I toni sono abbassati sul versante più emolliente delle cose che nelle sfumature mi ha ricordato band contemporanee come i Through Fire. Il messaggio veicolato, nonostante le tonalità siano all’insegna dell’armonia strumentale e vocale, è incentrato sul recupero dalla dipendenza personale del cantante Tommy Vext.

 

Scivola un poco via Back In The Days, tra la selezione più radio edit dei numeri di questo disco. Orientata ancora al lato commerciale dell’hard rock, è dotata di un nucleo suggestivo sul verso minimalista e potente sul ritornello carico.

 

 

 

 

In stiva ci sono ancora un paio di numeri che oltre questo perimetro, che affondano pesantemente nel metalcore e regalano istanti di puro godimento, a partire dalla successiva The Consumerist. Tra le tracce banger del disco, ritrova le radici del muro del suono originale dei Bad Wolves e del precedente album Disobey. Con un massiccio mestiere di corde alla stregua dell’accordatura più bassa, blast beats martellanti, basso plumbeo e mid growl feroce, assesta una randellata decisa sull’ascoltatore. E poi torna a prendersi cura delle sue ferite sul ritornello, che spazioso, è trainato dalle clean vocals ma non abbassa l’asticella della potenza.

 

In Crying Game risento ancora l’impronta Through Fire del nuovo album. Le vocals sono spinte al massimo sul pulito a pieni polmoni, i ritornelli potenti sono intervallati da versi più lenti. Un lunghissimo assolo avvolge la seconda sezione del brano e la componente orecchiabile resta un perno fisso. Questo è un brano bello ma simile ad altri nel disco per struttura potente associata al melodico.

 

La chiusura riserva l’ultimo episodio di heaviness da parte dei Bad Wolves, qualcosa che ho adorato ma che è stato diluito troppo poco in questo disco. LA Song. La brutalità è spinta oltre al limite della crunch guitar, altissima distorsione e blast beats crivellano un arrangiamento violento e spietato. Il cantato espone tutte le stilistiche possibili, dallo screaming, al growl, al pulito, al rapping. In particolare la transizione tra le varie stilistiche è talmente naturale da meritarsi una nota di merito. Ritmicamente affrettata e attraversata da linee sinistre di chitarra, la traccia regala un momento di intrattenimento che se fosse stato una ricorrenza maggiore nell’album lo avrebbe reso vincente.

 

 

 

 

Il nuovo dei Bad Wolves è un album con episodi memorabili, ma non consistenti. Miscela momenti acustici, melodici ed emozionali, a istanti commerciali e orientati a palati più larghi possibili. La composizione è tirata a lucido quanto la produzione, ma tende a creare copie carbone di tracce fin troppo simili tra loro. Con apice nei capitoli più aggressivi, N.A.T.I.O.N. è un album che mostra il tentativo di evolversi oltre la propria identità e forse rappresenta un anello di congiunzione al futuro territorio sonoro su cui i Bad Wolves si stabiliranno definitivamente. Suggerisco più ascolti, perché dopo il primo si tendono a trattenere tracce che al primo ascolto erano state escluse. È fondamentale non aspettarsi distruzione e devastazione oltre limite prima di premere play e cogliere il disco come un ascolto gustoso e di intrattenimento sugli istanti più intrisi di emozione.

 

Rating: 8.5/10

Brani suggeriti: I’ll Be There, Killing Me Softly, Foe or Friend, Sober, The Consumerist, LA Song

 

 

Bad Wolves – N.A.T.I.O.N. tracklist:

 

1. I’ll Be There

2. No Messiah

3. Learn To Walk Again

4. Killing Me Slowly

5. Better Off This Way

6. Foe Or Friend

7. Sober

8. Back In The Days

9. The Consumerist

10. Heaven So Heartless

11. Crying Game

12. LA Song

 

 

 

 

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