I CURSES e il nuovo CHAPTER II: BLOOM: oltre il muro del suono, la finesse melodica e la perizia tecnica.

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CURSES

 

 

 

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Non sappiamo chi faccia scouting di talenti nel team SharpTone Records, ma è certo che l’etichetta statunitense si sta affermando alla velocità della luce per la capacità di nutrire il proprio roster metalcore di talenti emergenti, destinati a restare sulla scena con lunghe discografie forti. Ultima entrata in casa SharpTone, i CURSES sono la scoperta dell’anno. Sono una formazione dalla West Virginia, provengono da Princeton e si schierano sul panorama metalcore e della frangia melodica del genere, con una determinante influenza tecnica dal progressive metalcore. Dopo il primo album in studio Chapter I: Introspect del 2017, la formazione di Brandon Casto, Eli Fry, Davey Nicewander, Michael Olivares e Shane Cyrus, torna con un nuovo contratto discografico e il secondo album CHAPTER II: BLOOM il 7 agosto 2020.

 

 

 

 

CURSES. CHAPTER II: BLOOM.

Track by track review

 

 

 

In questo nuovo lavoro dei Curses, una solida base di metalcore viene sfumata e diluita da un’abbondante componente melodica, che si snoda melliflua all’interno delle intercapedini di un’architettura dove le colonne portanti sono i tecnicismi e i virtuosismi progressive. La tecnica appresa non lascia trasparire soltanto quanto le tracce siano scritte e costruite curando il dettaglio – quelle chicche per pochi intenditori di corde in combo con strutture ritmiche altrettanto ragionate – ma anche quanto questa sia manifestazione perfetta del talento. Tecnica e talento lavorano in sinergia per strutturare una tracklist che alterna momenti più morbidi e onirici, sfumati di quelle nuance suggestive della copertina del disco, a momenti di catchiness da ritornello ricantabile e ancora a passaggi detonati dalla carica esplosiva di chitarroni serrati, sezioni ritmiche martellanti e rancore vocale ad alta corrosione.

 

 

 

 

I Curses hanno disciolto innumerevoli elementi all’interno di dieci brani, che bisogna cogliere con l’attenzione di chi cerca in un album quei dettagli che fanno la differenza. Il panorama metalcore statunitense si sa, è un luogo sovraffollato, ma il quintetto ha lavorato a una creazione artistica che attinge proprio da dettagli distintivi per farne il proprio punto di forza. Fanno leva su innesti atmosferici e nebulizzati, quell’uso intelligente di synth, che nel metalcore moderno crea sovrastrutture di catchiness e coinvolgimento emotivo. Un background strumentale atmosferico è il sottostrato di quello che emerge sonoramente in superficie. Almost Heaven è un episodio di questi, la traccia opener dove la brutalità incontra l’etereo con un incastro funzionale che tornerà attraverso l’intera selezione. Il disco attacca proprio da queste atmosfere sospese e di morbida bellezza, che crescono lentamente e gradualmente verso una tecnica rampante in una combinazione esclusiva di fury and finesse.

 

 

 

 

Vocalmente generosi, i Curses si avvalgono di una varietà di registri dal distorto al pulito a tutte le vie di mezzo tra l’uno e l’altro. Le double vocals, e triple è il caso di dire, sono un perno dell’offerta Curses perché la transizione tra stili differenti si rivela fondamentale e complementare alla dinamica sonora differenziata degli arrangiamenti in base all’orientamento con cui sono stati scritti: sul lato aggressivo, melodico o più sperimentale del sound. La linea vocale è anche quella responsabile indiscussa dei ritornelli ricantabili del disco. Un brano forte sin dall’attacco come The Door in the Wall non solo accoglie un botta e risposta di distorto-pulito calibrato, ma anche un catchy chorus dove la linea vocale si fonde all’arrangiamento strumentale per mettere a punto il coinvolgimento emotivo nell’heaviness madre, grazie alle clean vocals e uno squisito lavoro di chitarra melodica fianco a fianco con l’altra faccia della medaglia di un suono più marcato e massiccio. Un involucro di metalcore più classico, ma ancora con nucleo nel ritornello emozionale e accattivante è ritrovabile in Toska. In questo episodio, quelle tre linee vocali sono distinte ed è semplice isolarle, specialmente nei momenti minimalisti di chitarra languida. Si distinguono per high screaming, mid growl e pulito. Come le transizioni vocali sono fluide, allo stesso modo la varietà del songwriting aiutato da un incastro studiato, o in un caso da un interludio vaporizzato, Ascend, terzultimo brano del disco, paragonabile all’effetto dissolvenza di un software video.

 

 

 

 

 (Wu Wei) è un pezzo che si nutre dei tecnicismi, dalle alternanze e dalla variazione costante di dinamiche e ritmiche, un aspetto interessante e maturo della composizione che deve per forza uscire dal giudizio apparente di un tappeto ritmico sconclusionato per alcuni. Forse il brano più tecnico in assoluto, Amethyst, perla di progressive metalcore da dita frenetiche e abile fretwork da tastiera qui appaiato al sintetizzato e a una ricchezza di altri elementi che lavorano tutti assieme all’effetto complessivo di una stand out track del nuovo disco dei Curses. Tra gli episodi virtuosi, Breathe che partire da un involucro di sintetizzato si arricchisce di quelle dita rapide attraverso le corde, mentre le sorellastre alle pelli reggono il gioco supportandone la perizia tecnica. Un brano completo perché si apre spazioso sul un ritornello bello  caricato di sensibilità melodica.

 

Wetiko è un mastodonte metalcore che combina un enorme ritornello a una sezione ritmica martellante e ponderata sopra a un giro di chitarra vorticante. Qui i Curses innescano un chug costante di palm muting brevissimo e stoppato che sbuffa con i blast beats chirurgici attraverso l’esecuzione e propaga ossigeno sul ritornello con una sfumatura post-hardcore.

 

 

 

 

Sembra che la selezione segua un crescendo in quanto a brani memorabili, perché a due passi dalla fine, Follow the Fire si rivela essere una delle tracce più ammirevoli del disco. Uno squisito riffing progressive si staglia sullo sfondo di un roccioso e blindato metalcore. Tosto e prepotente, non solo coinvolge gli adepti del genere, ma conquista e seduce su quella chitarra ipnotica tanto in evidenza sull’anthemic chorus e protagonista indiscussa dalla seconda metà. Brano preferito in assoluto, è destinato ad essere riavvolto a lungo. Chug, progressive e melodico si uniscono e si fondono in un connubio perfetto.

 

In chiusura Welcome Back arriva in scioltezza scivolando dall’ultima parvenza melodica con cui il precedente brano aveva chiuso. Da quegli ultimi guitar licks riverberati di Follow the Fire, il pezzo sviluppa una lunga intro con un discorso motivazionale, si spezza per mostare l’arrangiamento e ritorna su quelle impronte indefinite e suggestive in chiusura.

 

 

 

 

CHAPTER II: BLOOM è un disco che mette in vetrina un grande talento incastrato a una tecnica raffinata e curata al dettaglio,  che fa dei virtuosismi di chitarra i momenti più magnetici, che dell’ampia varietà delle linee vocali fa le sue molteplici personalità e dei momenti sospesi, le atmosfere che avvolgono lo storytelling dei Curses. La formazione sperimenta con soluzioni aggressivo-melodiche e mostra di avere tutte le carte in tavola e qualche asso nella manica per sfondare sul panorama, con un suono diverso e autentico, che non solo si distingue ma si rende unico rispetto ai colleghi del genere. Lunga vita ai Curses.

 

Rating: 9.5/10

Brani suggeriti: The Door In The Wall, Amethyst, Wetiko, Breathe, Follow The Fire

 

 

Curses – Chapter II: Bloom tracklist:

 

1. Almost Heaven

2. The Door in the Wall

3. 无为 (Wú Wéi)

4. Toska

5. Amethyst

6. Wetiko

7. Breathe

8. Ascent

9. Follow the Fire

10. Welcome Back

 

 

 

 

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