SAVAGE HANDS: aggressione e melodia passano per la rock arena e il coinvolgimento dinamico, THE TRUTH IN YOUR EYES.

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SAVAGE HANDS

 

 

 

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Dopo aver debuttato nel 2018 con SharpTone Records e il primo EP BARELY ALIVE, tornano i SAVAGE HANDS, formazione metalcore da Waldorf, Maryland. In verità lo chiamano metalcore infused alt-rock, ma la parola che ne racchiude meglio tutte le influenze è alternative. Il 31 gennaio 2020, la band di Mike Garrow, Justin Hein, Nathan O’Brien, Jayvon Green e Alex Gacek, pubblica il primo album in studio THE TRUTH IN YOUR EYES.

 

 

 

 

SAVAGE HANDS. THE TRUTH IN YOUR EYES.

Overview

 

 

 

I Savage Hands riprendono le fila del precedente discorso sonoro che metteva in vetrina una combinazione di heaviness antagonista e alta sensibilità melodica, con tutte quelle testimonianze di catchy chorus, linee vocali pulite da e verso il distorto e una serie di strutture limpide e orecchiabili fuori dalla cornice dei generi più aggressivi. Quello che fu evidente nel precedente EP erano proprio le abilità vocali e strumentali di passare dall’uno all’altro versante con fluidità. Per leggere la recensione (inglese) di Barely Alive EP del nostro redattore Anthony: www.sickandsound.it/savage-hands-barely-alive-album-review. Nel nuovo album ritorna la dicotomia, laddove il sound marcato è ancora combinato allacatchiness virale, senza comprometterne la resa e la coesione. Con una maggiore influenza alternative rock, variazioni elettroniche e sconfinatamente melodiche, i Savage Hands propongono un prodotto pulito, accessibile e in grado di mettere a segno un gustoso intrattenimento.

 

 

 

 

SAVAGE HANDS. THE TRUTH IN YOUR EYES.

Track by track review

 

 

 

Il disco attacca dal lead single Memory, display perfetto della doppietta di cui si è parlato sopra. Vibrante ed energico, il pezzo è centrato su uno scheletro metalcore incastrato a una sovra struttura alternative atta a catalizzare l’emozione, come pure il significato della tematica: le bugie, il dolore, la perdita dovute alla dipendenza dalla droga. Sin dal modo in cui il brano parte spaccando la porta a calci, fa un lavoro brillante per tirare dentro all’arrangiamento con altissima orecchiabilità, chitarroni e uno di quei magnificenti ritornelli da rock arena in reminescenza di band come i Palisades, che ho ritrovato per tutto il disco.

 

Guarda Savage Hands – Memory (Official Video):

 

 

La manipolazione elettronica entra in sottilissima evidenza nella seconda Braindead, che è esplosione di potenza e cantato a pieni polmoni, intervallati a versi più suggestivi e atmosferici. Questo brano, come i successivi sono l’emblema del cosiddetto true vibe da hard rock arena, insito nel marchio Savage Hands.

 

Accattivante in apertura elettronica scoppiettante, Blue, eleva tutti i tratti che hanno caratterizzato le precedenti tracce. E quindi ecco che la formula heavy-yet-hooky si riversa sull’intero arrangiamento. Un groove irresistibile da sbattere il piede o la testa – a seconda dei gusti – è distillato sin dall’apertura e in successiva evoluzione sul fragore di elettriche e sulla sezione ritmica prepotente. Il brano mette a punto un ottimo lavoretto nell’intersecare interludi minimal, che sembrano avere una funzione di pre-chorus, prima di un impetuoso ritornello in formula virale. Ovviamente.

 

 

 

 

È la volta di Demon, con un traino sulle chitarre rampanti e un flair che nel semi rapping ha un’influenza di Asking Alexandria moderni. Si staglia interamente per intensità, catchiness e groove a spreco, tra i brani radio edit. Il brano attiva il ricantato a squarciagola su tutte le ripetizioni del ritornello. Soffia benzina quando sembra che si stia ammorbidendo e spinge al massimo sul boato dei chitarroni, con gustoso breakdown. Candidato obbligatorio alla selezione di brani dal vivo, Demon è uno dei brani più contagiosi e indimenticabili del disco.

 

Un capitolo dedicato all’emozione nell’aspetto più puro colato in un arrangiamento, Rotten Soul, che accosta a un’esecuzione appassionata, tanto quanto la performance vocale, una prevalente dose di armonia. Apre con una percussione attutita, candore totale di voce, e lontani tocchi di pianoforte. Pian piano cresce per arrivare a raggiungere al centro un apice di screaming e aggressione. Nella dinamica aggressivo-melodica, la transizione dalle harsh vocals al pulito risulta liquida.

 

Sulle stesse orme, la semi acustica e melodica Washed Away che appoggia una linea vocale pulita di totale delicatezza sopra a uno strumentale minimalista prima di lasciare esplodere l’energia. Da quasi ballata a  brano easycore, il pezzo è leggero, ricantabile sia nei versi che nel ritornello e trae l’espressività dal flusso e riflusso di melodico. Il quadretto edulcorato si chiude su un assolo finale.

 

 

 

 

Attacca con quelle sonorità da drum pad elettronico à la Northlane del nuovo album Alien, il mastodonte del metalcore sintetizzato: Lonely. Qui c’è anche una reminescenza My Enemies & I. Un brano di chitarre squarcianti, bassi e altissimo synth, tra atmosfere nebulizzate e potenza compressa da capo a fine. Dal 2,34 il brano si spezza per accogliere un interludio evanescente di solo cantato pulito e sospensione spazio temporale, che subisce un crescendo graduale fino a un assurdo breakdown con quello che gli amanti di metalcore aspettavano: furia di blast beats, screaming abrasivo e corde taglienti. È il brano -core per eccellenza.

 

Chitarre rombanti e serrate, appaiate a un tappeto ritmico furioso introducono Bloodshot, che pone alla base un’influenza hardcore punk e dalle fondamenta costruisce un groviglio di corde, uno strato elettronico, un involucro melodico e un immancabile ritornello da sing along immediato. È forse uno degli esempi più lampanti del duplice aspetto heavy-catchy dei Savage Hands, miscelato in proporzione equa e soprattutto, senza abbassare di un millimetro l’asticella della potenza e del coinvolgimento.

 

A proposito di incastri ritmici coinvolgenti e di groove, il terzultimo è un altro numerone da intrattenimento: Break The Ice. Mena per bene dietro le pelli e lo fa associandolo a un palm muting efficace. Ergo, il sincopato risultante è in grado di promuovere l’headbanging. Nel ritornello si risente una sfumatura di cantato alla Aaron Pauley, ma forse è soltanto un collegamento naturale dovuto all’anthemic chorus che propaga il suo travolgimento attraverso le cuffie aprendo un dettagliato scenario live. Interamente tra i rock bangers del disco, il pezzo riesce a installare nella memoria il ritornello indimenticabile. Vedo già una folla intera che se lo ricanta dal vivo.

 

 

 

 

Per il prossimo brano in coda niente più, niente meno che le protagoniste chitarre già ascoltate, ma stavolta accompagnate da una rivisitazione più plastica. Siamo sul versante pop delle cose in quanto al ritornello o ai versi minimalisti e il brano si chiama Crazy, che accoglie anche dei passaggi ridotti che osservano la vera heaviness da lontano. Un branetto generalmente radio edit, senza troppi miracoli né conigli estratti dal cilindro.

 

Il divertente viaggio si chiude su Never Change, che a partire da arpe iniziali e uno scenario armonico, lascia subentrare i chitarroni. Contrasto spiazzante ma che funziona alla grande, perché altrettanto spiazzanti sono le melodie avvolgenti del brano. L’arrangiamento si accende e si spegne tra sezioni di synth e istanti di polverizzazione di corde e strumentale. Il retroscena elettronico palpita nel retro, e aggiunge quel valore extra del tutto gustoso. Armonizzazioni vocali e un ultimo chorus carico di potenza, tirano una linea all’ascolto lasciando all’ascoltatore il giudizio.

 

 

 

 

Ho personalmente adorato l’ultima uscita dei Palisades nel 2018, che in parte ho ritrovato nel nuovo Savage Hands. Per gli amanti del metalcore delle frange aggro e chug, suggerisco di non aspettarsi un formato blindato e tipico del genere, non trattandosi di quel tipo di prodotto ma di un ascolto più leggero e più plastico. Si tratta in fondo di un viaggio all’interno della rock arena, tutto orientato al formato radio edit del grande coinvolgimento di massa con spaziosi ritornelli e un groove del tutto travolgente. I Savage Hands sono cresciuti molto dal primo EP e chissà che non abbiano trovato la quadra perfetta del proprio sound fuori da un genere schematico. Certo è che il nuovo lavoro regala un momento di puro intrattenimento, dove l’intensità intreccia numerose dinamiche sul lato più heavy o più melodico, con un ingrediente extra nell’elettronico senza perdere di coesione.

 

Rating: 9/10

Brani suggeriti: Memory, Blue, Demon, Lonely, Break The Ice

 

 

SAVAGE HANDS – THE TRUTH IN YOUR EYES tracklist:

 

1. Memory

2. Braindead

3. Blue

4. Demon

5. Rotten Soul

6. Washed Away

7. Lonely

8. Bloodshot

9. Break The Ice

10. Crazy

11. Never Change

 

 

 

 

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