THE WARRIORS: il quinto album MONOMYTH avalla l’hardcore sperimentale tra l’ermetico e il trascendentale.

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THE WARRIORS

 

 

 

 

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A quasi una decade dalla release dell’ultimo album See How You Are del 2011 tornano i THE WARRIORS, che riprendono le fila di un discorso lasciato in sospeso firmando un nuovo contratto con Pure Noise Records e con la pubblicazione del quinto full-length MONOMYTH il 13 dicembre 2019.

 

 

 

 

 

 

THE WARRIORS. MONOMYTH.

Overview

 

 

 

Marshall Lichtenwaldt, Javier Zarate, Charlie Alvarez, Joe Martin e Roger Camero si riaffacciano sulla scena con un album eclettico e miscellaneo, ricco di featuring e con ispirazioni dalla filosofia ermetica così come illustrata in The Kybalion, il concetto del viaggio dell’eroe dall’opera di Joseph Campbell “The Hero with a Thousand Faces” e la necessità di distruggere l’ego che ostacola l’essere umano dall’essere la versione migliore di sé stesso. Le filosofie orientali si fondono ai precetti della meditazione trascendentale e si collocano nella cultura del ventunesimo secolo che vede gli umani, alzare muri e facciate come forma di sopravvivenza. Sono tematiche significative, colate in un disco caustico e corrosivo, che promuove il sound volutamente non raffinato e l’hardcore allo stato grezzo, con interludi da trip mentale e non solo. I The Warriors non perdono la stoffa della ribellione hardcore, l’intensità e la furia che ne ha caratterizzato la discografia fino ad oggi, ma propongono una formula in grado di mettere il sound in discussione con la variazione. Un hardcore new wave.

 

 

 

 

THE WARRIORS. MONOMYTH.

Track by track review

 

 

 

Il quinto dei The Warriors apre a partire da All Life Is One e uno scenario epico, un crescendo che ha del vizualizer, mettendo in atto una scena praticamente visibile con lo sguardo di un’orda di persone che acclamano il cantato abrasivo di Marshall Lichtenwaldt, su cui successivamente si innestano una stridente chitarra e una percussione punica. Segue il featuring con Winston McCall dai Parkway Drive, uno dei tanti del disco, in The Painful Truth che espone il sopracitato sound grezzo al cubo di chitarroni metal, stregua di down tuned, manipolazione sintetizzata e lead melodici. Breakdown in rallentamento con  occhio strizzato al commilitone metalcore, il brano colloca una forma di catchy chorus infernale tra le righe e mette a segno uno dei brani forti del disco.

 

Tra gli episodi di hardcore più distorto e fragoroso Iron Mind, che guarda alla tradizione del genere e la rivisita in chiave moderna, quello che oggi chiamano hardcore metal. Con traino di corde distorte o melliflue nelle linee orientaleggianti, cori di un’orda con gli occhi iniettati di sangue e ritmica tra il furioso e il drammatico, il brano si carica anche di una componente da disagio per lo scenario di tensione nel quale è calato, e col quale chiude col fiato sospeso.

 

 

 

 

Monomyth è un album di alte dinamiche, che toccano l’apice nell’utilizzo del synth e di texture evanescenti al confine del trascendentale e del viaggio mentale. Aderenti al sound dalle sfumature atmosferiche e sperimentali trip hop è il brano Tavi Üüs Yukwenaak (The Sun Is Dying) o scenari che sembrano più intermezzi da film dell’orrore, ritrovabili in Yu’ukwep Nukagüd (Death Dancer), o ancora interludi esclusivamente parlati a mo’ di phone call come in HutchPause ossigenanti, mal collocate o trip, a seconda dei punti di vista, sono incastrate in una selezione da muro sonoro e polverizzazione costante di elettrica.

 

Il singolo estratto come forerunner del disco, Death Ritual è carico di groove, un brano più orientato al metal che all’hardcore, con un tappeto ritmico massiccio e un ritornello virale. A tutti bassi e chitarroni, in tripletta con un lavoretto accattivante da pelli, riesce a far sbattere il piede o la testa. Possente, il brano si stanza tra le stand out tracks, anche per il valore aggiunto di riffing melodico livellato nel retro della cortina frontale.

 

Senza abbandonare questa direzione, i The Warriors restano sulla linea del groove contagioso per Within, Without, altro capitolo orientato all’headbanging che si allunga sulla melodic catchiness. Botta e risposta di linea vocale e gang chants, il pezzo trae il massimo dell’orecchiabilità dalle linee melodiche soliste e il massimo del coinvolgimento dalla sezione ritmica sincopata.

 

 

 

 

Una nuova variazione attraverso il caleidoscopio moderno dei The Warriors è Fountain Of Euth con un intro alla Daft Punk e tastiere con un flair vintage attraverso l’esecuzione, una base elettronica che attinge alla moderna EDM e un tiro metal. Un brano che può essere definito progressive metal, con introduzione di clean vocals, sole o sovra incise, e una pulsazione elettronica costante in mid tempo attraversata da una trascinata chitarra. La traccia più sperimentale in assoluto del nuovo dei The Warriors.

 

Dall’elettronico in contaminazione, si torna all’hardcore metal che si dimena in una nuova evoluzione sperimentale con Burn From The Lion. La traccia attacca con un tosto tappeto ritmico, frena drasticamente sul down tempo di un intermezzo drammatico di lontani canti corali e attacca con una nuova corsa in cardiopalmo. Il brano è una costante alternanza tra il rallentamento e la corsa. Riffing breve e tagliente, alla stregua dell’hardcore del pogo, evolve su giri a grandi volute ipnotiche. Chiude con una coda creativa quanto la sperimentazione del brano, con una serie di sonorità che richiamano la gaida, una cornamusa orientale balcanica, espanse negli ultimi secondi del pezzo. La gaida serve ad allacciarsi al brano successivo identico nell’intro, Beyond the Human Dimension, che accosta la cornamusa a una base pulsante EDM e un monologo in superficie.

 

 

 

 

Si arriva alla closer tra lo stordimento, la meraviglia o la confusione, a seconda dell’approccio personale alla musica sperimentale. E non è finita qui, perché in Last SOS viene introdotto un pianoforte con rapping, in un contesto armonico. L’apertura melodrammatica esplode sull’hardcore metal che pesta i piedi pesanti e chiude con una nota all’apice del groove. Un ritornello spazioso di cori indignati non può che tirare dentro al tiro micidiale del brano, che la sa lunga su come lasciare un’ottima impressione con un solo pianoforte malinconico finale. Ritmiche aderenti e un’ultima sfiammata di potenza, chiudono un album eclettico, stravagante e fuori da ogni schema hardcore tout court. De gustibus non est disputandum.

 

Rating: 8/10

Brani suggeriti: The Painful Truth, Death Ritual, Within Without, Burn From The Lion, Last SOS

 

 

The Warriors – Monomyth tracklist:

 

1. All Life Is One

2. The Painful Truth

3. Iron Mind

4. Yu’ukwep Nukagüd (Death Dancer)

5. Death Ritual

6. Hutch

7. Within, Without

8. Fountain Of Euth

9. Tavi Üüs Yukwenaak (The Sun is Dying)

10. Burn From The Lion

11. Beyond the Human Dimension

12. Last SOS

 

 

 

 

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