STEVEN WILSON TO THE BONE TOUR. Live at ATLANTICO, ROMA. 10 Febbraio 2018

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STEVEN WILSON TO THE BONE TOUR

 Live at ATLANTICO, ROMA

10 Febbraio 2018

 

 

 

 

Un live report di Andrea Ascani

 

 

 

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Metti un sabato sera di un freddissimo febbraio. Metti un live club come l’Atlantico nel bel mezzo del quartiere EUR di Roma, un pubblico carico, attento e numeroso. Metti una playlist del preshow quanto meno curiosa, con gli Abba (capiremo poi il perché) che ti fanno compagnia mentre prendi posto sottopalco. Ore 21, puntuale come un orologio svizzero, inizia lo spettacolo di Steven Wilson, To The Bone Tour, seconda tappa italiana dopo quella al teatro degli Arcimboldi di Milano della sera precedente.

 

 

 

STEVEN WILSON. TO THE BONE.

 

 

 

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Un telo separa il palco dal pubblico prima dell’ingresso dei musicisti. Sopra vengono proiettate immagini di politici, famiglia, economia, religione, vita quotidiana. Ad ogni immagine è associata una parola, un concetto. Le immagini si susseguono in rapida successione, la musica di sottofondo inizia a cambiare, da motivetto allegro si trasforma in una serie di suoni più cupi e profondi. Anche l’associazione parola/immagine inizia a cambiare. La foto di una famiglia, in un primo momento associata alla parola “love”, un secondo dopo passa alla parola “violence”. Sono alcune delle tematiche che vengono affrontate in questo nuovo lavoro dell’eclettico musicista inglese, spunti di vita quotidiana. To The Bone. All’osso. Inteso come necessità di estrapolare l’essenza dalle tante notizie di cronaca, spesso e volentieri manipolate per pilotare l’opinione pubblica su temi sferzanti come razzismo, tolleranza e altre tematiche scottanti.  Allo stesso tempo questo album mette anche a nudo l’artista, le sue influenze musicali e culturali che scaturiscono in un album decisamente diverso dalle produzioni precedenti: il rock e il metal lasciano spazio (anche) a un prog pop che tanto profuma di Peter Gabriel e dei Tears for Fears, pur mantenendo tematiche che spaziano dal fondamentalismo religioso all’alienazione sociale.

 

 

 

STEVEN WILSON @ ATLANTICO,ROMA.

Il concerto

 

 

 

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Entrano i musicisti. Accompagnato da Alex Hutchings alla chitarra, Craig Blundell alla batteria (bellissimo il set dell’esibizione), Nick Begs al basso e Adam Holzman alla tastiera, Steven, al solito scalzo, inizia subito con Nowhere Now. La cura dei suoni è maniacale, ogni strumento è ben riconoscibile e il risultato è un’acustica pulita ed equilibrata, aiutato senz’altro dall’ottima struttura del locale e dalla maestria con cui gli artisti maneggiano i rispettivi strumenti. Con Pariah, il primo singolo estratto dal nuovo disco, siamo costretti a constatare che della bravissima e bellissima cantante israeliana Ninet Tayeb, che già in diverse occasioni aveva collaborato con Steven, dovremo accontentarci del volto proiettato sullo schermo e della voce registrata. Home Invasion, Regret #9, The Creator Has a Mastertape, Refuge. Il concerto prosegue veloce, la scenografia è scarna ed essenziale, la musica è al centro dello spettacolo. Una piccola chiosa prima di People Who Eat Darkness, in cui Steven racconta in modo sorprendentemente simpatico e spigliato di come le abitudini e le passioni della mamma (per i serial killer) ne abbiano influenzato la sua cultura e la produzione musicale. I video che accompagnano le canzoni, come d’altronde già in passato, hanno un potere iconografico strepitoso, rendono alla perfezione il senso del testo e ti lasciano incollato allo schermo facendoti quasi dimenticare di star assistendo a uno spettacolo live, quasi trascurando della presenza dei musicisti sul palco. Ancestral, una breve pausa e si ricomincia con la seconda parte dello show. Un breve ma deciso invito a lasciare i telefoni in tasca e a non imitare i turisti giapponesi, per non disturbare il povero avventore dietro di te costretto a guardare il palco su uno schermo di pochi pollici.

 

 

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Arriving Somewhere but Not Here. Il pubblico è in estasi, in particolare le canzoni dei Porcupine Tree aprono scorci tra i ricordi a testimonianza di come il pubblico italiano abbia sempre dimostrato stima e l’affetto per questo artista che il Telegraph ha definito “l’artista britannico di maggior successo di cui non avete mai sentito parlare”. Lui lo sa, ringrazia il pubblico italiano e si rammarica di come rimanendo al di fuori del mainstream commerciale tanta gente non abbia la possibilità di ascoltare, e quindi apprezzare, la sua produzione musicale. D’altra parte, almeno in Italia, Steven Wilson con “To The Bone” è entrato in classifica degli album più venduti in Italia alla posizione numero 14, e vederlo fra i vari trapper e i Thegiornalisti un minimo di speranza nell’umanità, almeno dal punto di vista musicale, ancora ce la lascia.

 

 

 

STEVEN WILSON E IL PROG POP

 

 

 

Permanating è introdotta da un discorso simpatico quanto vero: “la musica pop del giorno d’oggi è mer*a pura, ma non tutto il pop è sempre stato da buttare. Specie quello degli anni 70: Beatles, Micheal Jakson, gli Abba (eccoli!). Tutti amano almeno una canzone degli Abba, e chi dice il contrario è un gran bugiardo!”.

 

La sfera stroboscopica, rimasta nascosta fin’ora illumina il palco e tutta la sala come la miglior discoteca anni 70 lasciando basita e perplessa una coppia dietro di me, probabilmente più legata al sound cupo e introspettivo. Ma evidentemente anche questo fa parte del suo bagaglio musicale e questa canzone è servita ad esprimere questo lato fin’ora tenuto nascosto. Lo si consideri un esperimento, al pari del falsetto approcciato in The Same Asylium as Before.

 

Per fortuna (avranno pensato i due di prima) il concerto prosegue con toni decisamente più rock, Heartattack in a Layby , Vermillioncore, Sleep Together. L’encore finale inizia con Even Less (cantata da solo, voce e chitarra, da brividi!) e si chiude, dopo quasi tre ore di concerto, con la classica e immortale The Raven That Refused to Sing. Le immagini del vecchio che in fin di vita ricerca la sorellina morta nel corvo che bazzica sovente il suo giardino ci riporta in quel mondo cupo, profondo, introspettivo cui Wilson ci ha abituato nei suoi precedenti lavori e che in generale appartiene al quel progressive rock in cui, nonostante lo stesso artista britannico ha sempre faticato a riconoscersi, è proprio della sua produzione musicale.

 

 

 

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STEVEN, ARCHITETTO E SACERDOTE

 

 

 

Che se ne dica, Steven Wilson è davvero bravo in quello che fa. Che sia comporre, suonare, cantare, emozionare. Lui stesso si è definito più volte un “architetto del suono”, più che un musicista, tanto gli interessava poter gestire e controllare tutto il processo di produzione di un disco e della sua rappresentazione live. Questo suo voler essere al centro del (suo) mondo musicale lo ha portato nel tempo a intraprendere la carriera solista, anche se è necessario riconoscere che anche nei Porcupine Tree effettivamente l’anima e il factotum del gruppo è sempre stato lui.

 

Anche sul palco questa sua sicurezza, del tutto legittima, è evidente: qualche “grazie” in italiano gli scappa ma quel gesto con la mano al termine di ogni brano come a dire “vi concedo di applaudirmi, ora che ho terminato l’esibizione” lo rende quasi un sacerdote, di fronte al suo popolo di fedeli in assemblea, nell’intento di predicare nell’omelia la sua verità, la sua musica, il suo modo di intenderla.

 

 

 

RIDONDANZA E PERFEZIONE

 

 

 

Wilson fa suo quel modo di suonare prog tale per cui non c’è necessità di sintesi, le canzoni possono andare avanti per decine di minuti senza alcun tipo di problema. Ma mentre per molti altri rappresentanti (non me ne vogliano i veri amanti del genere) un ritmo ripetuto a lungo può risultare alla fine stucchevole e inutile, per Wilson questo non succede, riesce incredibilmente a fondere quell’approccio apparentemente ridondante con una modernità musicale in modo incredibile e del tutto sorprendente. Se il prog rock esiste ancora nel 2017 e fa sold out nei club di tutta Europa, è decisamente merito suo. Tanto di cappello, non vedo l’ora di lasciarmi stupire ancora.

 

 

 

STEVEN WILSON @ Atlantico, Roma, 10 Febbraio 2018

SETLIST:

 

 

Nowhere Now

Pariah

Home Invasion

Regret #9

The Creator Has a Mastertape

Refuge

People Who Eat Darkness

Ancestral

Arriving Somewhere but Not Here

Permanating

Song of I

Lazarus

Detonation

The Same Asylum as Before

Heartattack in a Layby

Vermillioncore

Sleep Together

Encore:

Even Less

Harmony Korine

The Raven That Refused to Sing

 

 

 

 

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Sono onorata di ospitare questa recensione in grado di trasmettere la genialità di uno show tanto iconografico e la stessa travolgente emozione vissuta al concerto di Steven Wilson a Roma di Andrea Ascani. Andrea è un musicista, live reporter e redattore. Per sapere di più su di lui, sbirciate nel suo music background:

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2 thoughts on “STEVEN WILSON TO THE BONE TOUR. Live at ATLANTICO, ROMA. 10 Febbraio 2018

    1. Ciao Ornella, è davvero un live report che rende l’emozione e la meraviglia di fronte allo spettacolo genial emesso in atto da Steven Wilson nella sua tappa Italiana a Roma. Ti ringraziarmo del tuo feedback positivo e siamo compiaciuti che abbia gradito l’articolo. Alla prossima e continua a seguirci su SICK and SOUND!

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