THE ACACIA STRAIN: il doomcore che rovescia l’infallibilità divina, IT COMES IN WAVES.

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THE ACACIA STRAIN.

 

 

 

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Quando un anno di stellari release deathcore stava per concludersi, è arrivata una sorpresa il 26 dicembre 2019 tramite Closed Casket Activities. Sono tornati i THE ACACIA STRAIN, storica formazione deathcore dal Massachusetts attiva da quasi due decadi, che chiude l’anno con un album da sette brani e una mezzoretta di brutalità, IT COMES IN WAVES, col quale Vincent Bennett, Kevin Boutot, Devin Shidaker, Griffin Landa e Tom Smith varcano la soglia della nona uscita.

 

 

 

 

THE ACACIA STRAIN. IT COMES IN WAVES.

Il concept e il sound

 

 

Ogni traccia ha un titolo di una sola parola che si concatena alla successiva formando la frase:  “Our only sin was giving them names”. La cornice tematica suggerita fin dai titoli ne fa un concept album incentrato su una narrativa che pone al centro le divinità rovesciandone il punto di vista infallibile di cui hanno goduto fin dall’alba dei tempi. L’uomo ha da sempre considerato l’ultraterreno e il divino come qualcosa di infallibile e perfetto, da idolatrare e seguire attraverso ere e culture. Il concetto viene rovesciato dai The Acacia Strain: e se queste divinità fossero malvagie e avessero da sempre manipolato gli umani come pedine?

 

La cornice tematica oscura si riflette attraverso una composizione minacciosa, nutrita dal doom e dal post-metal delle frange più tetre. Non cambia fondamentalmente l’approccio, e la formazione resta ai piani bassi del down tuned, del gutturale e dei bassi granitici, ma in questo capitolo i The Acacia Strain abbracciano l’influenza doom e se vogliamo sludge e dark wave, per aprire scenari neri come la pece.

 

 

 

 

THE ACACIA STRAIN. IT COMES IN WAVES.

Track by track review

 

 

Parlando di influenze e post-metal, questa è evidente sin dall’apertura del disco, nella traccia Our in manifestazione diretta sulle atmosfere propagate. Chitarre distorte oltre ogni grazia di Dio ed evanescenti linee vocali femminili avvolgono il pezzo, che arriva in crescendo ritmico e accompagnato da rintocchi di orologio a pendolo che sembrano una marcia funebre. L’intro inquietante apre la cortina drammatica sulla mitragliata di riffing che arriverà senza mezze misure, tra il caos ritmico e l’abrasione vocale del growl. Da istanti di nevrosi strumentale si passa a trascinati ritornelli che hanno un aspetto funebre e sinfonico e affondano nel doom. Sin dall’apertura i The Acacia Strain caricano con un ariete da sfondamento l’ascoltatore in balia della distruzione totale, che con la wake up call viene a scuoterlo per bene.

 

Only cola ancora una dose di flemmatico paganesimo drammatico e procede lenta, esponendo una feature fondamentale della formazione: il breakdown, che arriva dopo un lungo intermezzo sospeso e appeso agli unici brandelli di carne ancora attaccati sulle esili corde di un arpeggio. Si tratta di un breakdown plumbeo di tipo low and slow, ingrediente insaporitore di una pietanza a base di carne che cuoce molto lenta.

 

 

 

 

Torna la sensazione di atmosfere dannate e maledette in Sin, presto appaiata a un approccio più tradizionale al deathcore dei The Acacia Strain con una reminiscenza Carnifex. Spaventoso riffing, riverberato e trascinato quel tanto a lasciar emergere la pulsazione di basso, stanzia un retroscena denso ai canti corali in primo piano, collocabili in una cattedrale gotica nel giorno del giudizio. Una porzione di spoken word accompagna la coda del brano insieme a un arpeggio sonoro e la percezione di una pesante lancetta di orologio a pendolo, che segna il tempo inesorabile.

 

Was intreccia una nuova influenza post-metal e sludge, tanto all’inizio quanto nell’unfolding, al di sotto di un nuovo dialogo. Un preambolo sospeso che lascia entrare una serie di scivolate di corde a supporto dell’atmosfera disperata nel mid growl e sanguinante nella ritmica affannata. Il brano accende e spegne la brutalità, senza mai spingere sull’acceleratore ritmico, ma piuttosto lasciandosi trascinare da un capo all’altro della distruzione tra il minimalismo e il groviglio distorto.

 

 

 

 

Un crescendo di chitarra e disturbo di programmazione, accumulano energia e volume, alzando anche l’asticella del crunch in Giving. L’involucro si lascia trapassare da un’orda di anime dannate a denti digrignati che per tutto il brano, infervorati e aizzati dal fuoco, latrano in superficie. Un giro circolare di chitarra tende a essere isolato attraverso l’arrangiamento complessivo, che continua a confermare quanto i The Acacia Strain non siano una convenzionale band deathcore, ma decisamente doomcore.

 

Nella penultima Them emergono due caratteristiche fondamentali: il groove e il down tuned. Un pezzo a tutti bassi e chitarroni, che attinge finalmente alla componente deathcore di palm muting massiccio e bassi granitici. Blast beats martellanti si accostano a un’architettura più sostenuta nella possenza. Dal mid growl, le fauci di Vincent Bennett sprofondano nel low growl di adorabile gutturalità, riemergono e riaffondano, in transizione liquida. Mostri con gli occhi cuciti serializzano risucchiati dal muro dal cataclisma.

 

 

 

 

L’ultima mano alla traccia di chiusura, un viaggio epico di più di 8 minuti attraverso oscuri arpeggi e percussioni attutite. Un ultimo pezzo finale, Names, che viaggia attraverso il cosmo epico della variazione ritmica, dei cori altisonanti, di riverberi dalla lunghezza infinita, di uno spazio claustrofobico che talvolta si aggroviglia tanto da accecare, talvolta strappa ogni corda e lascia appesi sopra al buio gli assoli di fuzz bass e solenne cantato distorto. Attraverso la parvenza di ritornello del pezzo, tra cori inferociti e difficilmente domabili, un lead melodico velato di nero – strano ma vero – si estende mellifluo e languido nel retroscena.  Con una coda di spoken word, e un’ultima sfiammata di strumentale e grida impossessate, chiude il disco.

 

Con It Comes In Waves, i The Acacia Strain, non solo sorprendono per l’uscita discografica non prevista, ma mollano una release che esce perpetuamente dal deathcore, per assorbire tinture indelebili di doom e avvolgere l’intera selezione di atmosfere dannate e buie peste. Doomcore o non doomcore, è certo che la formazione si è decisamente addentrata attraverso una strada cupa, di cui la destinazione non si vede, tanto è avvolta dall’oscurità.

 

Rating: 8.5/10

Brani suggeriti: Our, Sin, Them, Names

 

 

The Acacia Strain – It Comes In Waves tracklist:

 

1. Our

2. Only

3. Sin

4. Was

5. Giving

6. Them

7. Names

 

 

 

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