SUICIDE SILENCE: tornano a mietere vittime col sesto album BECOME THE HUNTER.

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SUICIDE SILENCE

 

 

 

Capisaldi del deathcore californiano da quasi due decadi,  i SUICIDE SILENCE si riaffacciano sulla scena con il sesto album in studio BECOME THE HUNTER il 14 febbraio 2020 tramite Nuclear Blast. Una storia controversa quella della formazione da Riverside, segnata da cambi di direzione sonora e dalla fatale scomparsa del cantante Mitch Lucker nel 2012, in seguito alla quale la band ha arruolato Hernan “Eddie” Hermida, allora militante negli All Shall Perish.

 

 

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Una storia di resilienza e perseveranza, che ha portato la band di Eddie Hermida, Chris Garza, Mark Heylmun, Dan Kenny e Alex Lopez a sfidare la classificazione di generi. Senza distaccarsi dalle radici del death metal tradizionale, i Suicide Silence hanno plasmato una forma di deathcore che esce dai confini del singolo soundscape. Certo è, che la direzione estrema resta un punto fermo nel nuovo album Become The Hunter, un disco brutale che vede la formazione schierarsi contro i rumors degli ultimi anni e dalla metaforica parte del cacciatore, che li vede imbracciare l’arma da fuoco del deathcore, con la sola intenzione di stare mai dalla parte della vittima.

 

 

 

 

SUICIDE SILENCE. BECOME THE HUNTER.

Track by track review

 

 

 

Il disco apre con un’atmosfera drammatica, a metà tra la marcia funebre e la tensione sci-fi sintetizzata. Meltdown è una traccia strumentale che fa da preambolo al disco, avvolta da ambience, cori spettrali e un incastro tecnico di riffing e drumming, che ci aspetterebbe da una formazione del calibro Suicide Silence. A seguire uno degli ultimi arrivati tra i forenunners del disco, Two Steps, che attacca senza fronzoli né mezze misure su supersonici blast beats e chitarroni oltre ogni limite del down tuned. A partire da un ritmica indiavolata, il brano mette in atto un’alternanza di istanti frenetici o più flemmatici, ma sempre ai confini di un assalto sonoro massiccio tra cui sono collocate anche delle sospensioni atmosferiche, responsabili della tensione complessiva. Un eccezionale Eddie Hermida la sa ancora lunga su come si dominano i versi, dal low growl, al mid, allo screaming ai confini del kvlt, che si sposa alla sfumatura blackened dell’arrangiamento, che mi ha fatto ripensare a band compatriote come i Carnifex.

 

 

 

 

Feel Alive attacca a partire dal riffing, che è trazione dell’intero arrangiamento e di cui un palm muting in accordatura bassa e tanto distorto da essere masticato a denti digrignati (crunch guitar..) si associa a un complice tappeto ritmico sincopato. Il risultato è un groove fantastico e sussultorio con apice sulle ripetizioni del ritornello. Già vi vedo che ve lo ricantate con la faccia contorta a occhi strizzati e finto growl. Se associare l’orecchiabilità al deathcore non è ancora bestemmia, questo è certamente uno dei brani più catchy del nuovo Suicide Silence.

 

Guarda Suicide Silence – Feel Alive (Official Video):

 

 

Mastodonte del deathcore senza compromessi, Love Me To Death, è esemplare fin dall’ingresso. Strappa pelle a brandelli con un high screaming ad altissima abrasione, con un picco di altezza sconcertante. La linea vocale caustica è associata a una serie di giri di chitarra ipnotici e oscuri, un assolo vorticante dal minuto 2,23 e bassi granitici. In evoluzione e dinamica ritmica, il brano va ad assorbire una serie di accelerazioni infernali di pelli e passaggi groovy specialmente sulla ripetizione del titolo in sequenza attraverso il ritornello.

 

Nella successiva In Hiding, un mestiere di bassi tanto slappato da ricordare la mano “leggera” dei Korn, si combina a un prepotente incastro di chitarra e a istanti di mitragliatore ritmico da doppio pedale del tutto apprezzabili. Nel retroscena del caos volutamente non controllato del pezzo, c’è un substrato oscuro e piuttosto tetro. Corde fine e grosse sono le protagoniste indiscusse, complici di un pantagruelico Alex Lopez alle pelli.

 

 

 

 

C’è chiaramente una sfumatura nu deathcore (nu metal) nei bassi di alcuni dei brani, il che vale per le corde grosse plumbee di Death’s Anxiety. Il pezzo pesta sul pedale dell’acceleratore in una corsa incosciente su tutto lo strumentale e si diluisce su un seducente interludio di chitarra circolare dal minuto 1,46, un fantastico intervento all’interno del pandemonio. Deflagra come una bomba atomica e miete vittime, sbuffando tra esplosioni ritmicamente perfette.

 

Le variazioni del disco sono responsabili di un coinvolgimento variegato mantenendo alta l’attenzione attraverso la selezione. Tanto vero per Skin Tight, un brano bello e dannato, appoggiato a un arpeggio tetro e cadenzato con sola pulsazione di basso e linea vocale. Flusso e riflusso di questi istanti minimalisti e dall’altro spettro, di blast beats e riffing serrato, il pezzo si accende e si spegne attraverso una composizione per niente scontata. Il caos e l’abbandono sono associati a un aspetto accattivante, che si rivela sul chorus ricantabile e su una lasciva chitarra melodica nella seconda sezione. Skin Tight è testimonianza della grande musicianship dei Suicide Silence, tanto quanto un pezzo più avanti nella selezione, Serene Obscene, che entra con un’introduzione di sonorità orientali e affascinante chitarra acustica. La traccia accoglie un assurdo ritornello alla stregua della catchiness ed è regolata da un arrangiamento che trova il modo di continuare a diluire quell’aspetto orientale iniziale sulla chitarra solista tra le intercapedini di un’heaviness belluina.

 

 

 

 

Difatti la coda dell’album contiene alcuni dei brani più memorabili e riavvolgibili del disco e non fa eccezione The Scythe, accattivante fin dall’apertura. Il brano che si accoda a quelli con groove più alto, è ipnotico sulla chitarra che spiralizza nel retro e geniale nella scelta ritmica. Si muove attraverso scenari nebulosi, intermezzi di solista, rancore vocale e superbo incastro di riffing-drumming.

 

Dissonante, fragorosa e sferragliante la penultima Disaster Valley che si ascolta tra una corsa in cardiopalmo e una marcia che pesta i piedi pesanti, ma in definitiva forse l’episodio più esaurito di tutto l’album. La velocità supersonica è gestita senza sbagliare un colpo. Un crescendo di nevrosi ritmica, porta il brano a spezzarsi tra l’inquietudine totale di atmosfere tese che si tagliano col coltello. Tutto il pezzo è trapassato da quella chitarra oscura a ricordare che il fiato non va ripreso se non per continuare a campare.

 

 

 

 

La title track alla fine, ultimo episodio di eccellenza deathcore: Become The Hunter. Sulle stesse sfumature blackened viste in apertura, innesta un assolo glorioso e tutti i registri distorti del mostro vocale della situazione. Ma, e soprattutto, nella seconda sezione tira il freno a mano e si evolve su un pesantissimo down tempo che si porterà fino alla fine. Attacca in senso di urgenza e chiude lento, pauroso, lasciando in definitiva l’ascoltatore deliziato e sanguinante, che dopo averne prese veramente tante, ne vorrebbe ancora.

 

Il sesto album della formazione californiana, è il bentornato dei Suicide Silence, un trito ritmico ma strutturato in un’architettura di innegabile groove sulla qualità più tecnica e pregiata di deathcore e harsh vocals stellari. Un disco destinato a essere riavvolto per il resto dell’anno e indubbiamente un candidato al deathcore Album Of the Year 2020. Bentornati Suicide Silence.

 

Rating: 10/10

Brani suggeriti: Feel Alive, Love Me To Death, Skin Tight, The Scythe, Serene Obscene

 

Suicide Silence – Become The Hunter tracklist:

 

1. Meltdown

2. Two Steps

3. Feel Alive

4. Love Me To Death

5. In Hiding

6. Death’s Anxiety

7. Skin Tight

8. The Scythe

9. Serene Obscene

10. Disaster Valley

11. Become The Hunter

 

 

 

 

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