MONUMENTS. Tornano dopo quattro anni con l’epifania di una nuova catarsi: PHRONESIS.

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MONUMENTS.

Apogeo del melodic djent.

 

 

 

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PHRONESIS: dal Greco antico, indica la saggezza e il ragionamento etico finalizzato alla scelta. Mettendo nero su bianco i disordini che hanno turbato la formazione durante gli ultimi quattro anni di intervallo ufficioso, Phronesis ha sfruttato al massimo i punti di forza dei MONUMENTS. Le turbolenze si sono rivelate catarsi. Attivi dal 2007, i Monuments sono un outfit progressive metal e djent inglese con: Chris Barretto alla voce, i chitarristi John Browne e Olly Steele, il bassista Adam Swan e il nuovo batterista Daniel Lang. Sono attualmente nel prestigioso roster di Century Media Records con hanno pubblicato tre album in studio: Gnosis del 2012, The Amanuensis del 2014 e l’attesissimo Phronesis lo scorso 5 Ottobre 2018.

 

 

 

 

MONUMENTS. PHRONESIS.

Overview

 

 

 

Le difficoltà legate ad un estenuante tour di due anni si sono rivelate per la band illuminazioni di una nuova creatività e un ritorno alle origini attraverso dieci brani sotto al nome di Phronesis.

 

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Dopo quello che era stato un vero capolavoro, The Amanuensis, i Monuments hanno egregiamente superato ogni aspettativa, distinguendosi ancora per la propria arte attraverso un comeback record che ha più l’aspetto di un’opera magna. Dieci tracce curate al dettaglio, dove ciascuna si evolve ed esplode in modo diverso attraverso una tracklist dinamica e diversificata. Squisitamente brutali, sinfonici e melodici i Monuments trasportano l’ascoltatore su un viaggio di emozioni empatiche.

 

Restano ancora insuperabili nel panorama djent con un plus valore melodico.

 

 

 

 

MONUMENTS. PHRONESIS.

Track by track review

 

 

 

Il disco apre con una delle tracce forti di Phronesis: A.W.O.L, acronimo legato alla terminologia militare che sta per “assente senza congedo ufficiale”. I Monuments sono stati assenti sì negli ultimi anni, ma sono tornati con un lavoro notevole a partire dal pezzo epico che hanno messo in testa al disco. Un crescendo atmosferico di synth e arpeggio in chitarra pulita favorisce l’ingresso di archi sinfonici prima di inferocirsi sulle impeccabili harsh vocals di Chris Barretto. Le sue distorsioni in growl sono inconfondibili così come la loro capacità di transizione verso il clean, ponendo la performance vocale al centro dell’album. Uno degli asset del pezzo è quello di essere cucito sulle sonorità classiche dei Monuments: ritmiche impetuose con tempesta di blast beats e riffing squarciante, trapassate da fragili melodie e atmosfere. Alla doppietta di pelli e corde fine, si aggiunge la componente a corde grosse per una struttura intricata e aderente. “Lasciarsi andare” al sing along del ritornello spazioso è la parola d’ordine. Dall’orchestrale, al brutale, all’orecchiabile: A.W.O.L. è una delle tracce più memorabili.

 

Guarda il lyric video ufficiale di Monuments – A.W.O.L:

 

 

 

Hollow King è una traccia pulsante e rapida, con basso palpitante a pieno supporto delle strutture poliritmiche perpetrate qui dalle percussioni. Martella di pesantezza e si spacca sul breakdown centrale. Nel retro di fraseggi in mid growl punitivo si distende la linea vocale pulita in versione eterea.

 

Un arpeggio in chitarra pulita apre la terza traccia Vanta, un pezzo tipicamente progressive, con un battente tappeto ritmico che propone una circolarità di drums pattern, riffing di chitarra e basso  per tre minuti circa. In questa porzione di brano la chimica tra le distorsioni vocali e il cantato pulito è superba, quando morde sull’abrasione e quando coinvolge sui ritornelli anch’essi ripetuti in loop. Dal terzo minuto un evidente cambio di tempo prepara per l’incantevole outro in solo pianoforte.

 

 

 

 

Con un’affascinante introduzione orchestrale tra ensemble di archi, pianoforte, synth e voce pulita avanza Mirror Image. Il lavoro di corde è la scintilla di questo quarto brano dal groove oltre il coinvolgente. Il cantato pulito assume qui una stilistica staccata con reminiscenza alla Michael Jackson sui fraseggi, e un catchy chrous travolgente. Si tratta di uno dei brani più melodici. Un interludio delicatamente arpeggiato su voce confidenziale fa da eccezionale bridge prima che il brano esploda su un groviglio di impetuose percussioni e vorticose chitarre che si porta fino alla fine. Il chorus è indimenticabile, caratteristica onnipresente nel disco.

 

Guarda il lyric video ufficiale di Monuments – Mirror Image:

 

 

 

Sulla stessa nota di alta orecchiabilità e un catchy chrorus collocato proprio in apertura, una traccia più avanti nella tracklist: Stygian Blue. Qui, come in tutte le tracce con largo uso di clean, mi ha ricordato la vocalità di Lajon Witherspoon dai moderni Sevendust nella timbrica pulita che si accosta al cantato da rock arena. La voce di Chris Barretto è veramente ammirabile. Il pezzo è portatore di un groove virale, che esce dal perimetro della heaviness e si guadagna l’apprezzamento sulla sua sonorità altamente melodica.

 

I Monuments rientrano nel territorio ostile della heaviness con Ivory a partire dallo screaming in entrata e gang chants che ne aizzano l’animosità. In primo piano il basso slappato e martellante che sorregge sulle sue colonne un riffing di chitarroni con accordature basse. Energetico e prepotente, il brano si snoda su una variegatura di distorsioni vocali ben miscelate con la voce pulita. C’è la comparsa di un inquietante sussurrato e di un mid growl appoggiato in lunghezza per finire la mattanza.

 

 

 

 

Leviathan. Chris Barretto mette qui in vetrina un dinamismo vocale degno di merito. Mi sovviene che sia anche un sassofonista, il che spiega come faccia sapiente uso del diaframma nel canto. La versatilità vocale del pezzo è fondamentale a creare dinamicità nel brano: da parti rap metal, al cantato melodico, al sussurrato, all’adorabile screaming. Il ritornello in ricorrenza si insinua nella mente e si strappa il ricantato. Assieme a questo lo strumentale mette in atto uno show accattivante, su un lavoretto sopraffino, seppur non intricato, di chitarra ed energetiche percussioni. C’è anche un colossale breakdown al terzo minuto.

 

 

 

 

Le cose si fanno molto gustose approcciando l’ultima parte del disco dei Monuments. Celeste è un brano strutturato e poliedrico. Inizia anche questo dal ritornello e progredisce in modi interessanti. Accoglie un interludio ricco di elementi sinfonici, synth, elementi elettronici a percussione metallica collocato in una cornice marcata fatta di tosti breakdown e un rombante riffing. La bellezza del brano si esprime sull’equazione del cantato espressivo ed emozionale nel chorus e nella brutalità senza compromessi dei passaggi più accesi. Ne ho personalmente adorato l’ultima sezione d’assalto. Gran bel pezzo.  

 

Apre in fragore di crunch guitar Jukai, un brano trapassato da linee melodiche oscure e inquietanti negli intermezzi di sospensione e bastonato da un solido basso e mestiere frenetico da doppio pedale. Un altrettanto nevrotico lavoro di chitarra è in mostra nello sdoppiamento dei cordofoni e sulla cortina di ferro innalzata dalla presenza mostruosa di screaming.   

 

 

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I Monuments chiudono la loro opera magna soffermandosi sull’armonia di The Watch, un pezzo rapido nel riffing e medio nella ritmica. L’effetto armonico è totalizzante su una chitarra ipnotica in costanti arpeggi. Dal minuto 2,40 sopraggiunge una maggiore distorsione di corde in veste flemmatica e apocalittica mitragliata da esagitati blast beats. Con una liquida transizione dall’armonia al disagio sonoro, il disco di chiude gradualmente sfumando il volume. Lascia una sensazione di sospeso ed incompiuto che combacia col desiderio di riavvolgere il disco e rivisitare le tracce più memorabili.

 

 

Rating: 9.5/10

Brani suggeriti: A.W.O.L.,  Vanta,  Mirror Image,  Stygian Blue, Leviathan, Celeste

 

 

MONUMENTS – PHRONESIS tracklist:

 

1. A.W.O.L

2. Hollow King

3. Vanta

4. Mirror Image

5. Ivory

6. Stygian Blue

7. Leviathan

8. Celeste

9. Jukai

10. The Watch

 

 

 

 

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