I fuochi fatui dell’agonia umana. AFRAID OF DESTINY. AGONY.

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AFRAID OF DESTINY. Anime errabonde.

Bio e lineup.

 

 

Gli Afraid Of Destiny sono una band atmospheric depressive metal trevigiana con Adimere alla chitarra e R.F. alla voce. L’ultimo album Agony vede anche la partecipazione di Atom Krieg su Autumn Equinox cantante degli Anti, storica band depressive metal e Darkmoon Warrior.

 

La band è nata nel 2011 come progetto one man band con il solo Adimere e il nome di battesimo Vitam Nihil Est, mutato in Afraid Of Destiny nel successivo 2012 assieme a una trasmutazione di genere dal black metal con contaminazione dark ambient al corrente atmospheric depressive metal.

 

 

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La band esordisce con Demo del 2013, e conta due LP: Tears Of Solitude del 2013 e Agony del 2017, due split non ufficiali confluite nell’EP Hatred Towards Myself e un rehearsal demo strumentale, Rehearsals, del gennaio 2017. 

 

Agony è l’ultimo lavoro degli Afraid Of Destiny, in release in versione CD per l’etichetta statunitense Razed Soul Productions e in re-release in versione Vinile per l’etichetta polacca Mara Productions entro il termine del 2017. Il progetto porta le stigmate dei moti più sinistri dell’animo umano, pennellati d’oscuro dagli Afraid Of Destiny da un punto di vista strettamente personale.

 

 

AFRAID OF DESTINY. AGONY.

Track by Track

 

 

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Il viaggio parte da qui, da una stanza del pensiero umano vuota, come preannuncia la seconda traccia A Journey Into Nothingness (Part 1) dove sonorità in crunch guitar tirano la cortina di una tenda sporca, strappata e gli Afraid Of Destiny ci guardano da lì dietro, minacciosi e vestiti di funebre. Riff circolari ad accompagnare la chitarra in distorsione per tutto l’unfolding del brano. Si cuciono a vivo sulla pelle di melodie ferite, le vocals del loro lead singer, in sapiente Kvlt screaming senza alzare il volume, accompagnata da distorsione vocale in fry screaming e low range growl. Un brano cullato da un angosciante testualità perforato dalla paura di un futuro sofferto, del timore di perdere tutti e tutto, del desiderio infausto di scomparire con essi.

 

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Gli Afraid of Destiny avanzano in questa stanza vacua come una cassa toracica squarciata e senza cuore. E si gettano in caduta libera dalla finestra, laddove sulle lyrics di A Journey Into Nothingness (Part 2), si mettono in marcia assieme a una schiera errabonda di anime, nella nebbia, su un campo oscuro e urlano dalla paura di morire ma nessuno li ascolta.  Ancora un songwriting intenso a dipanarsi dallo screaming in dissolvenza su atmosfera strumentale lugubre. Con una campana funeraria a scandire il ritmo di una processione di anime infinita nel nulla prima che entrino guitar riffs più atmosferici ancora in alternanza fra distorto e pulito in fusione liquida sulla stressa struttura ritmica precedente.

 

Rain, Scars, and the Climb. Uno dei brani preferiti. Pezzo affascinante con opening su sound in pioggia battente e tuoni che rotolano verso l’ascoltatore, quel tanto da sfiorargli la pelle con alito di morte e suscitare un brivido di ghiaccio. Apre in favoloso arpeggio in clean guitar e soffice accompagnamento di archi, a cui si accostano riff evocativi e capace di trascinare sul dark appeal di questo brano. Sono gocce di pioggia quelle che cadono dal cielo, paragonate alle lacrime che si riversano dagli occhi che ci vengono cantate in vocal distortion low screaming e quel tanto di gothic nello strumentale. Un drums pattern gradevole, regolare con alcune variazioni non esagerate, a cui si intrecciano secondari blast beats. Quando il brano sta per morire, entrano un altro arpeggio, riff distorti e vocals sempre in graffiato estremo su archi in backdrop coi quali la traccia chiude in bellezza. Un brano davvero ricchissimo.

 

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La quinta traccia Autumn Equinox apre anch’essa sotto alla pioggia corrosiva che cade dal cielo, ma in crescendo strumentale, uno tempo rallentato che poi in seconda sezione del brano si accelererà. Traccia a fluire da un cuore spezzato, che divaga errante fra il rimpianto della perdita di qualcuno e il lutto del vuoto lasciato. L’autunno allunga le sue scarnite mani verso il ricordo e il dolore, fino a conficcare lunghe unghie affilate come rasoi dentro a un cuore stracciato a brandelli. Il brano vede il featuring nelle vocals di Atom Krieg cosparse di sofferenza nel clean and clear contrapposte alla distorsione tra low fry screaming e tunnel throat di R.F. Un inaspettato e catartico breakdown che vola su note di piano romantiche quanto decadenti accompagna la voce piena e dilaniata. La ritmica si fa più vigorosa in questa sezione pulsante prima di mollare il brano al solo graffiato su arpeggio in chiusura.

 

La successiva Hatred Towards Myself apre con urla raschianti e distorsione totale di giri di chitarra e drums pattern drammatico in tempo da psico ipnosi, più lento e sincopato. Sono urla che riecheggiano da un buco nel terreno, una fossa della quale non si scorge il fondo, dalla quale una mostruosità dannata aspetta coi suoi occhi roventi. Le sue labbra prosciugate bramano il sangue di qualche umano che come gli Afraid of Destiny abbia tentato nella propria lotta e abbia perso. Qualcuno che si sia sporto per ascoltare meglio queste sonorità e sia caduto nella fossa dell’odio contro sé stessi e la dannazione personale del fallimento. Un brano che spezza lo sferragliamento di riff in favore di un arpeggio bellissimo, quanto mai stregato a chiudere la traccia in dissolvenza.

 

Into The Darkness è un’altra traccia favorita per la ricchezza che abbraccia. Apertura con esclusive percussioni, subito sbranate da arrangiamento geniale di vigorosi guitar riff e assoli notevoli. In questo viaggio nel cosmo buio del depressive black metal, brancoliamo su solo accompagnamento di chitarra, sulle distorsioni di R.F. che ci fissa coi suoi occhi maligni al di sotto del lungo manto dei suoi capelli scuri e lo fa leccando dalla lama della morte, che nella solitudine sta per recidere un polso legato a una vita ingiusta, un cuore gelido e un orizzonte troppo lontano per ogni consolazione e speranza.  E irrompe in prepotente low range growl, un urlo primordiale e cosparso di zolfo.  Bella traccia, intensa, si beve dalla coppa della morte tutta d’un fiato.

 

 

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Scivola dietro di lei, un altro brano di forte impatto. Sweet Illness Of Mine (Lifelover cover) con double vocals per la partecipazione al cantato clean and clear di Adimere intrecciato a backing vocals altrettanto pulite ma sempre recise a sangue dalle harsh vocals.  Un riarrangiamento su audaci riff in variazione durante l’unfolding del brano e sezioni di batteria che spingono all’headbanging in sapiente esecuzione. Brano da esercito di corpi senz’anima, in brandelli di pelle consumata dalla morte e lunghi capelli, in cammino con asce da guerra e falci su un prato di nere rose sfiorite verso il tormento di ricordi perduti.

 

Finora Agony ha abbracciato nella sua disperazione arpeggi malinconici, ha lasciato scivolare lacrime su distorsioni vocali in evil spell e giri di chitarra infernali, ed ora procede con Silence, una traccia geniale perché contenitore vuoto di sonorità e con la bocca cucita a vivo di un lungo minuto di solo silenzio assordante. Un omen che preannuncia lo svalico della vita verso la morte.

 

Lascia spazio alla closer Outro, il laccio che con solo accompagnamento in chitarra acustica, meraviglioso quanto fragile, come nell’opener, fa di nuovo chiudere gli occhi e stringe ormai il collo di tutti i precedenti brani lasciando il corpo cadere dalla sedia per consegnarlo all’agonia dell’eternità.

 

Un viaggio nel dark ambient di un mood evocativo e vitriolico del sentire umano, corrosivo di ogni sentimento di serenità e pace. Un viaggio percorso assieme agli Afraid Of Destiny che ci sfiorano la pelle con mani gelide, e ci ricordano che l’unica quiete umana è quella della morte a contorcersi su di una bittwersweet melody dell’agonia che ne accompagna la sua venuta. AGONY.

 

 

Recensione tecnico strumentale a cura di Adriano Pigna:

 

 

A Journey Into Nothingness (Part 1) e A Journey Into Nothingness (Part 2) sono due brani nei quail ho trovato la chitarra a rinforzare sapientemente l’atmosfera funerea. In Rains, Scars and The Climb l’arpeggio pulito è stato di mio gradimento insieme alla chitarra distorta in entrata che ho trovato geniale. Si tratta di una distorsione bella corposa e moderna, molto compressa e bilanciatissima. In generale tastiera, chitarre, voce, sono equalizzate bene, nessuna prevale sull’altra. La voce in distorsione mi ha fatto impazzire. A livello compositivo il genere ha previsto un arrangiamento con maggioranza di due accordi nel disco, ma nonostante la scelta che favorisce la semplicità, l’atmosfera ne ricava quella bella pesantezza che si staglia a punto chiave dell’intero album. A livello chitarristico il suono è fenomenale e sembra che vengano utilizzate tonalità abbastanza alte, una scelta sicuramente meno consueta rispetto al genere black metal in senso, lato, qui trasmutato in un’atmosfera depressive che non perde una goccia del proprio impatto.

 

 

Sono onorata di ospitare un inserto da parte del chitarrista Adriano Pigna. Per sapere di più su di lui, sbirciate nel suo music background:

www.sickandsound.it/meet-my-editors

 

 

Gli Afraid Of Destiny sono nei nostri player Song of The Week con il brano Into The Darkness, Album Of The Week con Agony e faranno parte della Top 10 Songs of the Week con Rain, Scars and The Climb in uscita il 25 per la quarta settimana di Settembre.

 


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3 commenti su “I fuochi fatui dell’agonia umana. AFRAID OF DESTINY. AGONY.

  1. Recensione meravigliosamente sentita e approfondita, non vediamo l’ora di collaborare ancora con voi.
    Grazie ancora per il fantastico trattamento e il supporto, ovviamente ricambiato.
    A presto!

    R.F.

    1. Grazie infinite di questo riscontro positivo R.F. E’ stato un enorme piacere anche per me collaborare con dei muscisti tanto di talento e spessore in un genere particolare e affascinante come il vostro. SICK AND SOUND continuerà a seguirvi e a supportare attivamente la musica tenuta in vita dalla vera passione. A presto!

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