THE GHOST INSIDE: tornano con il quinto album THE GHOST INSIDE e una prospettiva di resilienza.

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THE GHOST INSIDE

 

 

 

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Che i THE GHOST INSIDE siano tornati nel 2020 con il loro quinto album è letteralmente un miracolo. Sì, perché la formazione californiana di Jonathan Vigil, Zach Johnson, Chris Davis, Jim Riley e Andrew Tkaczyk è sopravvissuta a uno spaventoso incidente cinque anni fa e si riaffaccia sulla scena metalcore, o meglio hardcore metal, con una ritrovata prospettiva di resilienza, audacia e coraggio. Senza discostarsi dal sound tradizionale, il quintetto torna più determinato che mai con una visione incentrata sulla positività e il nuovo self-titled THE GHOST INSIDE in pubblicazione il 5 giugno 2020 tramite Epitaph Records.

 

 

 

 

THE GHOST INSIDE. THE GHOST INSIDE.

Track by track review

 

 

 

L’anima condottiera del disco è esemplificata da poco meno di un minuto di esecuzione nella traccia opener 1333, metafora di ritorno alla vita a partire dalle proprie ceneri, messaggio che trova una soluzione di continuità sulla successiva Still Alive. La traccia è regolata da una profonda marcatura hardcore, che si tira dietro l’intero arrangiamento con ritmica in cardiopalmo di pelli e circle pit garantito. La formazione assesta un paio di breakdown tra il riffing serrato e, sul versante della linea vocale, incita l’ascoltatore con una serie di gang chants. Stabilendo il modus operandi dell’intero album, Still Alive mette in vetrina un bel giro di chitarra melodica circolare nel caos ritmico.

 

La successiva traccia The Outcast attinge alla stessa frenesia strumentale, all’interno della quale pulsa un ritornello trapassato da sinuose linee melodiche. Questo brano è di sicura presa in versione dal vivo proprio per quell’anthemic chorus di coinvolgimento vocale magnetico. Al minuto 1,44 viene calato un roccioso breakdown come se fosse la cosa più naturale del mondo, episodio che si ripete poi in chiusura.

 

 

 

 

Il lavoro di chitarra è piuttosto accattivante attraverso tutto il disco. In Pressure Point oltre ai citati innesti melodici, il palm muting crea una base caustica e sussultoria atta a smuovere l’headbanging immediato, calandosi nel groove dell’arrangiamento insieme al lavoro di pelli. Complici della combriccola, i gang chants, che tornano anche in questa traccia. Un chiusura di tipo low and slow si porta via sul boato dell’accordatura bassa l’intera esecuzione. Sullo stesso versante di groove massiccio e coinvolgente Make Or Break. Procede a passi pesanti e si contorce su una ritmica battente senza abbassare l’asticella della potenza. Il mastodontico formato di metalcore proposto si squarcia solo sul ritornello e trova un plus valore su una serie di virtuosismi di chitarra che emergono luminosi di tanto in tanto.

 

La maggior parte dei brani si dimena tra la totale nevrosi ritmica e spaziose sezioni melodiche capaci di propagare emozione tra le intercapedini abrasive dell’hardcore. È il caso di Overexposure. Con i prossimi tre episodi, il disco si fa differenziato, distaccandosi dall’animo metallico della selezione precedente. Il primo, Unseen apre con un arpeggio avvolto da un involucro di atmosfere sospese, che fanno da retroscena al ruvido mid growl in entrata. Indubbiamente il brano più suggestivo dell’album su entrambe le corde, elettriche e vocali, specialmente su quel verso “sono fortunato ad essere vivo”. Il secondo, One Choice, è un brano che si apre sull’hard rock arena dei grandi chitarroni rampanti orientata alle grandi folle e su un grado di potenza reminiscente di Lionheart. Un rarissimo caso di utilizzo di clean vocals, protagoniste del ritornello plateale, orecchiabilissimo e radio edit.

 

 

 

 

Metalcore a tutto chug e sussulto viene proposto per la terzultima Phoenix Rise, in combinazione all’immancabile chitarra melodica, che si abbraccia e si fonde ancora una volta in abbondanza a quello stoppato reboante. Continua l’analogia con il messaggio di rinascita, qui con l’immagine della fenice che risorge dalle proprie ceneri. Questo brano fa parte di quei capitolo diversi per la presenza di un lungo bridge in cantato pulito. Si tratta di un intermezzo esclusivamente melodico e semi-acustico con cori e armonie avvolgenti. Melodic metalcore tout court.

 

Parte della doppietta di chiusura invece un brano melodic hardcore: Begin Again, con un catchy chorus collocato dentro a un arrangiamento che sembra attingere a quelle varianti di hardcore orientato al Christian, penso ad esempio a band come i Lifelong. L’ultima parvenza di emozione viene riversata infine sulla traccia di chiusura Aftermath, che resta ancora su quei passi regolati dall’heaviness diluita con un’ampia razione di melodic catchiness.

 

 

 

 

In conclusione, il self-titled dei The Ghost  Inside è un disco che attraverso un’architettura tipicamente hardcore, regolata dalla spinta di un concitato accompagnamento ritmico, introduce abbondanti sezioni melodiche orientate all’accessibilità e all’orecchiabilità degli arrangiamenti, talvolta in manifestazione su ritornelli ricantabili. C’è del metalcore blindato su tutti quei passaggi in boato e soprattutto sui breakdown granitici. Un ascolto generale rivela una concentrazione di heaviness nella prima parte della selezione e una transizione verso un maggiore melodico nella seconda. The Ghost Inside non è un lavoro che spicca particolarmente tra gli album stand out dell’anno in quanto a metalcore o a un’evoluzione del sound tipicamente TGI, ma è sicuramente un viaggio piacevole, capace di intrattenere con una serie di tracce riavvolgibili e con un messaggio di resilienza contro le avversità.

 

Rating: 8.5/10

Brani suggeriti: Still Alive, Outcast, Pressure Point, Unseen, One Choice, Phoenix Rise

 

 

The Ghost Inside – The Ghost Inside tracklist:

 

1. 1333

2. Still Alive

3. The Outcast

4. Pressure Point

5. Overexposure

6. Make Or Break

7. Unseen

8. One Choice

9. Phoenix Rise

10. Begin Again

11. Aftermath

 

 

 

 
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