Il fascino e la dannazione nel debutto d’oro degli IRIST: ORDER OF THE MIND.

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IRIST

 

 

 

Ne ho letti parecchi di paragoni da quando gli IRIST hanno debuttato sulla scena metal sotto l’egida della colossale Nuclear Blast. La verità è che da quando si sono formati nel 2015 e dall’America del Sud hanno viaggiato fino ai grandi States per fermarsi ad Atlanta, gli IRIST ne hanno fatta di strada – fisica e artistica.  Il 27 marzo 2020 la band di Rodrigo Carvalho, Adam Mitchell, Pablo Davila, Bruno Segovia, Jason Belisha esce col primo album in studio ORDER OF THE MIND, e molla un disco che non ha per niente l’aria di un debutto, quanto di una pietra miliare parte di una discografia già consolidata. Sì, perché il prodotto di qualità che emerge è marcato e definito, sofisticato e curato al dettaglio di cui l’aspetto progressive e technical sono fratelli biologici, fianco a fianco con gli adottivi metalcore, death e atmospheric.

 

 

 

 

Con cuore nell’heaviness madre, il disco molla una serie di tracce assassine, di tanto in tanto ossigenate da melodie indulgenti e involucri atmosferici. Dieci tracce risplendono sul diadema di una musicianship indiscussa, dinamica, calcolata e snodata su evoluzioni che tengono alta l’attenzione dal primo all’ultimo brano. La brutalità che strizza l’occhio alla caratura tecnica è mitigata, ma resta sempre al centro della scena, protagonista di un metal moderno e dinamico, con cui il superbo fivesome mette a segno il primo colpo e fanno centro. E se la prima impressione è quella che conta..

 

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con Pablo Davila sulla storia degli IRIST, tutti i dettagli del nuovo album, il contratto con Nuclear Blast, la scena del metal sperimentale e molto altro. Per l’intervista di SICK AND SOUND: www.sickandsound.it/interview-pablo-davila-of-irist-on-stellar-record-order-of-the-mind-working-with-lewis-johns-signing-with-nuclear-blast-and-more.

 

 

 

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IRIST. ORDER OF THE MIND.

Track by track review

 

 

 

Non si perdono troppo in parole gli IRIST, perché aprono il fuoco a pieni cilindri con la prima traccia Eons. Sussulta su quel bel tappeto ritmico marcato e chitarroni di cui l’eco dal metalcore e qualcosa come il djent dei tempi scomposti, tra assalti in double kicks a una serie di altre tempistiche. Regna sovrano il mid growl scorticante, e si aggroviglia sul lavoro di chitarra circolare e con una tonalità malinconica bittersweet, con un interludio in arpeggio. Se lo vogliamo chiamare fratellastro del -core, va necessariamente integrata la frangia tetra del genere di cui la chitarra è sicuramente un traino.

 

Burning Sage è un brano altrettanto oscuro, con un lavoro di chitarra squisito che mi ha ricordato band come gli Heart Of A Coward dal panorama inglese sull’anthemic chorus. Da adesso si troverà su altre recensioni questo paragone, ma prima di copiarlo da me, andatevi ad ascoltare la voce di Kaan Tasan dei grandi ritornelli. Al centro il brano si spezza, un po’ come il precedente, una variazione dinamica al songwriting che crea un climax sulla coda flemmatica cosparsa di inquietudine e disagio mascherata in melodico. Bello e dannato sì.

 

 

 

 

Severed attinge al compartimento delle armonizzazioni di corde e prosegue con un incastro intelligente di double vocals, di cui il registro pulito è la carica suggestiva ed emozionale del brano. L’indulgenza melodica è diluita sulle varie stilistiche di chitarra adottate attraverso l’arrangiamento, più o meno circolari e tutte in grado di confluire nel coinvolgimento. Si resta sospesi tra la meraviglia di un ritornello epico e il fiato sospeso del drammatico dei versi. C’è una forma di luce gloriosa nel ritornello, per una musicianship tanto azzeccata che avvolge e seduce nell’armonia di fumo del layering di chitarre. E se è davvero un catchy chorus, questo è la perla dell’arrangiamento.

 

Parlando di riffing livellato, Creation con mastodontiche atmosfere post-metal proprio dietro quel lavoretto serrato di chitarra tanto quanto la battaglia di pelli che bussa costante e a braccetto col commilitone di corde grosse; il fuzz bass che, dal centro, si prende la sua porzione di gloria nella doppietta del chitarrone e tutti bassi. E quando stavate per lasciarvi andare al groove e alla catchiness del brano, gli IRIST vi mollano un intermezzo di plettrate mute e vi lanciano dentro all’esplosione finale. Sono trascorsi quattro brani e tanto bastano a meravigliarsi del prodotto tirato a lucido e della capacità di scrittura brillante di questa formazione.

 

 

 

 

Onore alla fusione dell’hardcore con il death metal Dead Prayers. La traccia pesta sull’acceleratore ritmico, quando supportata da un drumming rapido tanto quanto il riffing breve, quando aggredita con una dose più cadenzata e massiccia di assalti alle pelli. Il ritornello non fa che squarciare la cortina blindata e arriva spazioso e ardente. Dead Prayers è uno di quei brani adrenalinici a tutto groove, come la successiva Insurrection, che dopo una breve apertura arpeggiata inizia a pestare i piedi pesanti stimolando un certo headbanging col palm muting che si accoda alla regolarità della sezione ritmica. Continuo a risentire gli Heart Of A Coward in certe melodie da ritornello teatrale dove l’heaviness è vezzeggiata dal melodico. Se l’apertura era creativa, lo è anche la chiusura, un piccolo arpeggio molla sul ciglio di un adorabile breakdown finale in deflagrazione.

 

Un pezzo tirato e roccioso è Order Of The Mind che procede in cardiopalmo su uno strumentale antagonistico a tutte chitarre rampanti e ritmica demolitrice. Si scioglie liquida sul growl sempre minaccioso, tanto quanto quel giro circolare di chitarra nefasta che si isola costantemente all’ascolto. Questa si chiama heaviness tout cour.

 

 

 

 

Incredibile come si sia quasi arrivati a conclusione e la dinamica è stata così alta da non perdere un solo colpo. È il momento della terzultima Harvester, laguida, drammatica e dannatamente affascinante. Qui sì che si risentono le influenze citate dagli IRIST stessi, quel tocco post-grunge à la Alice in Chains, Soundgarden e molto di più. Le clean vocals sotto ai riflettori del brano infestano i versi che ammiccano alla semi-ballata, finché la sensibilità noir non si evolverà su un inatteso passaggio finale accelerato, tenace e più arroventato.

 

The Well ammicca a formazioni come i Pantera, prende a pugni sulla ritmica punitiva e ignorantissima. Pestare i piedi è un must della situazione tra le crivellate di grancassa e rullante. Ostilità e animosità allo stato puro procedono trionfanti. Accoglie un bell’interludio di chitarra e assolo, con quel cantato lontano sulla nota drammatica. Senza troppe variazioni fantasiose, il brano è compatto e blindato nell’assalto corazzato che mette a segno.

 

 

 

 

Chiudono sulla nota heavy-yet-emotional gli IRIST con Nerve, dove torna la variazione costante che ha tenuto a occhi sbarrati per tutta la selezione tra accelerazioni, frenate e iniezioni melodiche. Specialmente sull’anthemic chorus che spalanca le porte alla folla, e su un interludio arpeggiato in grado di innescare un’atmosfera sospesa e nebulizzata. Un brano con tutta l’aria di essere introspettivo, ma sicuramente suggestivo e velato.

 

Dopo averla cantata e suonata agli IRIST per tutta la recensione la parola risolutiva dell’album è: SUPERBO. Una qualità in vetrina esposta dal primo all’ultimo brano passa per dinamiche che attraversano tutti gli spettri del colore: dal tetro, al drammatico, al suggestivo, al dannato e seducente. Gli IRIST sono un grande prodigio..e questo è solo il primo album.

 

 

Rating: 10/10

Brani suggeriti: Burning Sage, Severed, Creation, Dead Prayers, Insurrection, Nerve

 

 

IRIST – Order Of The Mind tracklist:

1. Eons

2. Burning Sage

3. Severed

4. Creation

5. Dead Prayers

6. Insurrection

7. Order Of The Mind

8. Harvester

9. The Well

10. Nerve

 

 

 

 

 

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