CABAL: blackened deathcore dalle viscere più oscure dell’oblio, DRAG ME DOWN.

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CABAL

 

 

 

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Non tutti i viaggi si percorrono guidati dalla luce e certe volte i mali vengono per nuocere. Tanto vero per i CABAL, tormentato quintetto danese nel roster Long Branch Records che si è addentrato nella scena deathcore perseguendo la corrente del blackened. Sono una formazione neofita che si è affacciata col primo lavoro Purge EP nel 2016, seguito dal full-length Mark of Rot nel 2018. Siamo al secondo capitolo in versione lunga DRAG ME DOWN, in pubblicazione il 3 aprile 2020: un album viscerale e sinistro, all’insegna della dannazione attraverso le tenebre e della brutalità allo stato più grezzo.

 

 

 

 

CABAL. DRAG ME DOWN.

Overview

 

 

 

La parola “down” è ancora un elemento chiave per la formazione da Copenhagen, che non ce l’ha solo nel nome del disco ma nel suono: down tempo e down tuned, coi quali la direzione è proprio quella del basso cavernoso. Con Drag Me Down ci sia addentra attraverso la coltre fuligginosa degli abissi, cosa che i CABAL sanno fare molto bene brandendo l’arma di un sound che sfida l’infernale e che è paura per la paura stessa. Se è vero che il deathcore è una delle sfumature della frangia più dura dei generi –core, il blackened deathcore si spinge oltre i confini di un ascolto selvaggio, avvolgendo l’ascoltatore con qualcosa di mistico e sinistro, leccando direttamente dalla lama del coltello. È un disco tirannico, siete avvertiti.

 

 

 

 

CABAL. DRAG ME DOWN.

Track by track review

 

 

 

La furiosa traccia di apertura Gift Givers è portatrice di quella pennellata tetra sin dall’attacco. Sbandiera l’aspetto blackened nella ritmica nevrotica di drumming e riffing in doppietta supersonica e affilata da squarciare a vivo.

 

Il disco congiura una serie di personaggi, demoni o collaborazioni che siano, a partire da Jamie Hails, cantante della formazione Aussiecore Polaris sulla title track Drag Me Down. Una combinazione vocale su tutti i registri del growl, che lavora come un marchingegno diabolico con la ritmica cadenzata e avvolta da una serie di atmosfere fatue sul lato del lugubre. È un pezzo che tiene appesi per i capelli sul ciglio del burrone, al quale infine ci si lascerà andare all’oblio.

 

Ci sono altri due featuring, il secondo è Kim Song Sternkopf militante alle vocals della formazione danese MØL in It Haunts Me, una traccia con marcatura black nello scenario di sintetizzato apocalittico, nelle linee vocali e nelle chitarra trascinata oltre il maledetto, breakdown mastodontici e una serie di elementi horror.

 

 

 

 

Il terzo featuring è niente di meno che Mr. Matt Heafy dai Trivium in Bitter Friend. Qui l’atmosferico fa un lavoretto sopraffino nel tenere alto il disagio, con quel trucchetto tra l’horror e il teatrale in quello che inizialmente sembra un clavicembalo. Un synth che torna ad affliggere l’intero arrangiamento, mettendo a segno un brano orientato alla forza bruta senza risparmiare una certa suggestione da fascino bello e dannato.

 

Tongues è uno dei brani dove il down tuned è messo in vetrina, alla stregua di un riffing a tutti chitarroni e bassi, con innesti ancora visibilmente blackened in termini di kvlt screaming, synth che nebulizza di mortuario il retroscena e su quelle improvvise impennate di pelli come il genere comanda. A proposito di atmosferico la prossima, Sjælebrand, dove invece l’altro tratto ventilato in precedenza, il down tempo, è fautore dell’atmosfera flemmatica e drammatica del brano. Una coltre densa di blackened nero come pece, viene colata integralmente sull’arrangiamento, con una breve sezione ritmica più sostenuta in chiusura. La stessa lentezza e il medesimo contorcimento di budella si ritrova in The Hangman’s Song che attacca e procede con un tappeto ritmico cadenzato e narcotizzato mantenendo spenta la luce. Ci sono una serie di progressioni ritmiche graduali che ammiccano a una variazione del songwriting gustosa.

 

 

 

 

La tripletta di chiusura evolve sul tempo a partire dal groove stabilito da Death March, che aiutata dallo strumentale, mette a punto una forma di catchiness nella ripetizione del titolo insieme a un’orda di anime tormentate a pugno stretto che procedono spaccando ossa sotto ai piedi. Aggressivo e accattivante nel groove, non sacrifica la componente minacciosa del sintetizzato, ma la eleva a una forma di coinvolgimento soggetto alla maledizione.

 

Continuano l’headbanging e il groove nella penultima Unbound, che dietro alla cortina assesta una serie di giri di chitarra circolari infausti, per terminare sulla chiusura psicotica di Demagogue. Con l’intenzione ultima di sterminare l’ascoltatore, il brano evolve dall’esagitato con nevrosi di doppio pedale e rullanti a rallentamenti più massicci. Oltre alle distorsioni vocali più demolitrici ci sono versi screamati, la cui collocazione nel brano non mi è molto chiara. Approcciando la metà, la traccia assesta un bel colpo tra capo e collo col breakdown, e procede più cupa fino alla fine in vista del down tempo tour court.

 

 

 

 

Il secondo album dei CABAL non solo chiede attenzione, ma viene a strapparla aggrappandosi con le unghie affilate per dilaniare la carne a brandelli. Oscuro e maledetto, è un disco compatto che senza grande variazione. Propone una formula di chitarroni deathcore e ampia pletora di growl dal registro più gutturale al medio fino allo stridente kvlt con tutte quelle caratteristiche del blackened che i CABAL portano nel DNA. Con questo album aprono un crepaccio e fagocitano tutto quello che trovano nelle vicinanze, non si può che restare inghiottiti dentro alle viscere dell’oblio, storditi e impauriti.

 

Rating: 8.8/10

Brani suggeriti: Drag Me Down (feat. Jamie Hails), It Haunts Me, Death March, Bitter Friend feat. Matt Heafy, Unbound

 

CABAL – Drag Me Down tracklist:

 

1. Gift Givers

2. Drag Me Down (feat. Jamie Hails)

3. It Haunts Me (feat. Kim Song Sternkopf)

4. Tongues

5. Sjælebrand

6. The Hangman’s Song

7. Death March

8. Bitter Friend (feat. Matt Heafy)

9. Unbound

10. Demagogue

 

 

 

 

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