TRIVIUM: furia e indulgenza melodica, armonia degli opposti nel nono WHAT THE DEAD MEN SAY.

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TRIVIUM

 

 

 

Hanno superato la soglia di due decadi di musica e nove album in studio, e con il nuovo lavoro i TRIVIUM tornano a confermare il proprio ruolo di leggende del metal moderno. Da Silence In The Snow del 2015, la band aveva intrapreso una virata sonora e si era avventurata attraverso un sound quasi esclusivamente melodico del metal, spogliatosi di distorsioni vocali e ferocia per accogliere una gittata più ampia di orecchiabilità.

 

 

 

 

Col successivo mastodonte THE SIN AND THE SENTENCE del 2017, i Trivium erano tornati a reintegrare una porzione feroce di heaviness, in proporzione calibrata di brani aggressivi e melodici, tracce strategicamente incastrate per favorire il coinvolgimento da un lato, la distruzione dall’altro. Un capolavoro compositivo e lirico, stepping stone per la nona uscita, che si serve ancora della stessa dicotomia, ma viene elevata a una creatività e ricchezza sonora superiore: WHAT THE DEAD MEN SAY, in pubblicazione il 24 aprile 2020 tramite Roadrunner Records.

 

 

 

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TRIVIUM. WHAT THE DEAD MEN SAY.

Overview

 

 

 

La furia è visitata alla luce di un tocco di classe, rifinito nelle melodie e incastonato all’interno di scenari diversi, che coesistono e si completano a vicenda. Un album orientato alle radici heavy metal del sound, dove la bellezza melodica si abbraccia alla rabbia furiosa. L’heaviness e il melodico. Due opposti principi fondamentali, che trovano il punto d’incontro in questo album per mantenere l’ordine naturale del suono, e che nella dualità danno origine all’ordine del cosmo sonoro dei Trivium.

 

 

 

TRIVIUM. WHAT THE DEAD MEN SAY.

Track by track review

 

 

 

Un accesso graduale e suggestivo al disco è garantito dal preambolo strumentale IX, acustico con resa evocativa per un minuto, finché non viene caricato progressivamente con l’entrata di un riffing accattivante e di quello strumentale che ammicca alle reminiscenze thrash metal, insite nel midollo dei Trivium. Senza troppi fronzoli, arriva subito la title track What The Dead Men Say dove la suddetta influenza esplode su quello che la formazione dalla Florida sa fare meglio: creare una combinazione geniale di drumming serrato e riffing incisivo, per garantire il coinvolgimento attraverso cambi di tempo repentini eppure liquidi. Eccole qui le distorsioni vocali, cortesia di un Matt Heafy lacerante attraverso i versi abrasivi e straordinario in pulito, specialmente sul chorus che si colloca glorioso all’interno di una composizione intricata e di matrice profondamente tecnica.

 

 

 

 

Ritornelli potenti e magnetici del genere, sono cosparsi attraverso l’intero album, e sono quelli che tornano a rivisitare la memoria ad ascolto concluso. Uno di questi per me è stato il catchy chorus di Catastrophist, che aveva dato un assaggio del disco poco prima della pubblicazione. Non solo il brano tira dentro al ritornello spazioso e ricantabile istantaneamente, ma dentro all’arrangiamento ultra carico di groove. Il melodico si propaga attraverso l’esecuzione con la marcatura della potenza incisa sulla pelle, dove il cantato appassionato la sa lunga di come si mette a segno un ritornello in versione da stadio. Intensità e assalto sonoro non mancano nelle impennate ritmiche di un Alex Bent stellare dietro le pelli e nei passaggi più antagonisti. Dalla metà si distende un lungo assolo, preludio di una crescente heaviness. Ma questa è emulsionata talmente al micron con la dose melodica, che un brano del genere è destinato a restare nella memoria, nel ricantato e nelle classifiche di tutto il mondo per un tempo interminabile.

 

 

 

 

E per quelli per cui è vera come per me la formula heavy = good, non mancano brani incendiari come Amongst The Shadows And The Stones. Chitarre rampanti si appaiano a un lavoro nevrotico da doppio pedale e rullante, portavoce di blast beats furiosi tanto quanto un lavoretto di corde serrate a cui di tanto in tanto scappa il virtuosismo solista. È un brano ritmicamente turbolento e inarrestabile, che aizza costantemente l’ascoltatore sull’audacia dei passaggi concitati mentre i gang chants urlano a pugno teso e chiuso, orda di anime dannate e frustate, comandate da un Matt Heafy rabbioso.

 

La bellezza del nuovo Trivium è la creazione di micro soundscapes all’interno dei singoli brani , una scrittura dinamica che favorisce la creatività supportando in pieno il coinvolgimento. È il caso di Bleed Into Me che attacca da un solo di basso pulsante e integra un brillante lavoro di corde elettriche e vocali, che va a sollecitare direttamente quelle dell’emozione e del cuore. Appassionata e intensa, la traccia si stanzia tra i brani standout del disco con clean vocals favolose e una predominante circolarità di chitarra. Nessuna accelerazione ritmica, piuttosto una linearità che sostiene la sensibilità melodica e l’orecchiabilità di una traccia che è elisir sonoro. Sensuale e intrisa di fascino. Pure beauty.

 

 

 

 

La perizia tecnica invidiabile dei Trivium è del tutto in vetrina su una traccia che arriva con una portata epica, The Defiant, dove il protagonismo è tutto di chitarra. La ritmica blindata trova sfogo attraverso un anthemic chorus, dove l’apertura è talmente teatrale da essere il candidato perfetto per la versione dal vivo, di quelle performance da stadio.

 

Un’apertura altrettanto plateale e à la Stone Sour è quella ritrovabile in Sickness Unto You. A partire dalla suggestione stabilita in ingresso, il pezzo evolve sulla psicosi di batteria e su un tappeto ritmico sussultorio. Ci sono chiare pennellate blackened sul drum pattern, che fluiscono da e verso una molteplicità di altri scenari incluso un ritornello magniloquente. La parte centrale ammicca al metalcore, si estende sul thrash metal e quant’altro renda la musicianship del brano strutturata e intricata. La caratteristica fondamentale è il groove di base, che nonostante si dimeni su variazioni costanti, mantiene la resa da true headbangers. Sembra un imperativo non sbattere la testa.

 

Scattering The Ashes si avventura su lidi più orientati all’heavy metal, di elettrica solista in tripudio e a quei ritornelli indimenticabili dell’alternative metal delle grandi arene. La perla del brano è tutta nell’anthemic chorus, dove la portata vocale di Matt Heafy è ancora avvolgente e di proiezione altamente emotiva.

 

 

 

 

Per la doppietta di chiusura i Trivium scelgono la nota della straight heaviness. Bending The Arc To Fear assorbe dal death metal e dai generi -core, per alzare un muro del suono di strumentale demolitore e chitarre affilate con quella solista tirata a lucido che non può fare a meno di emergere costantemente. L’evoluzione sulla traccia di chiusura The Ones We Leave Behind è una naturale conseguenza per contiguità con la ritmica spedita. Un lavoretto chirurgico di blast beats si intreccia a un altrettanto squarciante riffing. Il brano accoglie un ultimo ritornello maestoso e un interludio di pura melodia tra le fauci della brutalità.

 

Difatti è una chiusura spettacolare per un album tanto livellato nella composizione e incastrato di cui il talento e la passione sono i portabandiera. Con What The Dead Men Say, i Trivium piantano una nuova pietra miliare discografica, portando la propria musicianship a un livello sublimato e confermandosi ancora sul podio di una delle band più forti del panorama metal moderno. La classe non è acqua.

 

Rating: 10/10

Brani suggeriti: What The Dead Men Say, Catastrophist, Bleed Into Me, The Defiant, Sickness Unto You, The Ones We Leave Behind

 

 

Trivium – What The Dead Men Say tracklist:

 

1. IX

2. What The Dead Men Say

3. Catastrophist

4. Amongst The Shadows And The Stones

5. Bleed Into Me

6. The Defiant

7. Sickness Unto You

8. Scattering The Ashes

9. Bending The Arc To Fear

10. The Ones We Leave Behind

 

 

 

 

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