GOROD: la legacy francese del technical death metal e il nuovo album ÆTHRA.

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GOROD. 

Due decadi di technical death metal

 

 

 

 

Quando si parla di legacy francese del metal uno dei primi nomi a venire in mente è quello della formazione da Bayonne capitanata dal mastodontico Joe Duplantier, i Gojira. Dallo stesso versante, quello del technical death metal, i GOROD, storica formazione da Bordeaux con più di due decadi di musica alle spalle. La band di Julien Deyres, Mathieu Pascal, Nicolas Alberny, Benoit Claus e Karol Diers ha raggiunto la soglia del sesto album in studio col nuovo ÆTHRA lo scorso 19 ottobre 2018 tramite Overpowered Records. Ho avuto il piacere di riceverne la promo di recente tramite il nostro partner Satanath Records per la release est europea del disco.  ÆTHRA lascia alle spalle l’album di debutto Neurotripsicks del 2005, Leading Vision del 2006, Process of a New Decline del 2009, A Perfect Absolution del 2012, A Maze of Recycled Creeds del 2015.

 

 

 

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GOROD. ÆTHRA.

Overview

 

 

 

 

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GOROD. ÆTHRA.

Track by track review

 

 

 

 

Il nuovo dei Gorod apre con Wolfsmond, vetrina della sperimentazione perpetrata nel disco e uno stridente mestiere alle corde in grado di innestarsi con un vorticare ipnotico nel cervello. Nevrotico quanto il riffing in evoluzione, è il tappeto ritmico, che subisce altrettante variazioni in nome di un caos controllato.  La delivery vocale passa per tutti i registri del growl, quando più scuro, quando più chiaro, più sussurrato e una serie di altre tecniche che inseguono la parola perno del brano: variazione. Il disco è delimitato da un perimetro ampio che si snoda da tracce più progressive come questa in apertura, a tracce più psicopatiche e inclinate a spiragli di melodia come vedremo.

 

Oscuro e dannato il secondo brano Bekhten’s Curse meraviglia di corde progressive tra riffing e shredding in entrata insieme ad atmosfere rarefatte e nebulose. Con intersezioni di parlato e sezione ritmica battente, si evolve su passaggi di linea vocale sincopata e cori con sottili linee melodiche che incoraggiano l’orecchiabilità del chorus. Il brano è dotato di fascino stregato quanto la maledizione della principessa Bekhten dalla mitologia egiziana qui protagonista.

 

 

 

 

Parlando di melodico, la virata è in derapata con la title track Aethra dove chitarre pulite, arpeggi e un accompagnamento interamente inclinato all’armonia e alla melodia, in principio sconcerta l’ascoltatore medio dei Gorod. Non manca di allungarsi sull’heaviness ma procede con tonalità melliflue e seducenti specialmente sugli assoli del pezzo che si distendono nell’udito a elisir sonoro. Per heaviness si intendono le intersezioni di death metal e passaggi blackened che trovano la loro collocazione fluida nell’architettura del brano. Un raro caso di accostamento di diversi generi brutali che funziona alla grande e si squarcia il petto sulla melodia di un ritornello melodico e memorabile.

 

Uno dei preferiti del nuovo dei Gorod è The Sentry dove la variazione ritmica costante crea imprevedibilità, Si accende sulla frenesia dietro alle pelli e rallenta in favore di un pre-chorus melodico in apertura su un ritornello evocativo in cantato pulito e solenne. Immancabile l’assolo e la doppietta di basso-chitarra chirurgicamente suggellata.

 

Premere per play per il prossimo brano in coda per sorprendersi ancora: Hina. Altra perla del progressive, è un pezzo ultra psicotico nelle capriole dipinte dal riffing. Livellato e caotico, apre a istanti di low range growls e screaming ammiccanti al brutal e al black metal, in entrambi i casi supportati da un adeguato accompagnamento ritmico. Questo è brano esemplare di quello che sono in gradi di realizzare i chitarristi della formazione francese, evidente nella sezione che si approccia alla metà e si estende a lungo. Come negli altri casi, la fusione tra generi, qui brutal death e blackened è liquida e impalpabile.

 

Blast beats ad effetto mitragliatore e riffing stoppato presentano And the Moon Turned Black, un brano dove l’havoc da padrone con repentine accelerazioni su tutta la strumentazione, corde vocali incluse e rallentamenti languidamente melodici. Del  brano ho apprezzato l’abissale impiego del growl gutturale e i passaggi di blast beats precisi al micron con il riffing start and stop che ammicca a deathcore e simili.

 

 

 

 

La palla passa al Dio induista della Luna con Chandra and the Maiden dove il sopra decantato start and stop fa un passo avanti sin dall’attacco, con un suggestivo monologo. La narrazione si evolve dal sussurrato al cantato esagitato e progressivamente, tutto lo strumentale raccoglie velocità per sfiorare ancora l’asticella del blackened per poi ritornare in riga sull’arrangiamento iniziale. Innesti di wind chimes, tintinnando si accodano al dinamismo.

 

Goddess of Dirt si avvicina alla chiusura con incedere massiccio e non troppo diverso dalle formule precedenti, sussultando sul distruttivo tappeto ritmico e affrettato riffing. Per lo meno fino alla metà quando il brano si apre su una sezione fortemente influenzata dall’elettronico ed effetti lama retrostanti mentre un sincopatissimo arrangiamento sa decisamente come catturare l’attenzione dell’ascoltatore.

 

Una lunghissima introduzione strumentale in Inexorable lascia spazio alle harsh vocals, che dal profondo dell’abisso sfoggiano la versione gutturale nell’interezza del brano. Blindato e trainato da profondi bassi si evolve su un’infernale mattanza di blast beats-riffing. Guardando al versante del brutal si chiude sfumando per l’ultimo numero del disco.

 

 

 

 

Con A Light Unseen, i Gorod chiudono in bellezza. Qui l’inclinazione al melodico si manifesta dissipandosi all’interno di una reboante struttura di bassi e martellanti percussioni che sfiorano il supersonico nel blast. Il melodico è sublimemente messo in atto dalle chitarre, quanto da sezioni vocali orecchiabili sul ritornello. Occhio però, perché passaggi melodici non significano fine della distruzione. La brutalità continua a fare da padrone da capo a fondo del brano, con mostruoso lavoro di corde progressive, low range growl e nevrosi da doppio pedale.

 

Un album blindato, compatto e brutale, con squarci di melodia e sorprendenti innesti sperimentali. Con perizia tecnica innegabile e invidiabile, i Gorod si addentrano in territori fantasiosi e creativi. La genealogia lo permette quanto il talento di uno strumentale virtuoso. ÆTHRA è un disco strutturato e dinamico che talvolta coinvolge, talvolta dissocia. A voi il giudizio finale.

 

 

Rating: 8.8/10

Brani suggeriti:  Bekhten’s Curse, Aethra, The Sentry, Hina, Goddess Of Dirt

 

 

 

Tracklist completa per GOROD – ÆTHRA:

 

 

1. Wolfsmond

2. Bekhten’s Curse

3. Aethra

4. The Sentry

5. Hina

6. And the Moon Turned Black

7. Chandra and the Maiden

8. Goddess of Dirt

9. Inexorable

10. A Light Unseen

 

 

 

 

 

 

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