VOID OF VISION: rabbia e nichilismo senza compromessi nel secondo album HYPERDAZE.

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VOID OF VISION

 

 

 

 

Dopo il primo full-length di debutto CHILDREN OF CHROME del 2016 e una collezione da 4 tracce sotto al nome di DISTURBIA EP del 2017, i VOID OF VISION, formazione metalcore australiana da Melbourne, ritorna con il secondo album in studio HYPERDAZE il 13 settembre 2019 tramite UNFD.

 

 

 

 

La band di Jack Bergin, James McKendrick, Mitch Fairlie e George Murphy continua a perpetrare la propria carica d’assalto alzando l’asticella degli aspetti incendiari del metalcore per questo nuovo lavoro. Dal primo esperimento giungono all’esperienza concreta, come dichiara il cantante Jack Bergin, passando attraverso tematiche come l’odio, il disgusto per sé stessi e il nichilismo all’interno di 11 tracce che escludono ogni forma di positività e di luce. Hyperdaze è un invito ad addentrarsi nel mondo oscuro dei Void Of Vision, attraverso rabbia ed emozioni allo stato grezzo espresse con più ostilità possibile e non accessibili a tutti.

 

 

 

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VOID OF VISION. HYPERDAZE.

Track by track review

 

 

 

 

L’entrata dalla porta infernale di Hyperdaze è garantita a partire da una traccia strumentale di 42 secondi: Overture. Atmosferica e sospesa sul synth e un lontano arpeggio, stabilisce il mood oscuro che regola l’intera collezione. Conduce alla seconda traccia Year Of The Rat che attacca su un riffing marcato e un’alta distorsione che crea non poco disagio all’ascolto. Le chitarre sono aggrovigliate ma l’arrangiamento si districa sulla chiamata alle armi e alla pace sul botta e risposta della doppietta vocale pulita-distorta Bergin-McKendrick. L’aspetto cupo del sound, è miscelato a l’evanescenza del sintetizzato e al mestiere massiccio di bassi complimentata da una dose di melodico struggente. In coda un solido breakdown contribuisce a tenere l’attenzione alta glissando sul prossimo brano in coda.

 

Attacca senza compromessi dall’heaviness Babylon, manifestazione di una ritmica punitiva e un riffing polverizzante che incalza spingendo sul down-tuned di chitarroni rombanti. Con un tappeto sintetizzato inquietante e tetro, accoglie nelle profondità dell’inferno chiudendo gli occhi a ogni tipo di melodia ed esclusive distorsioni vocali, screamate a pieni polmoni. Il brano ruota intorno alla tematica nichilistica della disillusione della fede e dell’inutilità di credere in un’entità superiore all’interno di un’esistenza miserabile.

 

 

 

 

Premendo play su If Only la sezione ritmica carica di groove, suscita un headbanging praticamente immediato. Procede a passo sostenuto, spegnendosi su interludi di lontane harsh vocals e affascinante ritornello in cantato melodico. Il riffing, combinato alla regolarità del tappeto ritmico sostiene l’architettura orecchiabile del brano. Ad un ascolto attento si percepiscono una serie di elementi elettronici che fanno da catalizzatori alla carica del brano. Dal 2,18 licks riverberati di chitarra su uno scenario atmosferico fanno da climax al breakdown a venire, corroborato da un notevole assolo, segno di una progressione sonora che i Void Of Vision hanno raggiunto a questo punto del loro percorso.  Queste prime tracce sono dinamiche rispetto al formato blindato di metalcore che ci aspetteremmo da questa formazione e trovano una loro collocazione nel caos che spingerà su alti livelli a venire.

 

Slave To The Name è un esempio di questa espansione del metalcore, pur mantenendo chitarroni rampanti, bassi plumbei e breakdown scavezzacollo, innesta una dose seducente di melodica armonia, cortesia soprattutto della linea vocale pulita in sezioni à la Novelist. Il brano sfuma su elementi elettronici dal flair vintage, esposti in coda e in grado di creare un tappeto pulsante che si aggancia direttamente a un brano che mai vi aspettereste, Adrenaline. Fatto di elementi sintetizzati robotici, è un altro capitolo strumentale del disco di un minuto e trentuno. Evolve verso una palpitazione tipicamente EDM, a cavallo del trip mentale, offrendo una virata sperimentale e artistica non indifferente. Croce o delizia di fan del metalcore che nella maggior parte dei casi aborriscono l’elettronica, la traccia si colloca a modo suo dentro a una selezione da ferro e fuoco, per un istante di confusione mentale totale.

 

 

 

 

Non si distacca dall’elettronico, qui robotico alla Daft Punk nell’intervento vocale che si ritrova all’inizio. Hole In Me è un brano tanto pieno di elementi da essere saturo. C’è una solida struttura metalcore e un giro circolare interessante associato ai chitarroni rombanti e una ritmica accattivante. Ma sul fondo sono distese atmosfere nebulizzate, sprazzi elettronici e manipolazioni futuristiche che creano nel complesso una forma di disturbo all’ascolto, non aiutate dalla produzione aggrovigliata. Sembra un episodio reminiscente dell’ultimo album dei Northlane, Alien.

 

Guarda il video ufficiale di Void Of Vision – Hole In Me:

 

 

Raschiando il fondo del barile dell’heaviness, Kerosene Dream, oscura e drammatica, conduce il filo del discorso sul boato sonoro del riffing down-tuned e bassi prepotenti. Il muro sonoro innalzato dall’arrangiamento si erge sul palm muting degli istanti più fulminanti, su un drumming vigoroso e per un istante psicopatico in un episodio di accelerazione repentina, sul rancore liquido sul mid growl, sullo screaming e su uno strumentale demolitore senza fronzoli né mezze misure. In grado di aizzare le masse sulla ripetizione collettiva di “Burn! Burn! Burn!”, la traccia si barrica su una fortezza infestata da creature belluine senza luce, né pace, né speranza.

 

 

 

 

Avvicinandosi alla conclusione del nuovo Void Of Vision, un intro accattivante e carica di groove nella ritmica: Decay. Mena a sangue e senza sosta, battendo sul drums pattern prepotente e distendendo un giro circolare di chitarra che viene isolato costantemente all’ascolto. Con un’influenza alla Northlane e Alien che ritrovo di nuovo negli interludi futuristici, il brano libera un caos primordiale che non si arresta di fronte a niente. Con breakdown spacca arrangiamento e un martellamento costante, il brano si fa forza e carica potenza distruttiva sulle pelli. Questo viene ancora esposto esponenzialmente nella penultima Splinter. Follia di chitarre serrate e frenetiche, e nevrosi totale di percussioni, la traccia è senza dubbio la più caotica. Ma di un caos volutamente non controllato, che pesta il piede sull’acceleratore e avvia una corsa sfrenata che mira a stendere vittime. La psicosi di corde ma soprattutto pelli, è intrecciata a giri di chitarra drammatici che all’ascolto attento si colgono in tutto il loro languore e tedio. Con una sensazione di tempo scaduto e fretta senza precedenti, il brano riflette la frustrazione e la disperazione all’apice di uno screaming del tutto lacerante.

 

Si giunge alla conclusione in cardiopalmo, con un senso di pesantezza e tormento che niente è in grado di smorzare. Così entra la title track per ultima: Hyperdaze che chiude il nuovo lavoro dei Void Of Vision sulla linea più belligerante e rancorosa mai adottata finora. Sulle precedenti formule, accoglie breakdown dannati tanto quanto gli elementi ad alta tensione distribuiti sull’arrangiamento infernale dal flair elettronico.

 

 

 

 

Hyperdaze è un disco a lenta digestione, con brani devastanti nella pressoché totalità dei casi. La produzione non regala al singolo strumentale, piuttosto favorendo talvolta un sound grezzo e volutamente abrasivo. Alcuni capitoli innestano del melodico in combinazione geniale e in grado di aprire atmosfere di una certa bellezza, cortesia soprattutto della linea vocale pulita e di tutti quegli elementi sintetizzati che aprono scenari. Questo è valido per le prime tracce, mentre la progressione vuole che ci si addentri senza più uscire nel buio pesto delle successive tracce con le quali entrare in sintonia è più difficile. La maggior parte dei brani si iscrivono nel perimetro di un metalcore che sfiora l’aggro metalcore delle frange più arroventate. Un’evoluzione evidente da parte dei Void Of Vision, ma anche un ascolto non adatto a tutti gli amanti del genere, che rischiano di arrivare in conclusione affannati e in claustrofobia. Con perno su tematiche tormentate, Hyperdaze ne riflette vocalmente e strumentalmente lo stesso aspetto tetro e inquieto.

 

 

Rating: 8/10

Brani suggeriti: Year Of The Rat, Babylon, If Only, Slave To The Name, Decay

 

 

 

           Void Of Vision – Hyperdaze tracklist:

 

1. Overture

2. Year Of The Rat

3. Babylon

4. If Only

5. Slave To The Name

6. Adrenaline

7. Hole In Me

8. Kerosene Dream

9. Decay

10. Splinter

11. Hyperdaze

 

 

 

 

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