JONATHAN DAVIS. BLACK LABYRINTH. Sperimentazione sonora oltre il recondito.

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JONATHAN DAVIS. BLACK LABYRINTH.

 

Il progetto solista e l’album dei contrasti

 

 

 

 

Due anni dopo essere tornato a cavalcare l’onda del successo del nu metal del quale la sua band, i Korn, sono portabandiera, Jonathan Davis valica le porte di un progetto solista. Era il 21 Ottobre 2016 quando i Korn lanciarono il loro dodicesimo album The Serenity Of Suffering, lasciandosi alle spalle innumerevoli crisi di identità e un numero di album incerti dopo Issues del 1999. Con a capo il frontman dalla vocalità indiscussa e unica nel genere, sono tornati al sound originale, e stavolta più tirannico e rabbioso che mai. Abbiamo recensito l’ultimo album dei Korn all’indirizzo: www.sickandsound.it/il-parco-giochi-dellorrore-the-serenity-of-suffering-tornano-i-korn/korn-band .

 

 

 

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A distanza di due anni e alla soglia di due decadi di Korn, Jonathan Davis presenta il suo progetto solista tramite Sumerian Records al quale ha lavorato per anni. Black Labyrinth, in uscita il 25 maggio 2018, è un album di contrasti che assurge da tematiche personali e riflessive: la lotta eterna contro la propria depressione, la religione, il consumismo, l’apatia, la dipendenza farmacologica, la salute mentale, la parapsicologia e gli sperimenti allucinogeni appartenenti al Ganzfield Experiment per il test della telepatia.

 

 

 

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Photo Credit Fadewood Studios

 

 

 

Black Labyrinth è un disco che si addentra e si distacca dalle sonorità tipiche di questo personaggio e attinge a numerosi soundscapes sperimentali combinati in una collezione di 13 brani, dove i contrasti vanno alla ricerca ognuno una loro collocazione nell’amalgama. Talvolta riescono a trovarlo, altre volte no, nel labirinto oscuro di Jonathan Davis dove la sperimentazione è stata estesa fino a terre sconfinate e recondite. Un album psichedelico. Merito e genialità o mancanza di direzione e confusione. A voi il giudizio.

 

 

 

JONATHAN DAVIS. BLACK LABYRINTH.

 

Il labirinto oscuro della sperimentazione

 

 

Recensione traccia per traccia

 

 

 

 

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Everyone è un gran bel pezzo che passa a un tappeto ritmico più sostenuto, sia nel cantato ritmato quanto nello strumentale. Il testo è esplicito sin dai primi fraseggi ed esplora un mondo dove non si è accettati per la propria diversità, dove subiamo la paura di chi non ci comprende a fondo: “I walk into this place ‘cause I need help, see they don’t want me ‘cause I’m not like them, they don’t like me ‘cause I frighten them, they don’t want me ‘cause I’m not like them”. Si tratta di un pezzo dall’alta carica di orecchiabilità e in grado di aggrappare nel catchy chorus che si ricanta con lo stesso coinvolgimento, perforato da synth atmosferico e pungente nel backdrop, su primo piano di chitarre incalzanti.

 

 

Guarda il video ufficiale di Jonathan Davis – Everyone:

 

 

Tra la variegatura degli stili e delle tematiche, si dispiegano i brani Happiness e Your God. La prima punta il dito a coloro che cercano di farci abbattere e disilluderci dal nostro mondo felice, nella quale ascoltiamo anche le distorsioni vocali di Davis, su groviglio fitto di chitarre e fraseggio parlato psicopatico. Tematica per altro che accomunerà molti degli ascoltatori: “You were never there for me at all, you always gotta tear me down, you you take the best of me it’s gone, my happiness is never allowed”.  La seconda apre con un tocco alquanto funky nella percussione su cui entrano dei mordaci giri di chitarra e la messa in discussione dell’idolatria.

 

Nel riffing in ingresso per la successiva Walk On By si ritrova il flair dei Korn che lascia la scena a un arrangiamento più rockeggiante con melliflui giri di chitarra in resa ovattata e ipnotica. Difatti dalla seconda sezione il brano si fa vorticoso nel riverberato e nel riffing, in un crescendo di intensità.

 

The Secret è un pezzo che risalta anch’esso per l’alta sperimentazione quanto effettuato per la musica etnica in uno dei precedenti brani. Qui Jonathan Davis si avventura in una palpitante base hip-hop elettronica, intermezza a tratti di solo parlato senza una direzione precisa a istanti di energia intermittente trasmessa dal ritornello ultra orecchiabile con un vibe di rock elettronico datato.

 

 

 

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Basic Needs
è un brano che sfora i sei minuti di esecuzione che apre in totale ipnosi convogliata dall’elemento synth sci-fi mescolato a una sonorità etnica digitale. Il pezzo accoglie un ritornello mastodontico che suscita un irrefrenabile sing along e ha incontrato il mio gradimento più totale quanto la precedente Everyone. È un brano livellato e di contrasti notevoli, affascinante e dinamico a tal punto da introdurre un sitar direttamente dalla cultura Indiana, con addizionale strumentale giapponese e arabo nella sola sezione strumentale. La compenetrazione di questi strumenti etnici con un pulsante riffing in entrata con stridente violino successivo è assolutamente fluido. Un brano che attinge senza dubbio al trip mentale. La postilla di nota qui è da conferire allo stesso Davis, che suona la maggior parte degli strumenti del disco e che va assolutamente menzionato. 

 

 

Guarda il video ufficiale di Jonathan Davis – Basic Needs:

 

 

Nessun confine alla fantasia di questo personaggio, per un panorama ancora del tutto intinerante e vicino a quelle che furono le sonorità dei Depeche Mode in Medicated, un pezzo confessionale sulla terapia subìta dallo stesso cantante. L’infusione elettronica e atmosferica è in alto dosaggio e si espande in tutto l’arrangiamento con un istante di confusione che sorge dal minuto 2,24. La sezione crea un senso di disagio nell’ascoltatore col fraseggio nervotico di Davis su strumentale robotico. Avrei escluso questa parte, in favore assoluto dell’arrangiamento generale del brano, eseguito in costante  down tempo carico di qualcosa di affascinante.

 

Il brano scivola in Please Tell Me senza sforzo mantenendo gli elementi salienti del brano precedente. Un brano altamente pregno di atmosferico e sintetizzato su strumentale minimale e voce per tre minuti abbondanti, prima che esploda su un fragore assordante di crunch guitar  sino al termine. La sperimentazione è una scelta coraggiosa e che spesso se ben adoperata attrae il gradimento della critica, talvolta in questo disco sembra molto azzardata.

 

 

 

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Il brano What You Believe apre con sonorità sciamaniche e si tuffa nell’industrial metal, con bizzarra aggiunta di elementi tipici delle più moderne versioni dell’hip-hop nel ritornello. Le testualità richiamano qui la religione. Si tratta di un brano riversato nella mistura di generi che se chiudete gli occhi rivedrete nel video con corpo di ballo e Jonathan Davis al centro nella veste di pimp. Il ritornello per quanto il brano sia grottesco, attrae il ricantato per catchiness.

 

Gender disquisisce l’idea di mettersi nei panni altrui ed è una traccia dall’alto effetto di disturbo e disagio suscitato nell’ascoltatore. È altamente sintetizzata e miscelata alla strumentazione ancora etnica e ritornello angelico melodico. La performance vocale è ottima seppure il pezzo risulti del tutto stravagante nello scontro del melodico con l’inquietante.

 

 

 

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Il disco era stato ufficializzato con la release del lead single di Black Labyrinth, What It Is, che nella selezione è stato messo in coda come closer del disco stesso a tirare le fila sullo spaccato più intimo e fragile di Jonathan Davis. Il brano mostra la vulnerabilità del nu metalhead trattando esplicitamente la disperata guerra condotta da Davis alla propria depressione, quella contro i demoni materializzata in un arrangiamento al piano cupo e tedioso quanto melodicamente dolce amaro. In questo pezzo si ritrovano i tratti distintivi non solo della timbrica unica e psicopatica di Jonathan Davis, quanto le features del suono che ha largamente sfruttato nella band di appartenenza. Sono pur tuttavia riarrangiate per una resa più orientata all’atmosferico e inquietante, senza rintoccare dei bassi tipici dei Korn e più pregna di tetro. Il pezzo agonizza sulle testualità e fraseggi parlati nella voce più psicotica di questo personaggio. Un quadretto di agonia che viene riflessa non solo dalle atmosfere scure del brano, quanto dal video stesso che ritrae il cantante in una cella di detenzione, dimenarsi nella sua camicia di forza, sul pavimento del proprio cubicolo dopo essere stato percosso. Jonathan Davis abbraccia in questo brano la malattia mentale, e lo fa accettandosi così come canta: come un bambino spaventato o un lurido bastardo, due personalità che fanno paura ma che infine vengono accettate amaramente dall’io che abbraccia sé stesso così com’è.

 

Fossero stati tutti cosi i brani del disco mi avrebbe deliziato in pieno, ma la perla nera è stata lasciata alla fine.

 

“But it is what it is, you don’t know how to live with what it is, but it is what it is It may seem impossible, but I will embrace who I really am. If it’s a son of a bit*h or a terrified kid, then that’s what it is”.

 

 

Guarda il video ufficiale di Jonathan Davis – What It Is:

 

 

 

 

Tracklist completa per Jonathan Davis – Black Labyrinth:

 

 

1. Underneath My Skin

2. Final Days

3. Everyone

4. Happiness

5. Your God

6. Walk On By

7. The Secret

8. Basic Needs

9. Medicate

10. Please Tell Me

11. What You Believe

12. Gender

13. What It Is

 

 

 

Rating: 7/10

 

Brani suggeriti:  Final Days, Everyone, The Secret, Basic Needs, What It Is

 

 

 

 

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