DEFYING DECAY: contrasti e dinamiche in evoluzione nel nuovo METAMORPHOSIS.

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DEFYING DECAY: THAI-METALLERS

 

 

 

 

 

Mi sta capitando sempre più spesso di imbattermi su materiali inerenti a soundscapes del metal orientali e di trovare proposte interessanti fuori dai confini europei, statunitensi o australiani. Penso ai Coldrain, ai Crystal Lake, ai Crossfaith, gli Earthists. , ai Windrunner e non solo. È il caso dei DEFYING DECAY che da Bangkok, Tailandia hanno intrapreso il loro cammino nel metal da una decade. Si definiscono una band alternative metal e metalcore, ma all’interno del sound hanno numerose influenze inattese: il synth degli anni ’80, l’industrial degli anni ’90, il melodeath, il rock e il melodico con ispirazione di Deftones, Periphery, Architects, Funeral for a Friend, Avenged Sevenfold, Korn, Killswitch Engage.

 

 

 

 

Dopo una serie di tormentati cambi di lineup, la band conferma la propria formazione con: “Jay” Poom Euarchukiati alle vocals, chitarra e synth, Howard Fang alla chitarra, Kongpop “Jump” Thongrat alla chitarra e piano, e i più recenti Theon Adam  al basso e programming e il batterista Mark Mironov.

 

Con la propria miscela sonora strutturata e una quantità elevata al cubo di grinta e potenza allo stato grezzo e volutamente non rifinita, i Defying Decay lanciano il full-length METAMORPHOSIS in pubblicazione indipendente il 14 giugno 2019.

 

 

 

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DEFYING DECAY. METAMORPHOSIS.

Overview

 

 

 

 

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DEFYING DECAY. METAMORPHOSIS.

Track by track review

 

 

 

 

L’album è stato lanciato con il lead single Ghost nell’autunno del 2018, dove la sperimentazione è particolarmente visibile. Presentato con un video astratto di ispirazione Prodigy, il brano ha dato uno spaccato delle metafore e delle tematiche di Metamorphosis. Ruota intorno alla tematica sentimentale e l’idea di amare qualcuno che non c’è più o è cambiato, o non esiste. L’influenza del video è riconducibile alla scena rave degli anni ’90 con impiego di laser in un ambiente scuro ed elementi sci-fi. Si tratta di un brano con attacco di ensemble di archi, chitarre pulite e atmosferici sul versante del melodico e armonico. Una ballata dolce amara e malinconica in cantato pulito che evolve includendo innesti di heaviness nelle distorsioni vocali e riffing audace di reminescenza alternative metal alla Deftones. Essenzialmente una fusione di heaviness e melodico e un’alta orecchiabilità che richiama il post-hardcore moderno.

 

Guarda il video ufficiale di Defying Decay – Ghost:

 

 

 

Sul perimetro dell’armonia anche e soprattutto il brano Crimson Butterfly dove il pianoforte è protagonista indiscusso dell’arrangiamento e dell’incanto, perla all’interno del disco dei Defying Decay. Un sottile lavoro di chitarra in licks cadenzati e puliti è accompagnato dalle clean vocals altamente emozionali, tastiere e delicate atmosfere.

 

Sul versante dell’heaviness il brano di apertura The Repentance che attacca senza fronzoli e frenesia da doppio pedale ed elettrica in giri brevi con drop apocalittici in down tuned. Nel retro del brano ci sono interventi in scratch e in primo piano si sente l’influenza da generi come il death, specialmente nella ritmica affrettata e chirugica. Nel mezzo della mattanza, arriva un assolo da capogiro in coda al brano, che fondamentalmente se ne va correndo come un assassino. Una traccia banger con cui aprire.

 

 

 

 

Con un riffing accattivante a cavallo del metalcore e dell’alternative metal Existence of Extinction, un brano che per altro miscela le double vocals su tutta l’esecuzione e sul ritornello, con cambi di tempo e di melodia repentini all’interno di una struttura che in effetti funziona alla grande nonostante sia fatta di contrasti.  Accoglie un ritornello spazioso e ricantabile e tende ad essere ricordato per la catchiness e per il giro ipnotico di chitarra sopracitato. E per l’anima -core.

 

Tra i decantati episodi con componente elettronica Dominion, incastrata al metal e a un catchy chorus con tastiere con flair vintage. Si tratta di un’influenza elettronica retrodata che ricorda il synth anni ’80 e che diversifica la selezione perché diluita in una struttura ritmica di corde e pelli metal abbastanza sostenuta.

 

 

 

 

Di categoria puramente elettronica Judas Kiss, pur tuttavia sottile sul lato electronicore delle cose con uno squisito metalcore blindato in primo piano. Eccellente lavoro di chitarroni circolari, bassi e blast beats attinge alla profondità del nu metal di reminescenza Korn, specialmente nella seconda sezione in apertura dopo un assolo di elettrica. Il brano mette a segno una randellata dannatamente tosta e nevrotica del disco.

 

Dying Program apre con un lento arpeggio leggermente riverberato e una quantità di atmosfere nebulizzate su cui sopraggiungono una pulsazione elettronica insieme al synth e al cantato pulito. Con quella parvenza da alternative rock e successivamente noise rock,  il brano evolve dopo il minuto 1,30 su una maggiore aggressione di corde e screaming. Il brano è difatti un’alternanza tra il minimalista con andamento flemmatico e il fragoroso aggrovigliato con un ritornello in cui le harsh e le clean vocals sono sovrapposte per un finale effetto melodico-caotico.

 

Con riffing circolare in entrata e un arrangiamento alternative metal alla Chevelle – che in verità sembra essere un’influenza forte nel sound complessivo dei Defying Decay – la quartultima Yellow Fever. Attinge al soundscape miscelando piccoli effetti sci-fi nel retro e variazioni più pop rockeggianti con tanto di brevi falsetti sul ritornello, pienamente accessibile e orecchiabile.

 

 

 

 

Tra i brani memorabili del disco Let It Rain, un brano che apre con archi altamente suggestivi. Scoppia una manciata di secondi  su un groove tosto e lavoretto sopraffino di elettriche, quando nello stoppato, quando nei giri incredibilmente sensuali in melodico, negli arpeggi più drammatici o l’assolo dopo il terzo minuto. Il giro circolare di solista che attraversa il ritornello e gran parte dell’arrangiamento è qualcosa in grado di annidarsi per bene nella memoria. Con la sua dose di drammatico e oscuro, regala un momento di pur intrattenimento a pochi brani dalla chiusura.

 

Si presenta in delicatezza vocale reminiscente di pop, arpeggino e candore Further… ma come si poteva presumere, l’esplosione sarebbe arrivata. Il brano subisce una forma di crescendo nell’intensità e nella potenza finché le stesse clean vocals transizionano sul mid growl, o sul cantato a pieni polmoni, sempre graffiato del ritornello. Passaggi tipicamente –core sono a braccetto con l’orecchiabile del chrous.  

 

 

 

 

Cola il massimo dell’oscurità sull’ultimo pezzo Swan Song, dalle atmosfere malinconiche e tese, cortesia del riffing drammatico o di sospensioni punteggiate da una serie di elementi tensori. Dal quarto minuto un agghiacciante growl appoggiato in lunghezza scuote l’ascoltatore non poco. Contrasto di colori, brutalità e melodia è un pezzo esemplare con cui chiudere, perché dipinge a tratti decisi il sound marcato e ultra dinamico di questa formazione tailandese che non ha alcuna paura di uscire dai perimetri dei generi e creare in modo modulare.

 

In definitiva il nuovo dei Defying Decay è un ascolto di nicchia, ricercato per diversità, dinamica e per il livellamento dei numerosissimi elementi e contrasti impiegati attraverso 11 tracce. Per palati insaziabili che amano spaziare oltre il mainstream commerciale e apprezzano la sperimentazione.

 

 

Rating: 8.8/10

Brani suggeriti: The Repentance, Existence of Extinction, Judas Kiss, Let It Rain, Further…

 

 

 

Defying Decay – Metamorphosis tracklist:

 

 

1. The Repentance

2. Existence of Extinction

3. Dominion

4. Dying Program

5. Judas Kiss

6. Crimson Butterfly

7. Ghost

8. Yellow Fever

9. Let It Rain

10. Further…

11. Swan Song

 

 

 

 

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