BODYSNATCHER: heaviness senza fronzoli e in slow motion nel secondo album THIS HEAVY VOID.

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BODYSNATCHER

 

 

 

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Dalla Florida, una delle formazioni deathcore da breakdown e carneficina a rallentamento più ignoranti del roster Stay Sick Recordings. Sono i BODYSNATCHER che, con Kyle Medina, Chris Whited, Kyle Shope e Kyle Carter, mietono vittime dal debutto del 2014 con il full-length DEATH OF ME del 2017. Dopo una reissue del disco, tornano il 31 gennaio 2020 con THIS HEAVY VOID e lo stesso marchio a fuoco deathcore sconfinato nel beatdown e nel dowtempo.

 

Il nuovo dei Bodysnatcher è un disco claustrofobico e fondato sul concetto di sofferenza, sperimentata sull’intero arco temporale della vita, tanto da diventare parte integrante dell’esistenza stessa. Il signature sound della formazione è ripreso ed esteso su uno spettro emotivo e drammatico più ampio, alla stregua della brutalità, della rabbia e dell’oppressione sonora in supporto di tematiche altrettanto intense.

 

 

 

 

BODYSNATCHER. THIS HEAVY VOID.

Track by track review

 

 

 

Il disco apre dalla title track This Heavy Void, un esempio di deathcore senza troppi fronzoli né mezze misure, dove la brutalità perpetrata incontra il downtempo con un attacco flemmatico. E procede massiccia a passi lenti. Un preambolo di meno di due minuti, che sfocia su una delle tracce forerunner del disco, Twelve/Seventeen. Un brano che ruota tutto intorno all’introspezione e al vissuto personale del chitarrista Kyle Carter, ritratto anche nel video. Si tratta della data di morte per cancro della madre, espressa non solo a chiare lettere ma sonoramente. Un brano medio lento con interventi in low growl abissale e soprattutto un’atmosfera pesante e tetra.

 

 

 

 

Le cose si fanno arroventate nel terzo pezzo, Merciless, e forse è il caso di definirle spietate: sorry for the word pun. L’architettura del brano si compone di sezioni trainate dal riffing mordi e fuggi sfumate sul breakdown sinistro. Il rancore liquido della linea vocale è portavoce del tema: un padre abusivo e violento con i figli. Attacca in growl e procede latrando attraverso i versi, tra la versione più abrasiva in mid e più gutturale in low. L’alternanza è ripresa ritmicamente tra istanti più concitati e più drammatici in un meccanismo infernale che procede incastrando tutto lo strumentale a puntino. In coda il brano pesta letteralmente sul freno, specialmente sul riffing distorto e trascinato. Traumatico tanto quanto il tema.

 

 

Nail in the Coffin è un brano dotato di alto groove sin dall’attacco, cortesia dell’aderenza sincopata di riffing e drumming. Si evolve su una sfumatura reminiscente di death e rientra sul tappeto ritmico sussultorio che ogni amante del –core brama per sbattere bene la testa. Tecnico ed efficace, pesante e cadenzato, il brano mette a segno un coinvolgimento dannato. Never Homesick ne ripercorre le orme tematiche e ritmiche tra una ritmica tellurica e improvvisamente rallentata ma sempre ammiccante al groove. Il ritornello di questa traccia accoglie una dose di catchiness, per quanto il genere lo consenta. Tra i  down tuned stoppato e le pinch harmonics, il lavoro di corde plumbee è il traino di un arrangiamento soffocante e granitico.

 

 

 

 

In entrata per Disappear c’è un protagonismo di basso e di una serie di linee di chitarra sinistre nella circolarità hanno un certo ipnotismo. Il riffing circolare torna attraverso l’esecuzione e diluisce una componente melodrammatica e beatdown nel deathcore. Qui il breakdown trova la massima espressione nella forma slow and low. Quando la linea vocale distorta passa da un verso all’altro pausando insieme alle variazioni del tempo, non solo qui, ma per tutto il disco, è talmente bassa da abbaiare..letteralmente.

 

Wilted è un interludio strumentale di palm muting, giri circolari atmosferici e pioggia retrostante. Serve a tenere la tensione alta, prima che Torment spacchi la porta a calci sul marchio a  fuoco di deathcore nervotico. Blast beats esagitati e un tempo da cardiopalmo fanno la loro comparsa con un ammiccante metalcore nel riffing. Una delle cose che i Bodysnatcher sanno fare molto bene è proprio passare da un tempo all’altro, e in Torment questo è visibile più che in altri brani. La variazione repentina della ritmica, con una precisione al micron, non spiazza né crea discontinuità all’aggressione del pezzo.

 

 

 

 

Da qui in poi una serie di featuring incastrano i brani, per primo il bassista Jon Pentz in ReparationsUn brano selvaggio, che martella senza pietà sul doppio pedale e sull’accordatura cupa di corde, in grado di smuovere un tornado con i bassi a cui è attorcigliato. Segue la collaborazione con Jorge Sotomayor, cantante negli Adaliah, in Drowned. Un brano piuttosto breve e concentrato, con un bel tappeto ritmico coinvolgente e sete di breakdown. Si evolve sul deathcore senza troppe variazioni agli antipodi, ma restando piuttosto consistente nel massacro perpetrato. Una giusta combinazione quella vocale, che dal growl gutturale incontra il medio e lo screaming caustico, tutti in sintonia nel supportare il tormento del brano.

 

Con una reminescenza di Kublai Khan TX, la traccia Black of My Eyes che attinge all’aggro hardcore metal e al deathcore e si divincola su tematiche come l’ansia e la malattia mentale. Molto marcata nel low range growl, ritmicamente non è troppo diversa dalle altre con sezioni lente e batteria in full blast scavezzacollo.

 

 

 

 

Difatti si arriva a conclusione con una certa pesantezza. La variazione ritmica adottata è simile ovunque e i brani sono inquadrati in una stessa cornice. Per la penultima, Turning Point la percussione secca e l’high screaming tipicamente hardcore metal introducono un arrangiamento che va poi ad assorbire lo stesso groove dei precedenti. Al contrario degli altri però, la componente hardcore qui resta, e incastra un riffing molto affilato e sinistro che emerge più volte, quando più pungente, quando più lascivo.

 

Arriva in affanno la traccia di chiusura Prisoners con l’ultima guest appearance del disco e l’intervento alle double vocals (e doppia aggressività vocale) del cantante James Muslow. Chiude il viaggio oppressivo dei Bodysnatcher sulla nota più inquietante dell’atmosferico e del deathcore allo stato grezzo.

 

Forse non risplenderà tra le release deathcore del 2020 perché stilisticamente simile, ma il nuovo dei Bodysnatcher mette a punto quello che si era prefissato di fare: perpetrare un assalto frontale all’ascoltatore e di farlo nel modo più possente possibile. Heaviness senza fronzoli, e in slow motion.

 

Rating: 8.8/10

Brani suggeriti: Merciless, Nail In The Coffin, Never Homesick, Disappear, Reparations, Black of My Eyes, Prisoners

 

 

  BODYSNATCHER – THIS HEAVY VOID tracklist:

 

1. This Heavy Void

2. Twelve/Seventeen

3. Merciless

4. Nail in the Coffin

5. Never Homesick

6. Disappear

7. Wilted

8. Torment

9. Reparations (ft. Jon Pentz)

10. Drowned (ft. Jorge Sotomayor)

11. Black of My Eyes

12. Turning Point

13. Prisoners (ft. James Mislow)

 

 

 

 

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