I MONO E LA LORO APOCALISSE DELL’ABBANDONO: NOWHERE NOW HERE.

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Una recensione di Fabrizio Simile

 

 

 

Non sono mai stato qui, e se ci sono stato non mi hai visto. I “Mono” e la loro apocalisse dell’abbandono.

 
 

 

Il Post-rock si sta guadagnando un posto sempre più centrale nel panorama musicale moderno, cercando di superare le specificità di un determinato genere musicale, portandolo ad evoluzioni continue e cambiamenti audaci. Tengo comunque a precisare che parliamo quasi sempre, se non in rari casi, di un tipo di musica portato avanti da band che si muovono e prendono vita nel panorama musicale underground, in quell’ ambiente di nicchia che si sta sempre di più allargando, presentando band che vogliono farsi sentire e che riescono con la loro abilità e le loro doti nascoste a saltare subito all’orecchio dell’ascoltatore. Il termine Post-rock è una parola composta, formata dalla forma base della parola ‘‘rock’’ unita al prefisso latino Post-:

 

Pòst-[dal lat. Post <<dopo, dietro>>] è un prefisso di molte parole composte, derivate dal latino o , più spesso, formate modernamente, nelle quali indica per lo più posteriorità nel tempo, col senso quindi di <<poi, dopo, più tardi>>.

 

 

 

 

Quindi se ci riferiamo ad un genere musicale parliamo soprattutto di sound, il termine si spiega da sé. Il Post-rock vuole essere un genere che supera e sconvolge la struttura base di partenza, appunto il rock, per cercare di creare qualcosa di innovativo. A questo punto parliamo di “musica per i nostri occhi”, un tipo di musica che si rende tangibile e astratta al tempo stesso, che si spoglia delle parole e dei testi cantati per far posto solamente al puro suono, all’essenza stessa delle melodie, trasmettendo emozioni che solo un genere strumentale può fare, creando atmosfere oniriche che catapultano l’ascoltatore in proiezioni astrali, come se parlassimo di viaggi ultra-corporei.

 

 

 

 

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Al giorno d’oggi tra le band che portano avanti questo genere troviamo i Long Distance Calling che assieme ai Mogwai, una delle più famose band Post-rock del XXI secolo, cercano sempre di più di innovare e di far risaltare questo genere ancora troppo poco conosciuto. Tra queste band ne troviamo un’altra che proviene da un’atmosfera ultraterrena e spirituale, capace di dare un nuovo senso al genere base, arricchendo il termine ultimo musicale di passione e di malinconia struggente, i MONO una band giapponese. Essi rappresentano un po’ il sintomo astratto di un sound primordiale che fa del Post-rock il suo umile strumento di trasmissione del pathos artistico orientale. Tutta questa forza e questa meraviglia oscura artistica la ritroviamo nel loro ultimo lavoro: Nowhere Now Here, ed io sono qui per analizzarlo traccia per traccia.

 

 

 

 

 

MONO. NOWHERE NOW HERE.

Analisi traccia per traccia

 

 

 

 

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In After You Comes The Flood, i MONO partono da una base già di per sé tracciata da un movimento sonoro marcato e deciso. La successione degli strumenti da vita ad una melodia solida, che si muove sinuosamente fino ad arrivare al bridge più pesante. Il motivo in sottofondo del brano incita ancora una volta alla malinconia, e nel macabro si dissolve per lasciare spazio alla batteria e ai movimenti ad arco dei giri melodici di chitarra. Il groviglio dei suoni, la continua distruzione del tono melodico, portano il brano a straniarsi dalla struttura di genere fino a risultare molto più dark e d’avanguardia. Questo è puro Post-rock tetro, che inghiotte la luce per rigettare l’oscurità. C’è qualcosa di molto sinistro e surreale nella successione dei suoni e nel loro incastrarsi formando la struttura melodica, proprio come se la musica stessa voglia evidenziare un senso di fatalità imminente.

 

 

 

 

Con il terzo brano Breathe si continua la discesa. Dopo il flusso dei brani precedenti il torrente emozionale si arresta per un attimo mostrando un’atmosfera più distesa del suono, segnando un netto distacco dal vigore precedentemente sperimentato. Il parlato irrompe sulla scena vestito da una solennità surreale:

 

 

“You say it’s gone

Can’t stay the night

The wind takes me

You say the night

Speak to me

The world to a light

Let me go

With the way do wind

I breath to see you.”

 

 

L’astratta atmosfera fumosa del suono prende il sopravvento sul sound marcato, evidenziando una capacità di adattamento alla passione e alla drammaticità fuori dal comune. Dopo la parte cantata il suono si ricompone in una melodia meno tetra del solito. Si sente e si avverte sempre quella sensazione drammatica, quella malinconia di fondo che permea l’atmosfera dell’intero lavoro. Ma nel momento di apertura sonora che indulge nella melodia il brano sembra trascinarsi con fatica e proprio alla sua variazione più angelica sparisce, facendo terminare il brano. Dunque dopo la solennità e la leggerezza della melodia avviene sempre un decadimento, una fine per poi ricominciare sempre, all’infinito, in un’infinta spirale di vita e morte.

 

Il quarto brano rappresenta la title track Nowhere, Now Here e segna un momento fondamentale nell’architettura compositiva dell’album. I MONO finora si sono limitati a trasmetterci dei sospiri Post-rock: la parte d’apertura, un invito all’ascolto e al cammino, la parte vigorosa e solida del secondo brano, la parte agrodolce permeata da solennità e malinconia che porta il dramma compositivo su note dannate colme di passione. Con la title track si realizza quella che può considerarsi la summa del loro manifesto Post-rock. Nowhere, Now Here è una vera e propria apocalisse drammatica, ricca di spiritualità, vigore, insomma un vero e proprio capolavoro musicale che mette in discussione tutta la struttura finora costruita ma non in senso negativo, evidenzia ancora di più il talento dei MONO nel diversificare e nel comporre un Post-rock che esiste perché mosso da un proprio cuore e una propria emozione melodica. Il bridge di intermezzo, al minuto 7:48, rivolge ogni suono verso la compattezza, la successione delle melodie è un vero e proprio groviglio di suoni, un caos multiforme portatore di dramma compositivo. Ordine e caos, luce e oscurità, angeli e demoni, la dualità forma la struttura portante del concept nascosto tra i luoghi mentali dell’abbandono drammatico dei MONO. Con la title track l’apocalisse dell’abbandono si rivela essere quanto più solenne possibile.

 

 

 

 

Far And Further rappresenta la nuova direzione del sound concettuale dell’album. I giri melodici della chitarra si ripetono in un vuoto melodico che inghiotte ogni cosa. Dal vuoto si generano degli armonici distorti che donano al brano un senso di straniamento ancora più forte e il Post-rock si realizza nell’accostamento delle melodie persistenti. Si realizza un giro incessante di musica astratta che guadagna vigore man a mano che il brano scorre. Con l’arrivo dei tamburi il sound si fa più classico, i violini trascinano la melodia su parabole sonore drammatiche, e il sipario della tragedia spirituale si apre. Il suono è sempre più incisivo, compatto, ma allo stesso tempo astratto nella sua essenza, fino a giungere ad un outro netto e destabilizzante, annunciato dal synth.

 

La successiva Sorrow segna, ancora una volta, all’interno della diversificata architettura compositiva dei MONO, un momento unico e intramontabile di dramma classico e di modernità soverchiante. La spiritualità, lo stile solenne orientale, si riversano in questo brano di pura bellezza, di melodie incatastate come diamanti su tuta la struttura sonora dell’intero lavoro. I MONO ci regalano, ci donano, proprio come Dio ha fatto con noi essere umani, un miracolo di drammaticità struggente e di malinconia fuori dal comune. In sé i giri melodici e le consistenze sonore si vanno via via ad inspessire per creare un gioco artistico tendente al sublime. Il solenne e il surreale, l’atmosfera onirica si mescola alla speranza malinconica del dolore, della tristezza. Sorrow rappresenta la vera e propria consistenza musicale che avrebbe il dolore se solo fosse possibile trasformare questo sentimento intimo in essenza musicale. Dunque il percorso struggente del suono, la razionalizzazione del vuoto, e di fronte ad ogni cosa il continuo ed incessante proseguire del dolore che questa volta si fa sentire, fa rumore, non ti lascia agonizzare in silenzio, non si perde dentro di te ma fuoriesce come un flusso perpetuo di emozioni e di malinconia soverchiante. La parte finale del brano è una vera apocalisse di suoni, il caos che si cambia in odine non ancora ben decifrato, e il groviglio sonoro si riversa in un sintetizzatore che pone la parola fine a questo capolavoro unico e prezioso.

 

Parting è la perfetta continuazione di un brano del calibro di Sorrow. Rappresentano la vera e propria dualità sia concettuale che emozionale. I MONO non ci regalano solo un’apocalisse drammatica, con Parting ci spingono a ripartire da dove ci eravamo fermati. In esso si concentra ancora una volta l’animo classico della musica Post-rock, raggiugendo una vetta di particolare perfezione melodica. Tutto, dal primo all’ultimo istante musicale, è luce e oscurità, bianco e nero, dolore e separazione. Il brano scorre senza che l’ascoltatore se ne rende conto, andando avanti diventa parte di ognuno di noi, segna dentro il nostro profondo un dolore nuovo che trasmette alla nostra anima un senso di malinconia e di tragicità assoluta. Ma legato a questi concetti negativi c’è anche una speranza nascosta, spetta solo a noi ritrovarla. La troveremo solo quando riusciremo a metabolizzare il dolore, separandocene.

 

 

 

 

L’ottavo brano, Meet Us Where The Night Ends, prosegue il cammino verso la parte finale del disco. Una volta che il dolore è stato razionalizzato o messo da parte tramite la separazione, siamo pronti ad incontrarci quando la notte finisce, nel momento più buio del giorno ma anche nel più luminoso poiché farà posto alla luce del giorno. In questo brano il Post-rock fa spazio all’Art-rock, presentando un concept sonoro accattivante molto solido nelle sue parti ritmiche. I vari cambi di tonalità esorcizzano la drammaticità per far spazio ora ad un’atmosfera più vigorosa ricca di beatdown in certi momenti sonori accesi, ora meno forti che aprono flessioni lunghe e coinvolgenti. Giocare con le consistenze sonore, trasformare i rumori in suoni, dare un senso melodico alle emozioni è il compito principale dei MONO, e in questo si rivelano i maestri indiscussi del concept Post/Art-rock. La loro arte non smetterà mai di stupire per la ricchezza passionale e viva che si riesce a percepire anche da un semplice movimento musicale.

 

Funeral Song è senza ombra di dubbio una delle canzoni più classiche presenti all’interno dell’album. Il titolo si spiega da sé, nel suo descriversi sonoramente attraverso la composizione melodica. Ma rispetto agli altri brani il suono si arricchisce di trombe infernali, descrivendo un requiem melodico ai limiti della dannazione. Litania dei morti viventi, il serio commiato ai vivi per poi scomparire nel nulla, le trombe dell’inferno annunciano la fine fatale di un dolore che ormai ha vissuto la separazione, elaborando il lutto dell’abbandono continuo in noi stessi.

 

L’ultimo brano, Vanishing, Vanishing Maybe rappresenta un po’ la summa di tutto il lavoro sonoro e artistico che i MONO hanno portato avanti negli ultimi anni e durante tutta la stesura dell’intero Nowhere Now Here. Al di fuori del contesto il concetto di fine di un concept album post-rock rischia di essere scambiato per un punto fermo nel vuoto della composizione. Dalla fine di qualcosa ne deriva l’inizio di qualcos’altro e i MONO vogliono annunciare la loro fine con una vera e propria ballata Post-rock, un pezzo leggiadro, semplice, ricco di sentimento, costruito su giri melodici dolci, sensuali, che continuamente si insinuano dentro di noi. Alla fine resta solo una cosa da fare, scomparire, scomparire forse, per poi ritornare o per finire per sempre nell’oblio? Lì ci ritroveremo, alla fine di ogni cosa, in nessun dove, verso nessuna direzione: “da nessuna parte, ora qui.”

 

 

 

MONO. NOWHERE NOW HERE.

Conclusioni

 

 

 

 

Tirando le somme possiamo dire senza alcun dubbio che i MONO si sono dimostrati all’altezza di ogni più rosea aspettativa. Con questo loro ultimo lavoro sono riusciti a condensare in un’ora densa di pathos drammatico e di abilità compositiva, la summa di tutto il loro percorso musicale. Hanno trasformato delle emozioni umane in materiale sonoro, sono riusciti a dare voce alla malinconia, hanno descritto una vera e propria apocalisse drammatica che tende a volte verso il classicismo lirico, a volte verso l’atmosfera oscura e tetra di una modernità alienante. Si sente e si vede il parallelismo riflessivo di una filosofia del suono, il ricco vocabolario melodico dei MONO non ha rivali in quanto a versificazione compositiva e capacità tecnica nel produrre un testo musicale vivo e ricco di sentimento, evidenziando una certa passione per il pathos oscuro e per l’atmosfera onirica malinconica.

 

Nowhere Now Here è un inno alle anime perse, o forse salve da quell’oblio che affligge ognuno di noi mentre perdiamo tempo a rincorre l’altro-noi, mentre cerchiamo sempre ed incessantemente di favorire l’esterno piuttosto che meditare e riflettere sull’interno a noi caro. Mentre ci affanniamo nella continua e incessante ricerca dell’esterno, in un tira e molla di fughe disperate, moriamo lentamente, continuamente travolti da quello che potrebbe esserci e non da quello che c’è e ci riguarda, in una continua fuga da noi stessi, per noi stessi.

 

 

Fabrizio Simile

 

 

       

MONO – Nowhere Now Here tracklist completa:

       

1. God Bless

2. After You Comes The Flood

3. Breathe

4. Nowhere, Now Here

5. Far and Further

6. Sorrow

7. Parting

8. Meet Us Where the Night Ends

9. Funeral Song

10. Vanishing, Vanishing Maybe

 

 

 

 

Sono onorata di ospitare questa recensione di Nowhere Now Here dei MONO da parte di Fabrizio Simile, musicista, cantante e redattore. Per sapere di più su di lui, sbirciate nel suo music background:

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