I THE AMITY AFFLICTION pubblicano il settimo discusso album EVERYONE LOVES YOU… ONCE YOU LEAVE THEM.

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THE AMITY AFFLICTION

 

 

 

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Hanno due decadi di musica alle spalle e due album d’oro nella classifica ARIA e sono una delle band metalcore più discusse del panorama australiano: i THE AMITY AFFLICTION. Dopo un recente debutto con l’etichetta Pure Noise Records, pubblicano il settimo album in studio EVERYONE LOVES YOU… ONCE YOU LEAVE THEM il 21 febbraio 2020. Segue l’ultimo lavoro sperimentale del 2018, Misery, ed è stato preannunciato da una serie di singoli che hanno stabilito alte aspettative per la pubblicazione. Il disco però non è il riflesso integrale di quello che i brani forerunner avevano anticipato. Escono con i compatrioti Polaris, che nello stesso giorno sfornano uno dei dischi migliori del metalcore tout cour del 2020.

 

 

 

 

THE AMITY AFFLICTION. EVERYONE LOVES YOU… ONCE YOU LEAVE THEM.

Overview

 

 

 

Peccano di songwriting in alcuni episodi commerciali e radio friendly, i The Amity Affliction scadono nello scontato e non riescono a offrire un album consistente, mancante di una vera direzione. Tra i punti a favore del disco, i brani più orecchiabili e quelli schierati sul versante più incendiario del sound, accanto ai fili conduttori tematici che affondano nella salute mentale del cantante Joel Birch. Nel disco i The Amity Affliction riescono ad aggiustare il tiro sui brani inquadrabili nel metalcore moderno, quando sono più spinti sui chitarroni e sul catchy chorus. C’è una visitazione dell’arena rock e una tendenza al radio edit. Tutto il disco è stato prodotto al massimo e per questo resta plastico, tra la manipolazione elettronica della voce pulita e lo strato lucido e pulito con cui la selezione si presenta. Il chug metalcore viene compresso e costretto dentro a una scatola che non esplode mai quel tanto da lascia fuoriuscire il fragore e lo sferragliamento del riffing, il boato del down-tuned o quegli istanti martellanti di blast beats che rimbombano nella cassa toracica, peccato. Tutto sembra contenuto e tenuto a bada e le aspettative dei brani anticipatori, restano in parte frustrate.

 

 

 

 

THE AMITY AFFLICTION. EVERYONE LOVES YOU… ONCE YOU LEAVE THEM.

Track by track review

 

 

 

In apertura, Coffin, uno dei brani interessanti del disco, riflesso di quel versante più heavy approcciato dai The Amity Affliction per questo lavoro. Atmosferico e tintinnante in corde, si apre maestoso su quell’ambience epico alla The Royal o alla Bertraying The Martyrs. Un brano apprezzabile per il theatricore che mette in scena.

 

Incede senza fronzoli né mezze misure sull’esagitazione del tappeto ritmico e dello screaming All My Friends Are Dead. Fa parte dei brani che hanno preannunciato il disco, e miscela una porzione di aggressività per ciascuna porzione melodica, in cardiopalmo la prima, e in orecchiabilità la seconda, specialmente sul ritornello ricantabile. La cornice heavy-melodic accoglie la tematica della solitudine nella malattia mentale, e viene esposta nel modo più frustrato e onesto possibile.

 

 

 

 


Forse uno dei brani più memorabili di questo nuovo The Amity Affliction è Soak Me in Bleach, che insieme agli altri forerunners ne aveva stabilito le aspettative magistrali. Sono purtroppo pochi i pezzi come questo, se fossero stati più numerosi e consistenti, avrebbero messo a punto una pietra miliare discografica. Include un ritornello energico e memorizzabile, adatto alla versione live e al sing along istantaneo. Flusso e riflusso di versi puliti e distorti e uno spaziosissimo chorus, si appoggia su una serie di atmosferici e un arrangiamento potente e orecchiabile. L’approccio melodico al brano è qui calibrato e assolve del tutto al coinvolgimento.

 

Guarda The Amity Affliction – Soak Me in Bleach (Official Video):

 

 

Sulla una formula di metalcore edulcorato e manipolato All I Do Is Sink, che però è un bel brano ed ancora è possibile collocarlo tra quelli che a loro modo si fanno ricordare. Il punto forte qui è il retroscena di chitarra accattivante che accompagna i versi. Il brano che sta a metà tra i due estremi del disco e si colloca accanto a Forever, che è trainato da un gustoso ritornello e soprattutto da un lavoro di chitarra fondamentale che tende, nella circolarità, tende a restare ipnotico all’ascolto. Simili e sulle stesse orme, i due brani procedono su una dose di aggressività e si sciolgono sul chorus melodico, senza differenziarsi troppo dagli altri tentativi.


Apre con un’oscura base down tempo che ammicca all’hip-hop o al rap metal, reminiscente del brano opener Baltimore Rain nel sintetizzato. Sarebbe stato un ottimo brano se non fosse scaduto nel commerciale, perché la parte drammatica del synth e delle harsh vocals tende a essere spezzato dal ritornello con involucro pop. C’è un bell’assolo che spinge il brano nell’arena rock.

 

 

 

 

Come preannunciato, solo pochi capitoli sopravvivono, altri tendono a scivolare via perché si collocano talmente fuori dal metalcore che spiazzano del tutto l’ascoltatore. Tra questi Aloneliness, un brano interamente melodico e pop. Non male come motivetto, ma sbagliato nella selezione, un brano per ragazzine che si tirano i capelli a un concerto della loro boy band preferita. E pensare che si avvale di un testo confessionale, dove viene esposto il bipolarismo di Joel Birch. A questa selezione melodica e di tracce mal collocate si aggiungono anche Just Like Me e la languida Fever Dream.

 

In altri casi come in, Born To Lose l’apertura è decisa e marcata nel metalcore e pochi secondi dopo lascia disorientati. Procede come una via di mezzo tra i versetti in clean vocals ed esplosioni di harsh vocals e chitarre, e seppure affronta una tematica fragile, manca di ispirazione nella composizione perché procede senza direzione. Difficilmente si ricorda il motivo di base del brano. Di questo si ricorda solo la seconda metà, dove emergono alcune corde vorticanti e orientali insieme alla pulsazione di blast beats. Ma durano poco, perché si sfumano del tutto su un coretto di voci armonizzate. Il brano torna sul versante dell’heaviness in chiusura, ma non resta impresso. Non rimanevo così insoddisfatta dall’ultimo Escape The Fate del 2018.

 

 

 

 

Il disco si salva per una manciata di brani, quelli riavvolgibili, tra cui la closer che su una nota più brutale saluta un ascoltatore confuso: Catatonia. Il brano è stato ultra prodotto e come vi accorgerete, i blast beats che devono risuonare dentro a una stanza intera fanno proprio quell’effetto di cui ho parlato sopra, sono contenuti e tenuti al guinzaglio. Il brano non perde la commistione di drumming indiavolato e riffing rampante, e si apre sull’ultimo ritornello spazioso. Insieme alla linea vocale distorta c’è quel palm muting in accordatura bassa che appaga la ricerca di down tuned nel metalcore.

 

Sembra che i The Amity Affliction siano bravi nello schieramento esclusivo sul versante più aggressivo o più melodico del sound, ma perdono di consistenza quando i due aspetti vengono combinati senza una vera ispirazione. Il disco è un ascolto piacevole, con i suoi brani ricantabili e adatti alla versione dal vivo, ma non si colloca tra le pietre miliari della formazione. Non prende una direzione e resta sempre sulla superficie senza rimanere impresso a lungo. Vale la pena ascoltarlo, perché stiamo parlando dei The Amity Affliction, ma senza l’aspettativa di trovare una delle release migliori del metalcore dell’anno.

 

 

Rating: 7.5/10

Brani suggeriti: Coffin, All My Friends Are Dead, Soak Me In Bleach, All I Do Is Sink, Forever, Catatonia

 

 

The Amity Affliction – Everyone Loves You… Once You Leave Them tracklist:

 

 

1. Coffin 
2.  All My Friends Are Dead
3.  Soak Me in Bleach
4. All I Do Is Sink
5.  Baltimore Rain
6.  Aloneliness
7.  Forever
8.  Just Like Me
9.  Born To Lose
10.  Fever Dream
11.  Catatonia

 

 

 

 

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