I WAR OF AGES all’apice della caratura tecnica di corde nel nono album VOID.

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WAR OF AGES

 

 

 

 

Il radar del metalcore si stringe sulla Pennsylvania e su una formazione dal roster Facedown Records che si sta avvicinando alla sua seconda decade, i WAR OF AGES. La formazione da Erie con Leroy Hamp, Steve Brown, Kaleb Luebchow, Jack Daniels e l’ultima entry Elisha Mullins torna il 13 settembre 2019 con il nono brillante album in studio VOID.

 

 

 

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WAR OF AGES. VOID.

Overview

 

 

 

 

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WAR OF AGES. VOID.

Track by track review

 

 

 

 

Il ruolo di apripista è affidato a The Watchers, un brano da quattro minuti e mezzo o poco più che attiva uno scenario atmosferico e mette in scena una serie di eccellenti elementi sinfonici sulla scia di band europee come i Betraying The Martyrs, che escono neanche a farlo apposta col nuovo album lo stesso giorno. La presenza del nuovo bassista è evidente sin da questo brano, tanto quanto il mestiere sublime di chitarra progressive magistrale. L’intreccio di cori, voce pulita e screaming si snoda insieme all’evoluzione stessa dell’arrangiamento che trae dalle atmosfere sintetizzate, dagli interludi smorzati sul melodico e dal ritornello super catchy il massimo dell’emozione e dell’energia per mettere a segno un grande brano di apertura. Occhio perché al minuto 3,18 arriva un mastodontico breakdown da non perdere!

 

Attacca da un giro circolare di chitarra destinato ad essere ricordato a lungo la title track Void su cui si va a cucire un mordace palm muting. L’heaviness sussulta sul massiccio mestiere di bassi che si sentono tremare sotto alla linea vocale abrasiva, appaiato all’altrettanto roccioso riffing e tosto drumming. Il brano è pieno, e per pieno intendo che include numerosi elementi sparsi su un arrangiamento dominato da un’alta dinamica, elementi riempitivi e repentine variazioni. Ma non perde di orecchiabilità, perché questa si riacchiappa sui passaggi più infernali, grazie al giro circolare che si fa letteralmente ipnotico e su uno spazioso ritornello melodico.

 

 

 

 

Parlando di variazioni e di symphonic metalcore à la Betraying The Martyrs, Blood of the Earth, che di questi tratti fa il sottostrato di uno strumentale demolitore, con qualcosa sul ritornello che per qualche motivo richiama i Born Of Osiris dell’ultimo album. Altamente orchestrata, la traccia include interludi strumentali dove ogni cosa diventa possibile. Da istanti di drumming super frenetico a passaggi di elettrica in nevrosi da fretwork e tastiera non indifferente. Le corde soliste splendono in particolar modo sopra a un riffage stoppato, brevissimo e fulminante. Sparano a pieni cilindri i War Of Ages e dopo aver menato per bene, seducono su un chorus memorabile sul versante anthemic della resa.

 

Miles Apart si affaccia con un intro melodica di guitar licks semplici e un cantato ovattato. Si lascia quindi deflagrare sul metalcore delle mille percussioni e di rombanti chitarroni. Mentre il brano corre alla velocità della luce sul tappeto ritmico, anche le chitarre corrono con senso di urgenza e sfociano liquide su un ritornello squisito quanto il precedente. In questo pezzo torna ancora il traino di chitarre protagoniste della tecnica e su una musicianship che conferma perché i War Of Ages sono tra le band più toste del panorama. Purtroppo sottovalutati, ma assolutamente da valorizzare. Al minuto 2,27 si apre un interludio mistico e stregato fatto di una nebulizzazione atmosferica su cui tintinna un synth di corde orientali..preludio di cosa? Di un breakdown scavezzacollo come il genere comanda con tanto di adorabile blegh! Gran bel pezzo stand out del disco, se ne va su un fastoso assolo con ritornello finale. E un must nella scaletta dal vivo aggiungo, per la capacità di magnetizzazione tipo calamita.

 

Guarda il video ufficiale di War Of Ages – Miles Apart:

 

 

Il nuovo dei War Of Ages procede solido e compatto su un suono tecnico e del tutto raffinato. Sulphur and Salt non smentisce la formula, con un ambience avvolgente e riffing fortemente djent in superficie. Si alterna e sbuffa sincopato con interessanti dissonanze, cori ignoranti ed epici ad aizzare la linea vocale distorta e una dose plumbea di heaviness. Gli istanti di zolfo di sciolgono sul sale in versione bittersweet di un ritornello coinvolgente. Numerosi interventi di solista che parte in solo, sono disciolti anche su questo pezzo, e qui il synth sembra attingere da tastiere con flair vintage, particolarmente evidenti in chiusura.

 

Tra le varie stilistiche visitate, non manca il chug metalcore, quello di linee di chitarra granitiche e blast beats dannati su cui non si può che sbattere pesantemente la testa a furia di headbanging. È il caso di Greed. L’aderenza di riffing e drumming è matematica e trascina faccia a terra su arrangiamento da ferro e fuoco. Sfido a non lasciarsi coinvolgere, o meglio travolgere, dal ritornello impressionante del pezzo dove un’orda intera urla a pungo stretto e pieni polmoni diffondendo energia a propulsione dal palco alla folla in versione live.

 

 

 

 

Aggrappa l’attenzione con uncini d’acciaio l’accattivante groove in entrata su Envy, che conduce attraverso un’atmosfera drammatica e cosparsa di fantasy rispetto alle precedenti orchestrazioni, con una componente altissima di catchiness su un ritornello da rock arena. Come si dice, quando la sperimentazione e la variazione hanno tutto da regalare a un disco. Questo chorus verrà ricantato a lungo per la squisita  melodia. Nella seconda sezione, l’arrangiamento si spacca su un magistrale assolo che lascia presto spazio alla sospensione spazio-temporale e a una variazione completa dell’arrangiamento sul versante extreme-power-epic e simili con finale in ensemble di archi contemplativo.

 

Come per Greed, il riff in entrata per Wrath ha la stessa capacità di innescare il caos. Si accoda un drums pattern frenetico e un basso quel tanto slappato da rintoccare pesante. La formula che alza il voltaggio dell’heaviness al massimo è riconfermata dallo strumentale demolitore quanto dalla lacerazione di mid growl.  Si sente la propria cassa toracica risuonare dal centro del brano. Gli assoli qui si allungano su versanti heavy metal e vorticano intorno al blocco compatto di metalcore, più tosto del titanio. Cattiveria e rancore vocale in versione pura.

 

 

 

 

Un brano sorprendente è il terzultimo Jezebel, dove il ritornello si manifesta nella versione più anthemic dell’intero album. Apre con un lento e un cantato semi parlato sul versante del rap metal, nu metal dalle tonalità edulcorate e si evolve su un ritornello efficace e intrigante. Sotto al groviglio di chitarre si colgono tutti quei riempitivi armonici e melodici, tastiere e quant’altro rendano la delivery del brano. Jezebel si spegne sugli interludi e si accede sul chorus mettendo a segno un pezzo adatto a larghi palati del metal che amano lasciarsi avvolgere dall’ambience.

 

Amanti del metalcore infernale, non è mica finita qui! Al vaglio delle harsh vocals più corrosive e del muro sonoro: Brotherhood. Lasciarsi crivellare da sfrenati blast beats sembra essere una naturale conseguenza. I Il ritornello melodico qui è leggermente fuori luogo, forse un po’ forzato sulle tastiere che sembrano uscire dalla tonalità di base e dallo shredding inarrestabile, da tutti quegli istanti da mitraglietta e cantato incalzante. Nel complesso è un brano potente e per niente scontato che fa del dinamismo e dell’assoluta variazione la caratteristica assoluta.

 

 

 

 

Dopo tante capriole, come non chiudere un album al top della caratura tecnica con un brano che delle corde fa i suoi aguzzini. Al confine del power e della crème del progressive The Return. È un pezzo estremo con livellamento melodico calato veramente bene e fascino nel laguore di chitarra solista che si eleva temeraria al di sopra della polverizzazione. Propone un ultimo ritornello orecchiabile diluito tra sezioni a tutti chitarroni e bassi giusto per ricordare di che pasta sono fatti i War Of Ages e quanto la formula sia stata raffinata.

 

VOID è una pietra miliare della discografia dei War Of Ages, un album da riavvolgere e le cui tracce più forti non devono mancare nella playlist dei brani metalcore più memorabili del 2019.

 

 

Rating: 9.8/10

Brani suggeriti: The Watchers, Void, Miles Apart, Sulphur and Salt, Envy, Jezebel

 

 

   War Of Ages – Void tracklist:

 

1. The Watchers

2. Void

3. Blood of the Earth

4. Miles Apart

5. Sulphur and Salt

6. Greed

7. Envy

8. Wrath

9. Jezebel

10. Brotherhood

11. The Return

 

 

 

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