Il monumento al dolore più sacro degli ARCHITECTS. La catarsi nella sofferenza di HOLY HELL.

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ARCHITECTS.

Ottavo album per le leggende del metalcore.

 

 

 

Con sette album in studio trapassati da atmosfere tormentate, sentimenti di rabbia e disperazione alla stregua di un sound lacerante, li avevo definiti gli screamers della disillusione umana dopo l’ultima fatica del 2016, All Our Gods Have Abandoned Us. Sto parlando della band di Sam Carter, Alex Dean, Adam Christianson e Dan Searle e dell’inconfondibile screaming estremo degli ARCHITECTS.

 

 

 

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Dalla tragica morte del chitarrista Tom Searle per cancro lo scorso agosto 2016, la scena metalcore di tutto il mondo è stata scossa. Due anni più tardi, arriva l’ottavo full-length HOLY HELL, in uscita il 9 Novembre 2018 tramite Epitaph Records. Per la recensione di All Our Gods Have Abandoned Us di SICK AND SOUND: www.sickandsound.it/architects-gli-screamers-della-disillusione-umana.

 

 

 

 

ARCHITECTS. HOLY HELL.

Panoramica

 

 

 

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Gran parte dell’espressività di Holy Hell è ancora riconducibile alle corde vocali di Sam Carter, la cui performance è cruciale in ciascuno degli 11 brani. L’intera formazione è infallibile dal principio al termine in questo disco, ma l’atto finale è Sam Carter con la sua rabbia mirata, polverizza le tracce e confonde con gli stessi sentimenti di disperazione che ne muovono il cantato.

 

 

 

 

ARCHITECTS. HOLY HELL.

Recensione traccia per traccia

 

 

 

Holy Hell inizia da qui, da Death is Not Defeat e riprende le fila di un discorso terminato nel precedente disco con Memento Mori, che includeva una citazione di Alan Watts e che da un soffice arrangiamento acustico culminò in una devastante ferocia con tanto di orchestrale. Dalla scomparsa di Tom e sulle orme degli stessi archi orchestrali e percussioni elettroniche, si riallaccia la tematica della morte che è non è vista come sconfitta. Le inconfondibili vocals di Sam Carter sono traslate interamente sul piano della sofferenza su combustione di mid growl negli istanti in cui la doppietta basso plumbeo e chitarra down tuned è al massimo vigore. Negli altri istanti la linea vocale pulita si appoggia su strumentale minimale. La ferocia del brano è avvolta dagli archi e da una dose liquida di synth che si distende sull’arrangiamento, tanto da rendere la rabbia affascinante.

 

 

 

 

Hereafter è il conseguo più naturale dalla traccia precedente perché ne riprende l’ambient spacing e le atmosfere evanescenti con sottile pianoforte tra le intercapedini elettroniche. Si tratta di un brano straordinario dalla ritmica massiccia e con un virtuoso lavoro di chitarra: arpeggi, lead gloriosi, riffing stoppato in solida combinazione con blast beats e basslines dopo il terzo minuto. Herafter si apre spaccandosi su un ritornello dotato di potenza, sconfinata emozione e alta orecchiabilità. Il ricantato a pieni polmoni è soltanto una conseguenza di un brano tanto favoloso. Questo brano, insieme al successivo mette in vetrina l’atmosferico e quanto in Holy Hell sia intrecciato alle tribolazioni emozionali in snodo sui messaggi del disco.

 

Guarda il video ufficiale di Architects – Hereafter:

 

 

Apre in base interamente elettronica Mortal After All ed esplode sul fragore di corde elettriche aggrovigliate intorno a quelle vocali. Si tratta di un brano sostenuto e ritmicamente rapido con un breve interludio di sospensione centrale che fa da climax ai breakdown successivi.

 

Anch’essa con intro elettronica ed esplosione all’apice del –core di chitarra, una traccia più avanti nella tracklist, Damnation. Riffing start and stop fulminante svolge lavoro sublime con la sorellastra di corde grosse, che a sua volta materializza il boato tanto amato agli amanti del metalcore. Per tutto il brano il mordi e fuggi di chitarra e basso è aderente. Il metal incendiario si apre il petto a metà e partorisce un anthemic chorus trapassato da una serie di elementi riempitivi non consueti che regalano un coinvolgimento istantaneo tra le fiamme del brano. L’orecchiabilità del ritornello sa come scavare la memoria emotiva.

 

 

 

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Un violino accompagna la linea vocale multipla che apre la titletrack Holy Hell. Un brano interamente trainato dall’animosità vocale in screaming,  che chiude gli occhi al melodico tout cour, e accoglie piuttosto un massiccio lavoro di basso e chitarroni, break down mastodontici e stregati violini che si insinuano nell’arrangiamento cospargendolo di malinconico e decadente.

 

 

 

 

Royal Beggars è un brano che mostra un lato disteso delle leggende metalcore di Brighton, sulla scia di un altro paio di brani del disco. Il pezzo accoglie armonia in versione malinconica a lenta combustione. Favolosi interludi di cantato in clean confidenziale sono elisir sonoro e ossigeno quando intervallati al metalcore drammatico. Un altro brano stand-out di questo ottavo capolavoro, dinamico e altamente catartico sul ritornello.

 

Guarda il video ufficiale di Architects – Royal Beggars:

 

 

Modern Misery è un gran pezzo di metalcore che prende a pugni come si deve smorzando l’ostilità soltanto su un paio di passaggi che placano sferragliamento roboante e mattanza di percussioni, per lasciare che il cantato a squarciagola trovi libero sfogo. È un brano dinamico nella ritmica, con un ritornello memorabile, che nonostante abbia delle sospensioni eteree, non spegne l’energia. La sezione finale regala un passaggio di linee di basso vibranti e squarciante riffing sulla ripetizione del titolo per poi chiudere sull’ultimo chorus.

 

 

 

 

L’assalto sonoro procede con Dying To Heal, che sobbalza su una ritmica regolare e screaming da capo a piedi, con un paio di interventi parsimoniosi di clean sul pre-chorus. Il ritornello è dotato di disillusione e oscurità, aspetto manifestato maggiormente dal minuto 2,40 dove lo strumentale si spegne e lascia la sola voce caustica. Gradualmente sopraggiungono breakdown e una drammatica texture di bassi, riffing e percussioni lenta e apocalittica sino al termine.

 

Segue un brano di meno di due minuti, una wakeup call di furia strumentale e vocale: The Seventh Circle. Batteria in full blast e lavoro affilato di elettrica si spengono e si rinfiammano sullo screaming corrosivo di Sam Carter, per poi assottigliarsi dal centro in poi fino a scomparire. Resta un pungente synth a basso volume con in primo piano le ultime grida del pezzo.

 

 

 

 

Doomsday è un altro brano preferito e arriva quasi a chiudere il disco su una forma di progressive metalcore eccezionale. Apre con riffing rapido e complesso, intersecato ad un accattivante drums pattern per circa 40 secondi. Qui si smorza su una pausa con le sole vocals in pulito accompagnate da delicati guitar licks. Un crescendo emozionale nel cantato porta l’arrangiamento ad esplodere di nuovo su una struttura di blast beats sostenuti e ritmica coinvolgente. Accoglie un nuovo interludio sereno nella seconda parte, preambolo di breakdown e vorace screaming. È un brano eccezionale che sa come mettere l’ascoltatore faccia a terra ma con appagamento. Intenso nell’energia, nelle testualità, nel trasporto totale.

 

Guarda il video ufficiale di Architects – Doomsday:

 

 

Holy Hell chiude il cerchio con un brano costruito intorno a una serie di domande esistenziali, sul dolore, sulla mancata durevolezza delle cose. Synth e tappeto di archi con la voce che sopraggiunge ripetendo “All is not lost, all is not lost, all is not lost, all is not lost” lo introducono. A Wasted Hymn è un brano regolato quasi interamente dagli archi associati al sintetizzato e al fragoroso riffing, carico di emozione e manifestazione suprema della sofferenza espressa sulle note. È l’ultima conferma che in Holy Hell gli Architects sono riusciti a produrre la forma più vera e umana di emozione semplicemente attraverso il suono.

 

Questo è l’ultimo momento da brivido lungo la schiena di questo disco straordinario, opera magna degli Architects, tributo sacro a una vita conclusasi tragicamente troppo presto. ARCHITECTS. HOLY HELL.

 

“Is this penance for my sins? I gave everything for this phantom limb. Holy Ghost, nothing lasts forever. Now it’s time to sink or swim. I’ve got nothing except this wasted hymn. Holy Ghost, nothing lasts forever”. 

 

 

Rating: 10+ /10

Brani suggeriti:  Death Is Not Defeat, Hereafter, Damnation, Royal Beggars, Modern Misery, Doomsday, A Wasted Hymn.

 

 

Architects – Holy Hell tracklist:

 

1. Death Is Not Defeat

2. Hereafter

3. Mortal After All

4. Holy Hell

5. Damnation

6. Royal Beggars

7. Modern Misery

8. Dying To Heal

9. The Seventh Circle

10. Doomsday

11. A Wasted Hymn

 

 

 

 

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