FOO FIGHTERS. Concrete and Gold.

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FOO FIGHTERS. Concrete and Gold.

 

 

 

Una recensione di Andrea Ascani

 

 

 

Ci sono tante icone del rock. Tanti personaggi che con la loro musica, il talento e il carisma hanno contribuito a segnare la storia di questo genere musicale attraverso il tempo. Grazie ai suoni, alle parole e alle emozioni riversate in una canzone. Molti di questi non ci sono più o, chi c’è ancora, vive di riflesso di quello che è stato, di quello che ha prodotto; mantiene alto il nome grazie a tour megagalattici in cui si mischiano generazioni di fan, vecchi e nuovi, ma senza avere poi nulla di nuovo da dire.

 

 

DAVE GROHL.

L’uomo più gentile del rock. 

 

 

 

Dave Grohl forse è uno dei pochi rocker rimasti sulla scena musicale mondiale. Rocker inteso non solo come musicista, interprete e compositore, quanto piuttosto come Personaggio, con una propria identità. Le continue – e quasi mai banali – interazioni social con i fans, lo storico concerto di Goteborg terminato nonostante la gamba fratturata per non deludere il pubblico, il successivo broken leg tour” sul trono di chitarre, la data di Cesena in risposta all’appello dei millini del Rockin’1000.

 

 

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Non sono eventi casuali, non sono eventi banali. Lo hanno definito “l’uomo più gentile del rock” e forse è effettivamente così: Dave è simpatico, disponibile, è difficile non volergli bene. Ma il suo modo di fare non è mai para*ulo, non da mai l’impressione di volersi costruire un’immagine, magari poi difficile da mantenere. Dave è il ragazzo della porta accanto che ce l’ha fatta”, ha detto una volta Butch Vig, il produttore di Wasting Light e di Sonic Higways nonché di pietre miliari come Nevermind dei Nirvana. A suon di fatti concreti ha saputo costruire intorno al suo personaggio, e alla sua band di conseguenza, una reputazione solida e tangibile, tanto da farne uno dei pilastri del panorama rock musicale attuale. “C’è ancora qualcuno che fa dischi rock, andiamo a conquistare questo ca**o di mondo!”, ha detto proprio a proposito del loro nuovo album.

 

 

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FOO FIGHTERS. Concrete and Gold.

Panoramica e analisi. 

 

 

 

Concrete and Gold, appunto. Il nono album in studio, dal lontano ormai 1995. Ventidue anni di carriera in cui a parte forse The Colour and the Shape non esiste un album di riferimento. Non c’è un disco che riduca drasticamente il valore artistico, musicale e contenutistico, degli altri. Ovvio, ogni fan ha il proprio gusto personale, ma a parte qualche rara eccezione – non parlo comunque di album interi – la loro produzione non è mai scaduta. Il livello si è sempre mantenuto medio-alto, spaziando, sperimentando ma mai scadendo nel banale.

 

L’approccio nella stesura di questo nuovo disco segue un po’ quello che è accaduto con Sonic Highways, ovvero quello di riprendere riferimenti dalla storia della musica (europea questa volta, con Beatles e Pink Floyd su tutti) e fornirne un’ interpretazione personale, senza mai perdere la propria identità ma senza nemmeno perdere la voglia di introdurre nuovi elementi, nuove sperimentazioni. I risultati sono ottimi per alcuni brani, discutibili per altri. Ma andiamo con ordine.

 

Paul McCartney e Justin Timberlake (oltre a Alison Mosshart dei Kills, Shawn Stockman dei Boyz II Men, il sax di Dave Koz) sono le guest stars del disco, anche se rispetto agli ospiti presenti in Sonic Highways sono collaborazioni molto più eterogenee e meno contestualizzate.

 

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Questo nuovo approccio, solo apparentemente più commerciale, è riuscito a non snaturare l’anima del sound della band, arricchendolo di nuove armonie e introducendo in modo più palese e deciso due elementi fin’ora mai predominanti nei precedenti lavori, le tastiere e le voci. Rami Jaffee, di fatto già presente dal 2005, entra a far parte ufficialmente come sesto elemento della band e si sente. Così come si sentono i cori e la diversa impostazione riservata alla voce di Dave, meno pronunciata e quasi ovattata, che si fonde in maniera omogenea al resto degli strumenti: le voci diventano a tutti gli effetti il settimo strumento della band e grazie a questo le liriche risaltano in modo particolare. L’uso del mellotron,  cosi come i flanger utilizzati nei cori rendono il suono pieno, armonioso, meno spigoloso.

 

Viene allora da chiedersi: ma ci sono i Foo Fighters in quest’album? E in che modo? La risposta non è ovvia, ed effettivamente il riscontro della critica a questo album è stata abbastanza ampia e non omogenea. Secondo il modestissimo parere di chi scrive si, e vi spiego perché.

 

Da una parte la sperimentazione di rendere omaggio, come abbiamo già detto, a una fetta del rock classico anni 60/70. Dall’altra quella di mantenere l’anima di rock puro proprio della band. L’impressione apparentemente è che Dave e soci facciano fatica ad uscire dalla loro comfort zone ed avventurarsi in qualcosa di veramente nuovo e inaspettato. Ma se non altro ci provano.

 

Dal mio punto di vista la produzione fino a questo momento della band californiana è stata talmente ampia e variegata da risultare difficile riuscire a sorprendere un pubblico che inevitabilmente col tempo è diventato sempre più esigente. Ed è difficile, effettivamente, definire la loro produzione musicale con un solo genere. Alternative rock? Post grunge? Power pop? Garage rock? Tutto giusto, niente sbagliato. Forse di sbagliato c’è solo il voler cercare una categoria specifica, di dover voler definire “cosa mi aspettavo dal nuovo disco dei Foo Fighters”. Probabilmente ci sorprenderebbero solamente se uscissero con un disco metalcore o neomelodico. E questo mix di identità nel disco è ben presente e ben visibile, fin dall’inizio.

 

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T-shirt è un minibrano di 80 secondi che dopo un avvio sdolcinato e sommesso parte con un colpo di chitarra che ti riporta sulla terra (a un certo punto sembra di sentir partire Wheels!) e di colpo si interrompe e lascia spazio a Run, primo singolo estratto dall’album. Anche qui l’avvio è una ballad lenta, che cresce, passando tramite i riff di chitarra di Pat e Chris e con Taylor che picchia sulla batteria, ad un sound metal con lo yell di Dave.

 

 

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Il video merita una nota particolare: la band, in versione vecchietti ca*zuti, rianima letteralmente gli ospiti di una casa di riposo. A metà tra energia e ironia, il videoclip è un omaggio a “Qualcuno volò sul nido del cuculo“, il film del 1975 diretto da Miloš Forman e ambientato in un ospedale psichiatrico. Allo stesso tempo il testo del brano, il desiderio di evasione si ispira nemmeno troppo velatamente alle elezioni di Donald Trump alla casa bianca. “There was something about running away from it all just to find a place where you could find peace”, ha dichiarato Grohl. “The song is basically about trying to find a place where you fell free, and there’s peace”.

 

Si prosegue con il riff blues di Make It Right (con i cori di Justin Timberlake) per arrivare al secondo singolo estratto dall’album, The Sky Is A Neighborhood. Ritmo incalzante e i cori si fondono in una power ballad che sembra quasi una filastrocca. Le figlie di Dave che giocano nel video amplificano questa sensazione, immergendoci in un’atmosfera di profonda introspezione e voglia di capire cose che non ci è dato conoscere.. non riesco a smettere di pensare a Extraterrestre di Eugenio Finardi (con i dovuti distinguo, ovviamente)!

 

 

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Laa Dee Da, con il suo ritmo sincopato spezza in due il disco: aspra, tosta, rimanda tantissimo alla White Limo di Wasting Light. Si riprende piano, pianissimo, con quello che per me è il vero brano debole del disco, una Dirty Water fiacca e disarmonica nel contesto, nonostante la crescita di ritmo e di voce della seconda parte.

 

Arrows è forse la più Foo-style, per ritmo e sonorità, pur non lasciando un segno particolare, ma è una di quelle canzoni che già dal primo ascolto sai che imparerai a conoscere e a canticchiare quando meno te lo aspetti. Happy Ever After (Zero Hour), è invece una ballata veloce e leggera, semplice nei suoi rimandi Beatlesiani cosi come la successiva Sunday Rain, con Taylor alla voce e il baronetto Paul McCartney alla batteria.

 

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Per The Line, terzo singolo estratto giusto appena prima della release ufficiale dell’album, vale un po’ il discorso fatto per Arrows: è “la canzone che ti aspetti”, in piena comfort zone per l’ascoltatore, ma che al di là di un testo intenso e ricco di significato non colpisce particolarmente dal punto di vista musicale.

 

La title track invece, Concrete and Gold, merita una nota particolare. Già per la strana posizione, in coda all’album. I suoni sono profondi, distorti; è una gran sorpresa, i Pink Floyd e i Black Sabbath si sentono tutti e il paragone diventa quasi scomodo per chi ascolta. E’ di sicuro un brano inaspettato, difficile da portare alla fine e da digerire, specialmente al primo ascolto. Il testo viaggia sullo stesso livello, particolarmente profondo e introspettivo: “I have an engine made of gold, something so beautiful..The world will never know our roots are stronger than you know, up through the concrete we will grow”.

 

Quando a Dave è stato chiesto di descrivere questo nuovo lavoro, ha risposto che si sarebbe trattato di una versione di Sgt Pepper dei Beatles come se l’avessero suonato i Motörhead o, in alternativa, di un Pet Sounds dei Beach Boys rimaneggiato dagli Slayer. Tutto e il contrario di tutto, praticamente. Concrete and Gold è un disco solido e prezioso, almeno nelle intenzioni. In parte soddisfatte, in parte molto meno.

 

 

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Concrete and Gold non è certamente un lavoro estremo, rivoluzionario. Tantomeno un capolavoro. E’ piuttosto il prodotto di una band che crede nella buona musica e non ci siano vincoli di genere riguardo quello che possa ricadere in questa categoria. Le influenze di questo disco sono ben chiare, il rock dorato degli anni 60 e 70. Il risultato è una scaletta di pezzi eterogenei, ben riusciti o meno, ma che hanno comunque l’obiettivo di voler rappresentare un’idea di musica ben precisa, concreta. Quella di essere la musica di tutti, per tutti. Cemento e oro.

 

Ci sono gruppi che fanno un tour per promuovere un disco, altre che producono un disco per promuovere un tour. Non credo che i Foo Fighters si trovino nell’una e nell’altra situazione. Il tour 2018, annunciato a breve e anticipato dalle date di Manchester e Londra, sarà un successo e un sold out dopo l’altro, a prescindere dal successo di Concrete and Gold. Lo stesso Dave, prima del maledetto tour del 2015, si pronunciò cosi riguardo la diatriba dell’epoca circa l’utilizzo di Spotify: “Me personally? I don’t fu**ing care. That’s just me, because I’m playing two nights at Wembley next summer. I want people to hear our music, I don’t care if you pay $1 or fu**ing pay £20 for it, just listen to the fu**ing song.”

 

Dopo tutto i Foo Fighters, dopo più di venti anni di carriera, non hanno nulla da dimostrare. O forse addirittura non l’hanno mai avuto.

 

 

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Grohl rimane comunque uno degli ultimi eroi del rock, in un’epoca in cui non si contano più le vittime del tempo che scorre inesorabile. Ci proverà ancora, e magari andrà meglio, magari peggio. Noi saremo sempre e comunque lì.

 

 

Andrea Ascani

 

 

Ascolta Concrete and Gold:

 

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Sono onorata di ospitare questa recensione di Concrete and Gold dei Foo Fighters da parte di Andrea Ascani, musicista, live reporter e fantastico redattore. Per sapere di più su di lui, sbirciate nel suo music background:

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