YEAR OF THE KNIFE: il quintetto hardcore torna più blindato e oscuro che mai nel nuovo album INTERNAL INCARCERATION.

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YEAR OF THE KNIFE

 

 

 

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Quando si parla di hardcore, il discorso si reduce a pochi fondamentali elementi: il pogo, la protesta, un suono abrasivo volutamente non rifinito e le cosiddette scimmie urlatrici sul palco.

 

Tra le formazioni emergenti del genere, una di quelle che meglio sta inquadrando il concetto di aggressione senza frontiere sono i giovani YEAR OF THE KNIFE, che dal Delaware si stanno facendo strada dopo essere entrati nel roster Pure Noise Records. Nel 2019 la formazione rigorosamente straight-edge di Tyler Mullen, Brandon Watkins, Madi Watkins, Andrew Kisielewski e Aaron Kisielewski aveva debuttato sulla scena con la prima collezione di brani Ultimate Aggression, unione dei precedenti EP Ultimate Disease e First State Aggression, e torna il 7 agosto 2020 con il nuovo INTERNAL INCARCERATION.

 

 

 

 

YEAR OF THE KNIFE INTERNAL INCARCERATION.

Ispirazione tematica

 

 

 

Dovutamente alla filosofia abbracciata, la formazione, che si considera più una famiglia per legami di parentela, propone temi che discutono della sfera umana e sociale, incapsulati all’interno di un sound viscerale e corrosivo à la Left Behind. Per questo nuovo lavoro l’ispirazione lirica ruota intorno a tematiche come la perdita, il dolore, le dipendenze e le difficoltà della vita spesso legate al vissuto personale del cantante Tyler Mullen. Il confronto con l’oscurità in questo disco è diretto. Buio e sofferenza sono filtrati attraverso la musica come catarsi per ritrovare l’unione e l’equilibrio.

 

 

 

 

YEAR OF THE KNIFE. INTERNAL INCARCERATION.

Recensione

 

 

 

Internal Incarceration è un album intenso, punitivo, esplosivo, sfrontato e coinvolgente nella rabbia vocale e strumentale. Le tracce sono piuttosto simili tra loro con qualche variazione minore. La selezione da tredici pezzi sussulta su ritmiche tra lo scavezzacollo dell’hardcore e il sussultorio sul fronte più regolare del drumming tipico dei generi più massicci del panorama –core. Il disco non si perde in chiacchiere né preamboli e apre proprio su quel cardiopalmo ritmico sin dai primi brani facendosi travolgente a partire dalla traccia opener This Time, di cui il ritornello si ricanterà facilmente con lo stesso rancore.

 

Virtual Narcotic è uno di quei pezzi che fa pestare pesantemente i piedi sulla furia perpetrata tra istanti frenetici di cassa e rullante e passaggi di drammatica regolarità per restare infine tramortiti sui blast beats incendiari. L’oscurità di cui si è discusso sopra, viene caricata in questo pezzo mediante una serie di giri di chitarra circolari e infausti, che penetrano il retro della cortina di blindate pelli. Copia carbone delle stesse caratteristiche un brano in coda, Sick Statistic, tanto vero sul fronte batteria in blast e riffing stoppato di vibrante e ignorante prepotenza.

 

 

 

 

Tra i brani che si distinguono nel disco, Stay Away che si fa largo nella furiosa selezione procedendo su una forma di hardcore dove entra qualcosa come l’aggro metalcore o l’hardcore metal attraverso un granitico down tuned, similmente alla traccia stand out Manipulation Artist, capace di tirare dentro alle ripetizioni minacciose del ritornello e risucchiare all’interno della forza centripeta del mosh pit che riesce a scatenare. Particolarmente efficaci, i tempi variabili di questo pezzo sostengono i passaggi concitati con clamorosa nevrosi di pelli e creano una travolgente regolarità sul ritornello, in perfetta sintonia con il sincopato del growl in superficie.

 

Con lo stesso piglio accattivante di palm muting in accordatura bassa accoppiato con la stessa metrica della linea vocale, Premonitions Of You ed Eviction, altri due brani preferiti per il nucleo marcato a tutti chitarroni rampanti, bassi e groove tenace con valore extra sul ritornello che – se non lo considerate bestemmia – può essere addirittura considerato catchy, nei limiti del coinvolgimento da distruzione sotto palco. Per l’ultimo pezzo citato in particolare, sembra che anche Madi aggiunga una linea vocale su quelle che sembrano backing vocals in corrosione di high screaming femminile.

 

 

 

 

Dalla demolizione si passa anche a evoluzioni sperimentali, seppur brevi, come appare nel brano Final Tears perpetua variazione ritmica che tocca il flemmatico del down tempo per tornare a prendere d’assalto su un up tempo cataclismico. Similmente, la title track Internal Incarceration uscirà dal solo perimetro tipicamente hardcore per tentare la transizione fluida di tempi diversi o altri episodi come Through The Eyes cercheranno la sperimentazione con soluzioni ritmiche differenti a partire dalla matrice di un esagitato hardcore, verso rallentamenti funesti sul ciglio di un doom e uno sludge che guardano in lontananza. Pezzo che per altro include un mastodontico low growl in coda.

 

Il disco se ne va sulla fanfara di DDM, un tappeto ritmico piuttosto magnetico in combo con un riff circolare creando un motivo suggestivo proprio in chiusura e con vocals ridotte a una manciata di poche parole.

 

Per chiunque stia cercando una valvola di sfogo alla frustrazione della vita, l’ascolto è altamente consigliato specialmente a tutti quegli amanti della contaminazione dell’hardcore con frange più blindate e oscure del genere stesso dove la ribellione dal rosso fuoco evolve sul nero pece. Il rilascio di dopamina e adrenalina è assicurato e carica l’ascoltatore come un fucile a pallettoni pronto a sparare. Liberate il fuoco!

 

Rating: 8.8/10

Brani suggeriti: This Time, Virtual Narcotic, Manipulation Artist, Premonitions Of You, Sick Statistic, Eviction

 

Year Of The Knife Internal Incarceration tracklist:

 

1. This Time

2. Virtual Narcotic

3. Stay Away

4. Manipulation Artist

5. Final Tears

6. Internal Incarceration

7. Premonitions of You

8. Though The Eyes

9. Sick Statistic

10. Eviction

11. Nothing To Nobody

12. Get It Out

13. DDM

 

 

 

 

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