IN HEARTS WAKE: ecologia e sperimentazione oltre il perimetro del metalcore nel quinto album in studio KALIYUGA.

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IN HEARTS WAKE

 

 

 

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Dopo l’ultimo acclamato full-length ARK del 2017, le leggende del metalcore australiano, gli IN HEARTS WAKE tornano con il quinto album in studio KALIYUGA il 7 agosto 2020 tramite UNFD. Il quintetto è da sempre conosciuto per le ispirazioni liriche riconducibili a questioni ambientaliste, ecologiche e sociali. Non si smentisce per la quinta uscita, dove al centro vengono messi la sensibilizzazione e l’azione contro la catastrofe ambientale, il cambiamento climatico e le divisioni socio-politiche, all’interno di uno scenario apertosi ad hoc, quello della pandemia globale di un mondo che si sta rivoltando contro l’azione nociva dell’uomo.

 

Il nome del disco si ispira al mondo induista e ai testi sacri in sanscrito, da cui la divinità femminile Kali e la fase finale dell’era dedicata alla dea,  “il ciclo degli yuga”. Per il disco, ne viene ripresa la profezia del materialismo su scala globale, la disconnessione tra gli esseri umani e la condanna dell’umanità alla xenofobia. Dal globale, la prospettiva si restringe fino all’individuale all’interno di una visione che privilegia la presa di coscienza e l’azione al fine di cambiare il proprio destino.

 

 

 

 

IN HEARTS WAKE. KALIYUGA.

Track by track review

 

 

 

Il disco apre a partire da Crisis, che tira la tenda del palcoscenico con una quotazione della famosa attivista Greta Thunberg. Un attacco accattivante che fa riferimento all’emergenza degli incendi boschivi che l’Australia incontaminata ha subìto nel 2020, esplicitata successivamente nel testo della seconda traccia. Il pezzo si affaccia sull’hard rock dei grandi chitarroni prima che la scena venga effettivamente rubata dal lead single Worldwide Suicide. Con il video di questo brano, gli In Hearts Wake si sono impegnati a piantare un albero in terra natia per ogni 1000 visualizzazioni. Il disco stesso si ispira allo stesso concetto. È stato infatti prodotto a partire da materiali riciclati e senza l’uso di plastica per minimizzare l’impronta ecologica dell’intero processo di incisione e produzione, calcolato per 26,37 tonnellate di CO2, e compensato attraverso l’adesione al progetto di riforestazione Yarra Yarra Biodiversity Corridor of Western Australia. Un messaggio duro quello catalizzato dall’aggressione del brano, perpetrata dal punto di vista strumentale e da quello lirico con le parole: “ecocide is suicide”. C’è una certa orecchiabilità dovuta al groove complessivo e alla ripetitività del ritornello, che mettono a segno il coinvolgimento e il ricantato da parte dell’ascoltatore.

 

 

 

 

Dall’aggressivo al super heavy, con Hellbringer dove compare il featuring vocale di Jamie Hails dai Polaris. Incentrato sulla comunità metal e sulla disapprovazione dei suoi sottogeneri da parte di un pubblico musicale più vasto, il brano si traduce in un affronto da parte degli In Hearts Wake. Tra i preferiti del disco, Hellbringer sostiene l’headbanging duro per il tappeto ritmico sostenuto e il riffing pulsante che ne regolano il chug integrale. Incredibilmente spazioso sul ritornello, il brano si apre su un clean chorus squisito nell’accostamento ai versi cantati in distorto.

 

Difatti miscellaneo e molto dinamico, il nuovo degli In Hearts Wake incastra l’aspetto brutale a quello melodico, spingendosi oltre la contaminazione e la sperimentazione. Moving On è un esempio di metalcore contaminato e dicotomia perfetta di heaviness e melodic catchiness grazie all’intervento di apprezzabili giri di chitarra melodica dietro al riffing vorticante, ma soprattutto grazie a un impeccabile botta e risposta tra linea vocale pulita e distorta, vera protagonista della memorabilità del brano. Il coinvolgimento trova l’apice sul catchy chorus,  carico di potenza ed energia sull’inconfondibile pulito di Kyle Erich in doppietta con il rancore vocale di Jake Taylor.

 

 

 

 

Oscura in apertura per via dell’influenza industrial, Timebomb che attinge alle arena rock vocals sul ritornello, affiancate da un arrangiamento altrettanto rockeggiante tra versi influenzati da minori effetti tediosi come da un riffing ammiccante al nu metal. Un brano funzionale ma non tanto memorabile. Altro forerunner del disco, Son of a Witch è interamente trainato da chitarre rampanti, con una sovrastruttura melodica ed elettronica. Torna la presenza di un ritornello gustoso, che qui si colloca nelle dinamiche di un brano regolato da vari tappeti ritmici più o meno audaci, inclusivo di breakdown al minuto 2,27.

 

Con qualcosa che richiama i Pentatonix dalle voci multiple, l’introduzione di Crossroads, brano quasi interamente sperimentale tra chitarre pulite, parlato rappato, linea vocale femminile (Georgia Flood) e un involucro elettronico e sintetizzato. A cavallo del mondo rock, del nu metal e del melodico pop, la traccia tende chiaramente a spiazzare l’ascoltatore che si aspetta interventi mastodontici di chitarrona down tuned, breakdown di granito e distorsione vocale come se stesse per arrivare l’apocalisse. Niente di tutto questo. Sconcertante episodio plastico, non trova una collocazione definita nella selezione. Di sperimentazione in sperimentazione anche il pezzo successivo, Husk, che attacca da un’influenza post grunge e procede in evoluzione sull’alternative metal e dunque interamente fuori dal perimetro del metalcore blindato, che va a trovare ancora una volta disorientato l’ascoltatore, senza potenziale di intrattenimento e un ascolto piatto.

 

 

 

 

Nāgá è un intermezzo tanto teatrale da attrarre finalmente come un magnete. Per fortuna prepara a un episodio dove gli In Hearts Wake rientrano sul versante più antagonista del sound: Force Of Life. L’attacco creato con  Nāgá è a tutti gli effetti un crescendo in vista dell’esplosione vera e propria del brano successivo. Gang chants e distorsione di chitarre, una colata di oscurità e drumming potente, condiscono la formula di un brano banger della selezione. Specialmente sull’interludio dal minuto 1,48, che coinvolge un drumming ponderato e un palm muting altrettanto palpitante, si innesca il piacere di un adepto del metalcore. Ma non è l’unico intermezzo dell’arrangiamento a saper fare un bel lavoretto nell’aderenza chirurgica di pelli e corde. C’è un sottostrato elettronico che distribuisce fascino e suggestione complessivi, mettendo a segno un brano stand out di Kaliyuga.

 

Con un flair che ricorda formazioni come gli Ice Nine Kills e in terra europea i The Royal, arriva Iron Dice. L’introduzione enigmatica, torna con gli stessi elementi eterei in presenza dei versi, in squarcio su un ritornello vestito di melodico e ancora rockeggiante. Non riesco bene a capire questo chorus pulito, perché collocato tra sezioni di audace riffing in accordatura bassa con quella serie di elementi che alimentano l’aspetto buio del brano. Nevrotica nei passaggi dal melodico al brutale, la traccia si accende e si spegne con una serie di alternanze, innesti sonori di disturbo, screaming inquietante e una mancanza di direzione precisa.

 

 

 

 

Sbattere la testa pesantemente sull’attacco della penultima traccia Dystopia sembra una cosa del tutto naturale. Il metalcore incontra la potenza del rock e riesce a trasmetterla oltre l’asticella generale del disco, peccato che vada ad abbassarsi su alcuni passaggi più essenziali e sospesi. Con l’irregolarità di un tappeto ritmico variabile, Dystopia trae il suo fascino proprio dalla dinamica con splendore su un bel ritornello ricantabile in sing along, come pure attraverso i momenti di corde più distorte e serrate.

 

L’arpeggio con cui entra la traccia closer 2033 è tanto oscuro quanto si rivelerà l’intero brano. Con un costante effetto di tensione e misto di sirene sottostante, il pezzo prima carica pestando sull’heaviness e poi, si arresta senza preamboli su passaggi melliflui di cantato post grunge o alternative, per impennare nuovamente sul caos volutamente non controllato. Un ultimo episodio psicotico e frenetico, che in verità tira le fila di un album altrettanto sperimentale e dinamico.

 

 

 

 

Il nuovo degli In Hearts Wake non si colloca tra le migliori release metalcore dell’anno. Contiene i suoi momenti di gloria hard rock, ma spazia talmente fuori da un perimetro blindato e familiare, da creare disorientamento nell’ascoltatore. Dall’altro versante, risulta apprezzabile e temerario sulle tracce forti, guadagnando un ulteriore nota di merito per l’impronta ridotta di carbonio, come pure per l’intero concept ecologico.  Kaliyuga è un album che va ascoltato per il calibro della band, ma che forse non si distingue e non risplende tra le pietre miliari di una discografia firmata In Hearts Wake.

 

Rating: 7.5/10

Brani suggeriti: Worldwide Suicide, Hellbringer, Moving On, Son of a Witch, Force Of Life, Dystopia

 

 

In Hearts Wake – Kaliyuga tracklist:

 

1. Crisis

2. Worldwide Suicide

3. Hellbringer

4. Moving On

5. Timebomb

6. Son Of A Witch

7. Crossroads

8. Husk

9. Nāgá

10. Force Of Life,

11. Iron Dice

12. Dystopia

13. 2033

 

 

 

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