Il momentum dei THE ROYAL: DEATHWATCH, drammatico, oscuro, elevato al cubo della potenza.

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THE ROYAL.

 

 

 

 

Se il metalcore non è esclusiva dell’oltreoceano, band come i THE ROYAL lo confermano in modo dannatamente deciso. Sono una formazione da Eindhoven, Paesi Bassi, che domina insieme a pochi altri nomi la scena europea del metalcore blindato, dove la potenza è sinonimo di devastazione e che quest’anno è tornata con niente di meno che uno degli album più indimenticabili e più tosti del 2019.

 

 

 

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La formazione schiera: Sem Pisarahu alle vocals, JD Liefting e Pim Wesselink alle chitarre, Youri Keulers al basso e il batterista Tom van Ekerschot.  da quando debuttarono sulla scena nel 2012 col primo EP Origins, seguito due anni dopo dal full-length Dreamcatchers e Seven nel 2017.

 

Si calano a fondo di una tetra oscurità col terzo album in studio DEATHWATCH, pubblicato l’8 marzo 2019 tramite Long Branch Records.

 

 

 

 

 

THE ROYAL. DEATHWATCH.

Overview

 

 

 

 

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THE ROYAL. DEATHWATCH.

Track by track review

 

 

 

 

Deathwatch è un album da dieci tracce che riesce a tirare prepotentemente dentro alla selezione sin dal brano opener: Pariah. Senza fronzoli né presentazioni, la traccia comincia a prendere a pugni in faccia sin dalla ventina di secondi di strumentale in ingresso dove colano le prime tonalità oscure di cui l’intero disco è cosparso. Attacca in assalto di batteria in blast e chitarre taglienti su cui entra la doppietta vocale di growl medio e paurosamente gutturale, cortesia di Sem Pisarahu. La traccia corre spedita nella ritmica inarrestabile, senza pestare mai il piede sul freno, fino al primo breakdown. Curiosamente, questo apre a una sezione di giri di chitarra melodici e tetri che corroborano l’arrivo di un altro breakdown e una languida chitarra che si porta via la coda del brano.

 

 

 

 

L’oscurità si associa a un polverizzante riffing di chitarroni down tuned nella successiva Savages e un tappeto ritmico rapidissimo che martella la scatola cranica senza pietà. Il brano è blindato e compatto, trapassato occasionalmente da una melodia onirico-infernale livellata sulle corde. Amanti del breakdown, aprite le orecchie e preparatevi a saltare sulle voragini del pezzo.

 

Al via uno dei brani più straordinari che i The Royal abbiano mai scritto e che mi ha causato non poca dipendenza. Ascoltare State Of Dominance in loop è droga. Un brano drammatico che si introduce su un lavoro di magnificenti tastiere, sintetizzato e quant’altro contribuisca a stendere sul retro un’atmosfera nebulizzata. È un brano indimenticabile e in grado di aggrapparsi all’ascoltatore come un parassita, quel tanto pauroso e affascinante a tempo stesso. Dispensa di numerosi blegh e di breakdown in grado di inghiottire interi con una reminescenza nel melodico drammatico sinfonico di band come i Betraying The Martyrs.

 

 

 

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Incede con riffing breve e incastro di pulsanti blast beats Soul Sleeper. Sfido l’headbanging su certi tappeti ritmici che si introducono allo stesso modo. Avvolta da un groviglio di corde melodico, si apre più decisamente sull’allure di un interludio arpeggiato e leggermente riverberato al minuto 2,24 su cui fluttuano le sole harsh vocals con un leggero campo in mic. Va da sé che l’intermezzo faccia da climax al breakdown. Se ne va sulla stessa atmosfera evanescente.

 

Altra perla e perno del disco, Deathwatch, la title track che evolve intorno alla delusione di un rapporto di amicizia e che vede la guest appearance di una personalità iconica del metalcore, Ryo Kinoshita dai Crystal Lake. Dannatamente oscuro e appagante, il brano è carico di elementi teatrali ed elevano l’atmosfera al quadrato della potenza. Chitarre cariche di elementi orientali e un dominante arpeggio buio pesto appoggia i versi carichi di rancore. Con la concentrazione più alta di blegh dell’intero disco, rende impossibile trattenersi dal ricantare e sussultare sul: b-b-bleeeegh!!!! Elementi come xilofoni, tastiere e una serie di riempitivi rendono l’architettura del brano colossale. Non solo il coinvolgimento, ma l’alta orecchiabilità viene promossa dal magnetismo del ritornello. Deathwatch è il momentum della selezione.

 

Guarda il video di The Royal – Deathwatch feat. Ryo Kinoshita:

 

 

Exodus Black è un brano che corre di nuovo su una ritmica inarrestabile e frenesia di corde. La ferocia è tuttavia trapassata da colate atmosferiche che si infilano tra le sottili intercapedini di un riffing serratissimo quanto i blast beats nevrotici. Dal minuto 1,48 si apre una sezione minimalista di carillon e archi, teatrale quanto la sonorità degli Ice Nine Kills che qui ho in parte ritrovato. Sull’interludio di sospensione si introduce una lenta pulsazione di batteria e riffing in palm muting prima che arrivi il breakdown. Con lo stesso carillon i The Royal sigillano poi la conclusione.

 

 

 

 

Tra i bangers del disco, Nine For Hell, che sguinzaglia sin dall’apertura un riffing lacerantissimo e adorabile nel blegh. Mena da capo a coda con innesti di elementi horror nel retroscena. Prevalentemente accelerato si fa più o meno regolare e aderente nel riffing-drumming dei momenti più headbanging e si discioglie languido su una chitarra sinistra che accompagna il ritornello. Un’orda di backing vocals ripete qui il titolo con fare pauroso quanto l’effetto tensorio aggiunto in conclusione.

 

Con un pianoforte stregato incede Lone Wolf su cui entrano atmosfere da organo, ambience spettrale e gloria di palm muting. Intrigante e misteriosa, crea attesa quel tanto da lasciare un massiccio ingresso alla linea vocale, sempre impetuosa nel distorto e MAI in pulito, con clamorosi interventi di screaming prolungato in versione mid e low. Il brano funziona sulla struttura ancora orientale, ma qui carica di energia distruttiva. Parlando di orientale, attenzione al bridge dal minuto 2,59, niente di meno che un ultimo preambolo al breakdown scavezzacollo.

 

 

 

 

L’allure sintetizzato sfocia nel prossimo brano in coda, Avalon, dove i The Royal hanno osato sfondare il perimetro della sperimentazione con una creativa tastiera orientaleggiante ripresa dal brano precedente. Con una reminescenza di Born Of Osiris, hanno assemblato qualcosa di distruttivo e ancora differente. Ricchissimo nella manipolazione, esplode su breakdown abissali, corre sfrenato su una psicosi ritmica e tedia ogni sonno tranquillo su un tormentato piano corredato da low range growls inquietantissimi.

 

Bevendosi il disco tutto d’un fiato, si arriva all’ultimo brano in preda alla galvanizzazione totale.  Si chiama Glitch e tira le fila di quanto I The Royal abbiano volute dire nel nuovo Deathwatch con una crunch guitar da disagio totale in ingresso e percussioni puniche. Con un lavoretto di caratura tecnica sulle corde, reminescenza del versante progressive metalcore delle cose, e un sinistro piano, distende le ultime atmosfere di un disco oltre l’oscuro, che funziona dalla prima all’ultima traccia. Facile da recensire per l’unicità degli arrangiamenti, Deathwatch pone una pietra miliare sulla discografia dei The Royal ed è destinato a essere rivisitato per il resto dell’anno con un vantaggio che distacca la band da molti contemporanei del metalcore. Un album difficilmente equiparabile.

 

 

Rating: 10+/10

Brani suggeriti: State of Dominance, Soul Sleeper, Deathwatch, Exodus Black, Lone Wolf

 

 

 

 The Royal – Deathwatch tracklist:

 

1. Pariah

2. Savages

3. State of Dominance

4. Soul Sleeper

5. Deathwatch (feat. Ryo Kinoshita)

6. Exodus Black

7. Nine for Hell

8. Lone Wolf

9. Avalon

10. Glitch

 

 


 

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