THE WISE MAN’S FEAR, esponenti del fantasycore al terzo capitolo della trilogia: VALLEY OF KINGS.

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THE WISE MAN’S FEAR: fantasycore dall’Indiana

 

 

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Di evocativo non hanno soltanto il nome, quanto il genere: il fantasycore. Stiamo parlando di un sestetto dall’Indiana che ha miscelato il metalcore con il fantasy attraverso uno storytelling personale e visionario che integra atmosfere e melodie a una componente aggressiva e spietata. Sono i  THE WISE MAN’S FEAR, la formazione di Paul Lierman, Joseph Sammuel, Codi Chambers, Tyler Eads, Nathan Kane, Thomas Barham, che ha recentemente debuttato con SharpTone Records, master label del genere metalcore statunitense con la quale ha pubblicato il terzo album VALLEY OF KINGS il 29 maggio 2020.

 

L’album conclude il viaggio epico dei The Wise Man’s Fear attraverso la trilogia avviata con  la prima uscita Castle in the Clouds del 2015, seguita da The Lost City nel 2017, che la band descrive come l’incontro tra Viaggio al Centro della Terra e il Signore degli Anelli, un’avventura attraverso la triade: terra, cielo e acqua.

 

Abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con la band per discutere tutti i dettagli dell’album. Per l’intervista di SICK and SOUND con i The Wise Man’s Fear: www.sickandsound.it/the-wise-mans-fear-esponenti-del-fantasycore-al-terzo-capitolo-della-trilogia-valley-of-kings.

 

 

 

 

THE WISE MAN’S FEAR. VALLEY OF KINGS.

 

Track by track review

 

 

 

La componente epica dell’intero viaggio attraverso il terzo capitolo della trilogia è palesato sin dalla prima traccia estratta come lead single: The Relics of Nihlux. Senza perdersi in chiacchiere, i The Wise Man’s Fear attaccano da un brano forte e rappresentativo. Mistico e suggestivo nell’intro atmosferica e distruttivo nel successivo unfolding, il pezzo ruota intorno a un lavoretto di corde serrato e shredding accanto alla ferocia di un cantato distorto che non conosce pietà. C’è della bellezza nella linea vocale pulita, protagonista di un catchy chorus che va a diluire il rancore liquido con minore melodico. La storia simbolica si snoda su un patto di sangue tra cinque guerrieri per la distruzione delle reliquie del regno del male discusso nel precedente album.

 

 

 

 

Breath of the Wild è un brano demolitore con impennante ritmiche. Flusso e riflusso di melodico emozionale alla stregua dell’intensità, abbraccia la potenza dei passaggi più infernali. Se la formula precedente di heaviness e melodic era proporzionata 3:1, qui è in versione heaviness e melodic catchiness 1:1. E se c’è una cosa geniale nel nuovo dei The Wise Man’s Fear, è la struttura della selezione, coesa seppure organicamente diversa. Questo è tanto evidente nel passaggio senza sforzo al brano in coda The Tree Of Life. Chitarre ad alto magnetismo si snodano attraverso numerose stilistiche in una composizione che trae quasi tutto dalle corde. Qui integra anche un breve intervento iniziale di pianoforte e successivamente di flauti, attingendo a quell’elemento fantasy distintivo. Un bel ritornello spazioso e super ricantabile supporta la prevalente orecchiabilità dell’arrangiamento. Fury and finesse.

 

 

 

 

Il lavoro di corde intricato continua in transizione fluida nella successiva The Forest of Illusions, episodio mitigato e orientato al melodico accessibile dove il protagonismo è quasi esclusivamente di clean vocals fino alla seconda parte che integra un ridotto di harsh vocals. Su una linea melodica di base che assorbe aggressività in superficie anche un altro brano, What Went Wrong, secondo singolo estratto dai the Wise Man’s Fear. Una traccia virale e contagiosa che percorre le orme di Wage War e simili con un ritornello magniloquente e capace di alto coinvolgimento. È il momento di un pezzo che affonda interamente nel melodico: The River and the Rock, strutturato su una forma di ballata semi acustica. Un pezzo gentile, senza accendere mai i toni, intriso di melodie e armonia vocale e strumentale.

 

Tra le tracce banger del disco invece The Cave, che in apertura propaga tensione con l’ambient spacing e il synth, preludio di un’esplosione quasi immediata. Manifestazione del growl più abrasivo, la traccia miscela un fantastico riffing in accordatura bassa, massiccio con la compagna di corde grosse. Se l’ascoltate bene, troverete anche un tappeto di archi sintetizzati che va a reiterare la ritmica battente con un velo di suspance. Il cantato pulito è riservato al ritornello luminoso. I giri circolari di chitarra restano attaccati alla memoria, regalando una delle tracce più memorabili del disco.

 

 

 

 

Restando sull’impronta heavy, The Sands of Time, vetrina assoluta sul low growl più abissale dell’intero disco. Di abissale non c’è solo il gutturale però, quanto il down tuned più tetro, breakdown adorabili e quant’altro. Un episodio infuocato che scivola su un gustoso ritornello melodico del tutto inatteso, e lo fa come se fosse la cosa più naturale del mondo, segno di una maturità compositiva a cui scappa anche quel virtuosismo di chitarra in più. Tra gli altri episodi di distruzione totale con spiraglio melodico, anche The Door to Nowhere, dove le dissonanze sono un’evidenza delittuosa e marciano con il growl e il riffing fulminante fianco a fianco a un ritornello distensivo.

 

A due passi dalla fine, i The Wise Man’s Fear innescano un breakdown fest insieme a tutti quegli elementi distintivi del metalcore più dannato con tanto di mastodontica collaborazione vocale: Sean Harmanis dai Make Them Suffer. E si sente. Firefall non si apre su nessun melodico, ma blindato ed ermetico, è una carica d’assalto cataclismica, spietata e assetata di sangue. Antagonismo di breakdown del tipo low and slow, flemmatici e funesti, dissonanze ad alto disagio e lacerazione vocale, è il pezzo più brutale e claustrofobico in assoluto. Straight heaviness.

 

 

 

 

Per ultima una spolverata di edulcorato che ammicca a generi come il post-hardcore in Valley of Kings. Rientro nel perimetro del –core accessibile, il brano chiude con una coda atmosferica e suggestiva il cerchio di un viaggio dinamico e mai scontato, che era partito proprio da quegli scenari evanescenti ed epici. Lunga vita ai The Wise Man’s Fear, band emergente che ha tutte le carte in tavola per sfondare in un genere coniato ad hoc di cui sono i protagonisti indiscussi con un formato di metalcore unico e che supera i limiti della sola musica con il fantasy storytelling.

 

Rating: 9/10

Brani suggeriti: The Relics Of Nihlux, The Tree Of Life, The Cave, The Sands Of Time, The Door To Nowhere, Firefall

 

 

The Wise Man’s Fear  – Valley Of Kings tracklist:

 

1. The Relics Of Nihlux

2. Breath Of The Wild

3. The Tree Of Life

4. The Forest Of Illusions

5. The Cave

6. What Went Wrong

7. The River And The Rock

8. The Sands Of Time

9. The Door To Nowhere

10. Firefall feat. Sean Harmanis

11. Valley Of Kings

 

 

 

 

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