FIT FOR A KING al sesto album THE PATH: concentrato di heaviness e melodic catchiness in proporzione perfetta.

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FIT FOR A KING

 

 

 

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I FIT FOR A KING sono una delle formazioni più seguite e con una discografia pressoché infallibile, ad occupare un posto d’onore sul podio del metalcore a stelle e strisce. Dopo l’acclamato album in studio DARK SKIES del 2018, il quartetto Texano di Ryan Kirby, Bobby Lynge, Ryan O’Leary e Jared Easterling torna con il sesto full-length THE PATH, in pubblicazione il 18 settembre 2020 tramite Solid State Records. In questo nuovo lavoro viene ripresa l’ispirazione lirica della precedente release che aveva esplorato i lati più oscuri dell’animo umano e la disperazione, ma il discorso viene approfondito sulla possibilità reale di trovare la luce alla fine del tunnel e di prevalere sui propri demoni interiori e sugli ostacoli personali.

 

I Fit For A King tornano con una nuova pietra miliare della propria discografia. Restando fedeli al proprio marchio metalcore, con questo lavoro raffinano la struttura heavy-melodic e scrivono alcuni tra i brani più memorabili dell’anno i cui ritornelli restano letteralmente incastrati nella memoria a lungo. Il disco sperimenta con soluzioni d’atmosfera spesso oscure, attraverso dinamiche mai scontate e mettendo a segno una tracklist interamente diversificata. Momenti di assalto sonoro, si appaiano a momenti di indimenticabile indulgenza melodica, senza mai diminuire la potenza, traino del disco intero. The Path soddisfa pienamente l’hype da cui era stato preceduto.

 

 

 

 

FIT FOR A KING. THE PATH.

Track by track review

 

 

 

Se c’è una cosa che funziona per stabilire il gradimento di un album sono le intro. Per il primo brano The Face Of Hate c’è un’apertura teatrale, fatta di un’atmosfera nebulosa e sintetizzata su cui subentra un lavoretto di corde sublime. L’etereo lascia presto spazio alla mattanza di drumming, con la quale arrivano anche le harsh vocals e la ferocia insita nel metalcore targato Fit For A King. La chitarra solista continua a essere protagonista del brano facendo da traino integrale anche attraverso il primo catchy chorus del disco. Insieme al giro circolare di chitarra che resta piantato insieme al ritornello nella memoria, non tarda a sfondare l’ascolto un mastodontico breakdown a tutto chug al minuto 2,53. Fin dalla prima traccia i Fit For A King riescono ad agganciare l’attenzione dell’ascoltatore alzando fin sa subito l’asticella della potenza, del coinvolgimento e della memorabilità.

 

 

 

 

Breaking The Mirror arriva dopo che era stato steso il tappeto dell’orecchiabilità in apertura e risplende in vetrina con un concentrato di heaviness e melodic catchiness in proporzione perfetta. Nel nucleo del brano c’è un anthemic chorus ricantabile insieme all’inconfondibile pulito di Ryan Kirby, che mi sono ritrovata a cantare per giorni dopo averlo ascoltato la prima volta. Ecco quindi il primo ritornello magnetico del disco, per altro accompagnato da un assolo ipersonico, gang chants, un impetuoso breakdown e quanta altra bontà metalcore si possa sgranocchiare con un solo morso. L’ispirazione lirica qui tocca il vissuto personale, incentrandosi sulla necessità di lasciare non solo il passato alle spalle, ma distruggerlo per evitare che diventi parte della propria identità nel presente.

 

Attacca con percussioni puniche da fiato sospeso Annihilation, un brano dove è il drumming furioso a risplendere. Al muro del suono aderiscono chitarre serrate, tanto serrate da far stridere i denti. L’ascolto è una corsa contro il tempo percorsa tutta d’un fiato e in cardiopalmo, con un solo rallentamento attraverso il ritornello, heavy e incalzante nelle ripetizioni di: “Rebuild. Redemption. Welcome annihilation”. Stanziandosi tra i brani più aggressivi della selezione, il pezzo è diluito nel retro con una serie di campane funeste e synth fuligginoso che copre di una coltre oscura l’arrangiamento.

 

 

 

 

Al via The Path che attacca con un guitar riff breve e circolare, preludio di un irresistibile headbanging grazie al tappeto ritmico battente e regolare che accompagna la traccia per intero. Nel pre-chorus e attraverso sezioni minori il lavoro di chitarra solista emerge in forma più melodica o più stridente. Torna lo stesso effetto di rintocchi di campana retrostanti del brano precedente e un granitico breakdown a tutti blast beats e chitarroni rampanti. Ma soprattutto i Fit For A King tornano con un altro ritornello accattivante e spazioso con cori e rancore vocale.

 

Ci sono dei guitar licks riverberati, puliti e melodici per l’ingresso di Prophet, che presto evolvono su un arrangiamento ricco e in grado di catturare con forza centripeta, attirando verso il centro dell’orbita sonora. Il tempo accelera attraverso una serie di impennate ritmiche fino a toccare l’apice dello sfondamento da circle pit. Una texture densa di sintetizzato è la responsabile del gradimento del catchy chorus e si percepisce attraverso quella linea armonica nel sottofondo del caos sovrastante. L’esperienza di ascolto è totalizzante e attinge direttamente alla componente emozionale su cui il brano è stato scritto.

 

 

 

 

Inutile dire che la stessa tracklist è stata incastrata in modo geniale, perché la transizione tra brani prepara all’ascolto successivo senza sforzo. Cosa tanto vera per Locked In My Head che raggiunge la cima del versante melodico dei Fit For A King a partire da un substrato potente. Qui viene concesso largo spazio alla presenza vocale pulita e a un grande ritornello, che ritorna come in Breaking The Mirror: esplosivo, coinvolgente, ricantabile e memorizzabile sin dalla prima ripetizione. C’è una doppietta esclusiva di drumming-riffing nel post-chorus che promuove l’alto coinvolgimento di tutti quegli ascoltatori amanti di un rombante down tuned appaiato a blast beats nucleari.

 

Poco fa parlavo di dinamiche e di brani diversificati. Eccone un esempio: God Of Fire, dove il synth degli elementi elettronici guarda in lontananza all’electronicore. Il pezzo si snoda tra il sintetizzato e il brutale, esplorando il territorio oscuro del sound. Non a caso, integra la collaborazione alla linea vocale di uno dei vocalist più tenebrosi della scena metalcore asiatica, Ryo Kinoshita dai Crystal Lake. Con attacco sintetizzato, il brano palpita per creare un crescendo mentre subentra la distorsione vocale e continua a farlo pulsando su una base elettronica. Il riffing in accordatura bassa appaiato al fretwork fulminante di dita nevrotiche, sono le due evidenze principali del brano. Sfumature atmosferiche oscure colano sull’arrangiamento e preparano a un breakdown mostruoso col meglio del low growl. Traccia banger per eccellenza del nuovo Fit For A King per la distruzione perpetrata su territorio bellico, catalizza lo smascheramento dell’ideologia religiosa.

 

 

 

 

Heaviness per heaviness e occhio per occhio: Stockholm. Rappresentazione del metalcore delle frange più antagoniste, è un brano arcigno, sostenuto nella ritmica e fragoroso sul piano strumentale e vocale. La distruzione alza il muro del suono soltanto per disintegrarlo su uno scenario da ferro e fuoco, inquietante e oscuro. Meno memorabile degli altri, il pezzo è un episodio da massacro sonoro tout court.

 

A due capitoli dalla conclusione viene introdotto un pianoforte per Louder Voice, in accompagnamento a un monologo. Ben presto la ritmica si fa antagonista e affrettata, con una combinazione deliziosa di palm muting rapido e blast beats. L’audacia si apre su uno dei ritornelli più sognanti del disco e devo dire che mi ricorda non poco gli Architects. Bello, fluido e armonico grazie alle clean vocals si discioglie come una perla da bagno dentro a un vischioso groviglio di chitarroni e sezioni ritmiche esagitate. Una serie di dinamiche vocali tra da cori, high screaming alla Sam Carter, pulito, mid growl e sussurrato dei passaggi minimalisti, mette a segno un brano intriso di emozione. A poco dalla conclusione si estende nell’arrangiamento un assolo glorioso, liquido e mellifluo che si cala alla grande nel pezzo poco prima del boato di un enorme breakdown finale. Un gran bel pezzo completo.

 

 

 

 

I Fit For A King decidono di chiudere sul metal incendiario di Vendetta. Gloria di blast beats eseguiti alla velocità della luce insieme a un lavoro di corde squarciante, il brano veicola alla perfezione il concetto di cui il titolo è portabandiera. Un ultimo episodio di caos controllato, si ascolta tutto d’un fiato sulla martellante chirurgia ritmica che non solo porta a sbattere la testa, ma spintona direttamente dentro al mosh pit.

 

THE PATH è un album dinamico, mai scontato e che riesce a tenere attaccati all’ascolto dal primo all’ultimo brano. I Fit For A King mollano uno dei metalcore AOTY 2020 e non mostrano il minimo segno di arresto attraverso una discografia che si snoda tra lavori memorabili, lasciando di volta in volta all’ascoltatore brani talmente magnetici da innestarsi nella memoria per il resto dell’anno. Infallibili e inarrestabili, si meriterebbero un national anthem: “God Save Fit For A King”.

 

Rating: 10/10

Brani suggeriti: The Face Of Hate, Breaking The Mirror, Annihilation, Locked In My Head, God Of Fire, Louder Voice

 

 

Fit For A King – The Path tracklist:

 

1. The Face Of Hate

2. Breaking The Mirror

3. Annihilation

4. The Path

5. Prophet

6. Locked In My Head

7. God Of Fire

8. Stockholm

9. Louder Voice

10. Vendetta

 

 

 

 

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