CURRENTS: prendono d’assalto la scena con l’album metalcore dell’anno, THE WAY IT ENDS.

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CURRENTS

 

 

 

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Dopo il debutto con l’acclamato full-length The Place I Feel Safest del 2017 e I Let The Devil In EP del 2018, i CURRENTS si riaffacciano sulla scena con il secondo capitolo THE WAY IT ENDS in pubblicazione il 5 giugno 2020 tramite SharpTone Records. La formazione distruttiva del metalcore-meeting-deathcore di Brian Wille, Chris Wiseman, Ryan Castaldi, Dee Cronkite e Matt Young torna a canalizzare la prospettiva unica, personale e spirituale del predecessore in versione lunga e si prepara a prendere d’assalto la scena metalcore con uno dei migliori album dell’anno, candidato indiscusso al podio dei metalcore AOTY 2020.

 

 

 

 

The Way It Ends miscela l’intero spettro delle emozioni in tracce dotate di una personalità propria e tutte in grado di fare presa sull’ascoltatore per il grado di intensità che le traina nel perimetro dell’heaviness madre, passando per trame intricate, l’atmosferico, il malinconico suggestivo e squarciandosi miracolosamente su ritornelli plateali e indimenticabili.

 

 

CURRENTS. THE WAY IT ENDS.

Track by track review

 

 

Never There apre l’album con l’evocazione che da sempre rende il sound dei Currents qualcosa di unico nel panorama. Un arpeggio riverberato e avvolto da un’atmosfera nebulizzata, lascia in superficie lo screaming in transizione verso un breve innesto di cantato pulito in semi-sussurrato. Con il synth, un pianoforte in tocchi di vetro e una leggera percussione si perfeziona l’introduzione di soli due minuti al disco dell’anno.

 

È il momento di A Flag To Wave, un brano sulla ricerca della propria identità e di uno scopo nella vita. Un capitolo spietato, che vede i Currents armati fino ai denti con l’inconfondibile riffing serrato. Si viene lanciati direttamente dentro a uno scenario da giorno del giudizio a tutta velocità. All’interno di una ritmica fatta di tempi frenetici con batteria in full blast e chitarre aggrovigliate, il brano espone tutta la brutalità del growl di Brian Wille, ma lascia spazio anche un catchy chorus del tutto virale. Occhio amanti del breakdown, al 3,14 ne arriva uno distruttivo! Parfait.

 

 

 

 

Tra i forerunners del nuovo Currents, Poverty of Self che aveva aperto una delle prime finestre sulla devastazione dell’album. Tripudio di deathcore in entrata ed evoluzione sul chug metalcore più adorabile, il pezzo incastra il meglio del down tuned roboante di chitarra e massiccio drumming. Ma c’è di più, perché le linee di melodico sintetizzato sul fondo risucchiano tutta l’oscurità e il tedio di cui l’intero brano è intriso. Tra il mid growl e il low growl c’è da perdersi, nota di merito per questo cantante che non fa che migliorare nella distorsione, facilmente passando da un registro all’altro.

 

Monsters discute delle relazioni tossiche e degli errori come punti di partenza per instaurare il cambiamento. Tra i brani antagonisti del disco, Monsters è un episodio che tinge la straight heaviness di elegante malinconia attraverso sottili linee melodiche, che vengono ancorate da un giro di chitarra circolare con alta tendenza a restare impresso. Attinge all’intero range vocale di Brian Wille, dal distorto al pulito e conduce l’intensità all’apice di un ritornello altamente contagioso. “I gave you everything”..SBAM! arriva il breakdown. Ecco perché adoro i Currents.

 

 

 

 

C’è del misticismo nell’intro elettronica e pulsante di Kill the Ache, vetrina sulla emozionale timbrica in pulito di Brian Wille, quel tanto riflessiva e malinconica. Un plateale ritornello in versione anthemic si colloca fianco a fianco del boato di chitarroni, di struggenti melodie e si scioglie all’interno di quel flusso e riflusso di interludi minimalisti ed esplosioni strumentali. Un brano con songwriting dinamico e transizioni fluide, costruito intelligentemente.

 

Let Me Leave parte da un lavoretto di chitarra arpeggiata, con una membrana di armonie e melodie parallele al cantato pulito. Continua sullo stesso tono per il resto dell’unfolding, evolvendo su passaggi altrettanto melodici ma più trainati dalla potenza, vocale e strumentale, piuttosto a ridosso del versante del melodic metalcore che gronda di una disperata emozione.

 

In Origin, la manipolazione elettronica si sposa al metalcore tout court di chitarre in accordatura bassa per esplodere su un ritornello da stadio, di enorme portata. Impetuoso e tellurico, il pezzo sussulta sui suoi stessi breakdown, conditi da dissonanze in impennata nella seconda sezione e una serie di virtuosismi progressive retrostanti che collimano con la formula di base.

 

 

 

 

Introdotto da una serie di alternanze di corde accattivanti e palm muting da chug a non finire per il resto dell’esecuzione, Split. Battente nella ritmica e deciso nel martellamento promuove un certo headbanging, per poi spegnersi miracolosamente su istanti più essenziali, dove le clean vocals restano appese alla sola atmosfera impalpabile. Con un ritornello bellissimo e ricantabile, è indubbiamente uno dei brani preferiti di questo secondo capitolo dei Currents.

 

Per la terzultima Second Skin, una cortina di heaviness più blindata è trapassata inizialmente da atmosfere noir e lontanamente fusion. Un retroscena evanescente e inquietante è il terreno perfetto per l’esplosione della mina: il breakdown, che squarcia l’intero arrangiamento all’1,58 prima di una sezione di chitarra creativa geniale. Croce e delizia di brutalità e melodico orecchiabile, con questo brano i Currents sparano a pieni cilindri, riuscendo a mettere a segno il gusto su entrambi i versanti in osmosi.

 

La transizione sulla penultima How I Fall Apart è naturale, perché questa apre proprio da quello scenario ambience, stavolta spegnendo quasi del tutto la luce, a fondo della riflessione emotiva e malinconica a cuore aperto sull’intensità del catchy chorus. Se la voce è cullata da arpeggi, piano e quant’altro all’insegna della sofferenza, così sul lato dell’aggressione, esce in vista tutta la capacità emotiva del growl e dei suoi complici strumentali. Al 2,35 un mellifluo assolo si scioglie dentro alla vischiosità di una texture fatta di riverberi e scenari dai bordi indistinti.

 

 

 

 

C’è poco da dire arrivando all’ultimo brano Better Days, perché l’emozione non si dissipa neppure un po’. Con un episodio finale di immedesimazione calata dentro a un intricato metalcore, brillante fino all’ultimo lavoro di corde intricato. L’anthemic chorus resta tra i più indimenticabili dell’intero album, capace di innestarsi nella memoria, tanto quanto il breakdown fest che torna di nuovo proprio alla fine a ricordare di che materia sono fatti i Currents e perché il metalcore continua a essere il mio genere.

 

Con questo secondo album la formazione del Connecticut si strappa l’appagamento di sensi totale e una meritata nomination per metalcore AOTY 2020. The Way It Ends è un album di perfezione metalcore dalla prima all’ultima traccia, che si beve tutto d’un fiato e si riavvolge perché davvero non basta mai. Tra la furia e la finesse malinconica, la mania e la melodia, è lì che si colloca questo album straordinario fatto di tracce fortissime e seconda pietra miliare di una formazione che non mostra segni di arresto, ma procede fiera su un cammino dannatamente giusto.

 

Rating: 10/10

 

Brani suggeriti: A Flag to Wave, Poverty of Self, Monsters, Kill The Ache, Split, How I Fall Apart, Better Days

 

 

Currents – The Way It Ends tracklist:

 

1. Never There

2. A Flag to Wave

3. Poverty of Self

4. Monsters

5. Kill the Ache

6. Let Me Leave

7. Origin

8. Split

9. Second Skin

10. How I Fall Apart

11. Better Days

 

 

 

 

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