POLARIS: brutalità tecnica elevata al melodico introspettivo nel nuovo THE DEATH OF ME.

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POLARIS

 

 

 

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I POLARIS sono una di quelle band che nel giro di pochi anni sono passate dall’underground al mainstream, senza avere il tempo di digerire il salto con tour serratissimi e un successo in costante crescita, tanto quanto la fan base che a partire dalla terra dei canguri hanno stabilito in tutto il mondo. Orgoglio del metalcore australiano, l’Aussiecore, la band di Jamie Hails, Jake Steinhauser, Rick Schneider, Ryan Siew e Daniel Furnari torna il 21 febbraio 2020 con il sophomore album THE DEATH OF ME tramite Resist/SharpTone Records. È il caso di dire che la formazione è stata messa sotto pressione per questa release dopo l’ultima nomination agli ARIA Awards 2018 nella categoria Best Hard Rock/Heavy Metal Album con The Mortal Coil del 2017.

 

 

 

 

Il nuovo album è stato preannunciato dai singoli Masochist, Hypermania e Landmine, che hanno spinto l’asticella dell’hype oltre la soglia massima in direzione del nuovo capitolo sonoro firmato Polaris. Un lavoro ancora tecnico, ma più progressivo, melodico, introspettivo, psicologico e calibrato che mai, in definitiva riassumibile con l’ambivalenza harder e softer.

 

 

 

POLARIS. THE DEATH OF ME.

Track by track review

 

 

 

Il disco apre dall’atmosferico con velatura oscura di Pray For Rain, dove lo screamer della formazione australiana irrompe senza troppi fronzoli sopra a guitar licks riverberati e una pulsazione elettronica attutita. Una grande opener con intro suggestiva in successiva evoluzione su quel lavoretto tecnico di corde tipico dei Polaris, breakdown e un ritornello melodico con linea vocale pulita, in combinazione alla prevalente distorta. Nel riffing c’è una valenza à la Architects, il che aggiunge un plus valore all’equilibrio di brutale e melodico, che viene esposto attraverso l’intero album.

 

 

 

 

Hypermania è un brano che discute l’ansia, la paranoia, le oscillazioni dell’umore e la sensazione di trovarsi sul ciglio di un’esplosione. La tematica è specularmente riflessa nella dissonanza, e nel soundscape da disturbo dell’arrangiamento. Un caos controllato, che procede a tutta intensità mietendo vittime con harsh vocals feroci. Con questo forerunner i Polaris hanno esposto un pubblico assetato per il nuovo album, a un sound caustico e sono tornati armati fino ai denti col riffing serrato e tecnico, con quella componente nu metal massiccia nei bassi. In questo pezzo i Polaris sono riusciti a catturare la sensazione di paranoia e claustrofobia, in antagonismo di breakdown senza una sola linea melodica. Heavy, screamata e maniaca al 100%.

 

 

 

 

I brani pubblicati prima del disco sono in sequenza, ecco Masochist. Lead single del nuovo album, Masochist è una delle tracce stand out, trainata dalla linea vocale pulita-distorta e dove lo strumentale riesce ad aprire uno scenario sonoro sul limite psicologico e introspettivo. Come nella maggior parte, i Polaris riescono bene a inquadrarne l’emozione collegata, che sia rimorso o miseria. Qui viene messo a segno con una larga presenza di cantato pulito, sin dall’attacco e in piena manifestazione su un memorabile catchy chorus dove la brutalità del rancore vocale incontra la sensibilità melodica delle clean vocals. Una serie di giri melodici di chitarra appoggiano anche i versi distorti, sublimazione sonora di un brano che è formula bilanciata di heaviness e melodic catchiness.

 

Guarda Polaris – Masochist (Official Video):

 

 

Landmine: l’ultimo arrivato prima dell’album e una delle tracce più heavy in assoluto. Randella senza pietà sul sound più incendiario dei Polaris sin dalla dissonanza e alta distorsione di corde iniziali. Sul piano ritmico, corre in cardiopalmo e accoglie sublimi giri di chitarra ipnotici sul ritornello (e attraverso i versi in totalità orientale) con tanto di gang chants, atti a smuovere qualunque tipo di circle pit dal vivo con un pubblico che canta a pugno stretto aizzato da Jamie Hails. Si scioglie liquida sul cantato melodico del ritornello, ma non meno distruttivo. Ah, e breakdown come se non ci fosse un domani. La coda del pezzo è assolutamente infernale. Un grande pezzo.

 

Vagabond attinge a un flair rockeggiante o da arena rock se vogliamo. Un episodio che mette in vetrina la capacità compositiva dinamica dei Polaris. Principalmente melodica, accoglie giri di chitarra coinvolgenti, tanto quanto un ritornello spazioso e una solista a cui scappa l’assolo virtuoso. Colpisce meno sul versante metalcore, ma non per questo risulta meno accattivante.

 

 

 

 

I Polaris non battono ciglio nel tornare sul campo belluino con la successiva Creatures Of Habit. Una miscela calibrata al milligrammo di brutalità ed elisir sonoro melodico che attinge all’uno e all’altro aspetto non solo dalle corde vocali, ma soprattutto da quelle elettriche. La solista fa un lavoro brillante sul ritornello teatrale dove torna il rimando Architects. Le chitarre sono in effetti protagoniste del brano, lavorando in doppietta impeccabile. Lasciarsi andare sulla bellezza di certi giri circolari o sbattere la testa sul palm muting più fulminante sono solo conseguenze naturali. Un altro brano stand out.

 

Ammicca al post-hardcore con impronta progressive, djenty e caratura tecnica Above My Head. Il brano è dotato di un involucro emozionale che non solo avvolge il catchy chorus ricantabile all’infinito, ma l’intera struttura. È uno di quei brani maestosi dove la luce e il buio si incontrano ancora per mettere a segno il coinvolgimento sul lato più radio edit delle cose.

 

 

 

 

A partire da una palpitazione elettronica, chitarra acustica e una squisita linea vocale pulita Martyr (Waves), il pezzo più melodico in assoluto. Bittersweet e atmosferico, eleva la portata dell’emozione al cubo su una serie di dinamiche vocali più intime e sussurrate o più potenti e cantate a pieni polmoni. Le vocals sono supportate da un accompagnamento minimalista e un assolo mellifluo, in transizione verso passaggi anthemici con backdrop di sottili archi sintetizzati. Un pezzo incredibile nella selezione per la sperimentazione riuscita e che, in parte ricorda la veste più melodica dei moderni Wage War.

 

Accattivante in apertura su un doppio guitar picking, All Of This Is Fleeting. Torna a un passo dalla conclusione un altro ritornello magnetico, collocato dentro a un arrangiamento heavy-melodic col breakdown più roccioso dell’intero disco. Un pezzo a tutte chitarre e una colata di melodico vocale ed elettrico sulla scia dei brani più stellari del disco. Il ritornello cantato a squarciagola non può fare a meno di tirare dentro al ricantato.

 

 

 

 

Per ultima The Descent, con cui i Polaris scelgono di concludere il viaggio attraverso i mood del disco sulla nota aggressiva. Grande episodio di shredding e chitarroni down tuned, ma non solo. C’è un interludio oscuro e denso, che cresce progressivamente verso un climax, dove il ritornello trova la collocazione migliore dell’intero arrangiamento. Ricco nel chorus, nel riffing intricato e plateale nello scenario aperto, il brano sigilla il disco lasciando un senso di appagamento.

 

Il secondo lavoro dei Polaris estende il songwriting oltre i confini del solo metalcore. Conservando il proprio marchio a fuoco tecnico e confermando di essere ancora il top del progressive metalcore, la formazione mostra talento nel riuscire a inquadrare l’emozione di ciascun brano nel giusto arrangiamento sulla dicotomia di brutalità e melodico. Torna il traino di chitarra e una performance vocale più matura, soprattutto in pulito. C’è una costante alternanza di luce e buio, riflessa dalla variazione nello stile e nella dinamica creativa. La produzione impeccabile valorizza tutti gli elementi che vanno a comporre ciascun brano e sottolinea la cura al dettaglio con cui il disco è stato composto. I Polaris si confermano una delle formazioni più influenti del panorama metalcore australiano e non solo. Nel 2020 raggiungono la seconda pietra miliare con un album che si colloca direttamente tra le release migliori dell’anno.

 

 

Rating: 9.8/10

Brani suggeriti: Pray For Rain, Masochist, Landmine, Creatures Of Habit, Martyr (Waves), All Of This Is Fleeting

 

 

 Polaris – The Death Of Me tracklist:

 

1. Pray For Rain

2. Hypermania

3. Masochist

4. Landmine

5. Vagabond

6. Creatures Of Habit

7. Above My Head

8. Martyr (Waves)

9. All Of This Is Fleeting

10. The Descent

 

 

 

 

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