KINGSMEN: resilienti e armati fino ai denti debuttano con un superbo REVENGE. FORGIVENESS. RECOVERY.

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KINGSMEN

 

 

 

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KINGSMEN. Li abbiamo conosciuti per la prima volta quando si sono affacciati sulla scena insieme ai compagni di etichetta ExitWounds, coi quali avevano pubblicato l’EP Split Series #1 alle soglie del debutto con la nuova etichetta SharpTone Records. Li ritroviamo nel 2020 con una lineup rinnovata e più resilienti che mai, dopo le difficoltà attraversate negli ultimi anni, che in definitiva hanno portato la formazione a risorgere con il primo album in studio REVENGE. FORGIVENESS. RECOVERY in uscita il 10 aprile 2020.

 

 

 

 

Con un paio di singoli estratti come forerunners del disco, la formazione dal pugno di ferro del Rhode Island con Tanner Guimond (vocals), Tim Lucier (chitarra), Michael Perrotta (batteria) e Adam Bakelman (basso), torna ufficialmente sul ring con un messaggio di speranza, unione e perseveranza. I Kingsmen prendono d’assalto la scena con una nuova ispirazione. Mantenendo l’inconfondibile trademark deathcore e metalcore dalle sfumature a tratti melodiche, stavolta superano i limiti del territorio esplorato finora e si spingono all’interno di spazi più brutali che mai con un’elevata carica emotiva nei ritornelli teatrali. Una serie di atmosfere supportano il tormento e l’oscurità di alcuni brani con una intelligente dinamica che fluisce dall’aggressività all’orecchiabilità attraverso innesti melodici senza MAI abbassare il livello dell’heaviness.

 

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due chiacchiere con TIM LUCIER per approfondire tutti i dettagli del nuovo album, il percorso di resilienza, la trilogia e molto altro. Per l’intervista di SICK and SOUND con i KINGSMEN: www.sickandsound.it/interview-tim-lucier-of-ironclad-four-piece-kingsmen-on-new-record-revenge-forgiveness-recovery-single-nightmare-the-trilogy-and-more.

 

 

 

 

KINGSMEN. REVENGE. FORGIVENESS. RECOVERY.

Track by track review

 

 

 

Armati fino ai denti, i Kingsmen attaccano da Until I’ve Departed dove in vetrina c’è un cataclisma ritmico di furiosi blast beast e chitarre rampanti. La cortina blindata del brano trova nella combinazione di distorsioni vocali e linea vocale pulita la sublimazione dell’heaviness e non a caso lo dico, perché il muro del suono viene elevato alla catchiness specialmente sul ritornello, proprio a partire da quel tratto melodico insito nei Kingsmen, che promuove all’orecchiabile il grado di brutalità.

 

Gli amanti del cardiopalmo da drumming nevrotico e non solo troveranno del gusto con l’attacco di World on Fire. Si tratta di una sezione ritmica incendiaria proporzionalmente massiccia rispetto al riffing serrato con cui è stato arrangiato il pezzo. Il primo degli episodi di una formula calibrata di aggressività e accessibilità che sarà presente attraverso tutto il disco, World On Fire si squarcia su quello che non è solo un catchy chorus, ma un vero momento di rivelazione melodica. Sublime sull’incastro di double vocals, che nella diversità lavorano insieme nel botta e risposta per convogliarne l’emozione.

 

Spaventosa e quel tanto disturbata l’introduzione a tutto noise di Tipping the Scales, che fa di giri circolari inquietanti l’aspetto angusto del brano e riesce e a tenere con fiato sospeso dall’inizio alla fine. L’atmosfera a metà tra la suspance e il fascino stregato riceve pieno supporto dal synth ed esplode su ritornello in diverse linee vocali pulite sovra incise e l’immancabile distorta, che può essere riassunto come teatrale.

 

 

 

 

I prossimi due pezzi sono i primi due estratti che i Kinsgmen hanno mollato in pasto ai fan per un’anticipazione del disco: Nightmare e Waste Away. Di Nightmare si ricorderà molto a lungo il giro circolare onnipresente nell’arrangiamento e del tutto ipnotico. Si accoda agli episodi più supersonici del disco in quanto a chitarroni vorticanti, batteria in full blast e trepidante fascino nell’atmosferico. Bello, dannato e oscuro, il brano è orientato all’anthemic per intero e niente di meglio come primo estratto per introdurre un disco stupefacente. Waste Away invece arriva con la tensione delle plettrate mute in principio, e un tappeto atmosferico tra lo spettrale e lo spaventoso. È tutto trapassato da innesti multipli di clean vocals che qui trovano ancora più spazio, ma non spengono il tratto brutale perché quello che si fa sentire qui è il deathcore. E se con i Kingsmen esiste il deathcore melodico, eccolo.

 

Outsider è riassumibile con tre parole: chitarre in gloria, specialmente la solista. Tra una seducente sensibilità melodica, una serie di virtuosismi e fretwork da tastiera di corde, le elettriche stabiliscono una struttura a partire dalla quale costruisce tutto il resto. L’architettura integra pilastri rocciosi nelle accelerazioni drammatiche di drumming tipicamente deathcore, reminiscenti di Thy Art Is Murder & co. Il brano spinge sull’acceleratore ritmico a tavoletta e di lascia alle spalle vittime di mitragliate, crivellate e breakdown. Tra la tecnica e l’alta dinamica, si cela un mastodontico anthemic chorus destinato a essere ricordato.

 

 

 

 

Si contorce su un lavoro dietro pelli e pedali esagitato, furioso e inarrestabile anche Oppressor, tanto chirurgico nel lavoro in doppietta col riffing ultra breve e fulminante. L’acquisizione del nuovo batterista si sente incredibilmente su pezzi come questi, dove il deathcore stellare è inciso direttamente nella pelle di rullante e grancassa. Per niente orientato al melodico, questo capitolo viene glassato con l’ambience, che etereo aleggia sulla brutalità più sconfinata dei Kingsmen.

 

Una bella chitarra riverberata apre Pleasure In Vengeance e quel bel lavoro circolare di corde resta successivamente a cullare l’attenzione sopra alla pulsazione minimalista di fuzz bass. Il minimalista è alternato all’aggrovigliato perché il brano si compone di istanti esplosivi e più essenziali. Anche qui non manca quel retroscena di atmosfere sempre un po’ tetre.

 

A due passi dalla fine arriva l’armonia avvolgente di un interludio strumentale, ossigenante e composto esclusivamente da uno scenario onirico, più che solo atmosferico, con pianoforte, pioggia e percussioni attutite: Relapse.

 

 

 

 

I Kingsmen riprendono da quei pianoforti nel retroscena per un pezzo forte proprio a chiudere un disco che si è rivelato un viaggio dinamico e altamente coinvolgente: Death Of The Sixth. Da un alto il rampage di chitarre impetuose, incastrate a un lavoro di pelli ancora chirurgico e lacerazione di growl, dall’altro un’alta indulgenza melodica tutta orientata all’emozione che di serve di una linea vocale pulita potente e di un ultimo, enorme ritornello. Ah, e la ciliegina sulla torta col breakdown al minuto 3,22.

 

Adoro questa formazione e questo disco è solo una conferma del potenziale smisurato del quartetto dal Rhode Island. Revenge. Forgiveness. Recovery non solo incontra le aspettative di un attesissimo debutto, le spacca. Dinamico, curato al dettaglio e destinato a restare con l’ascoltatore a lungo per arrangiamenti memorabili, il nuovo lavoro dei Kingsmen ha tutte le carte in regola e una serie di assi vincenti per collocarsi tra i metalcore Album Of The Year. E il massimo del rating non è sufficiente a rendere tanta perfezione.

 

Rating: 10/10

Brani suggeriti: World On Fire, Tipping The Scales, Nightmare, Outsider, Death Of The Six

 

 

Kingsmen – Revenge. Forgiveness. Recovery tracklist:

 

1. Until I’ve Departed

2. World on Fire

3. Tipping the Scales

4. Nightmare

5. Waste Away

6. Outsider

7. Oppressor

8. Pleasure In Vengeance

9. Relapse

10. Death Of The Sixth

 

 

 

 

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